venerdì 1 novembre 2013

Il Baglio di contrada Magone

Descrizione storico-architettonica

Il “Casino” è uno dei più antichi e ricchi bagli oggi nel territorio di Ribera, ma all'epoca della costruzione era territorio di Caltabellotta.
La sua posizione è sorprendente: al sommo di una vallata lunga e larga in vetta a un colle isolato e tuttavia circondato da dirupi, esso domina una vasta prospettiva di terre. Il paesaggio si estende florido e insieme malinconico, tutto coltivato ad aranceti, uliveti e vigneti; del mare, a sud, si scorge l’ampia distesa d’argento.
“Casino” è un termine siciliano che sta ad indicare una casa di delizie in campagna o in città. Fu costruito nella seconda metà del seicento nella baronia di Magone per volontà del  Duca di Bivona; era chiamato anche “Casa della Secrezia” perché gestito e abitato, in un primo tempo, dal secreto o dagli affittuari.
A quel tempo il “Casino” era costituito da ventitrè corpi di casa tra quelli del piano superiore e le officine del piano terreno, la Chiesa intitolata a S. Maria degli Angeli (come apprendiamo dai registri del primo Catasto Provvisorio di Sicilia del 1847-50), il cortile, il magazzino ed infine la cisterna. La morfologia di questi elementi è rimasta sostanzialmente invariata, ma non la sua estetica e funzione. Forma un rettangolo di 30 per 36 metri, con un cortile interno di 14 per 19 metri.
Il baglio del “Casino” con la sua corte centrale, il bel portale in pietra, l’armoniosa crociera che segna il passaggio tra interno ed esterno, la preziosa chiesetta affrescata, facevano di questo manufatto uno dei più pregiati della provincia.
Oggi possiamo affermare che esso non esiste più, restano solo alcune mura a testimoniarne l'esistenza.
Il baglio è stato oggetto di ripetuti saccheggi che lo hanno spogliato di cornici, pavimenti, balaustrate, delle famose colonnine dell’ampia trifora del cortile e la lapide, apposta sopra il portale principale, da Giovanni Battista Consiglio e Castiglione che riportava il testo che segue: “Magonum punici nominis agrum inter isburum allabamque xia Triocola lapide situm unde paenorum ditio erucinos versus protendebatur a Calogero De Ioanni primo acri barone hoc in exunte soeculo vineis oleisque con situm rurali fano commodisque aedibus ex ornatur anno. Eiusdem soeculi nono octavo que e lapso anno auctore e vivis sublato omnia pessum ire temporum vicissitudine visa sunt. Caetanus demun Consiglio Magonis baronis amoenit atem vineis oleisque dignitatemque pristinam aedibus & restituit & auxit. Ioanne Bapt. a Consiglio & Castiglione Belicis baro patri optumo cui longos exortat dies. Iubens meritoque posuit. Anno MDCCLXXV.”
Il famoso affresco della chiesa era già compromesso anni addietro, ma era ancora recuperabile. Oggi al posto di quel luogo sacro c’è un cumulo di macerie e ci dobbiamo accontentare di vedere le forme ed i colori di quell’affresco di preziosa manifattura in qualche registrazione filmata da rari amatori del nostro patrimonio artistico-architettonico.
Non un albero circonda il baglio, solo resti della muratura, cumuli di terra e pietre, erbacce di tutti i tipi. Unico superstite è un albero di fico rigoglioso che cresce dentro il cortile, per il resto tutto è rovina.
Lo stato di abbandono in cui versa questo manufatto del ‘600 è veramente sconcertante. In nessun posto del mondo il patrimonio storico-architettonico è dimenticato come da noi. Non i proprietari, non l’amministrazione comunale, non la sovrintendenza ai beni culturali e ambientali, non l’iniziativa di qualche privato o di un gruppo, si è mai presa cura delle sorti di questi ruderi che adeguatamente restaurati e rifunzionalizzati sarebbero potuti divenire meta di viaggi culturali, o musei del nostro patrimonio etnoantropologico o ancora residenze agrituristiche o case d’abitazione.


Successioni feudali della baronia di Magone

Di Giovanni-Amodei - Come è noto Calogero Di Giovanni è stato il primo Barone di Magone. Questo sottofeudo, ottenuto dallo smembramento del grande feudo di Camemi (e confinante con quello di Piana Stampaci dove veniva fondata Ribera nel 1636), in uno con il baglio chiamato “Casino” costruito alla fine del ’600, veniva concesso al Di Giovanni dal Duca di Bivona. Questi ottenne dal governo che al possessore del feudo venisse dato il titolo di Barone, o meglio agri-barone.
Calogero Di Giovanni nato intorno al 1657 da Giuseppe e da Calogera Speziale da Calamonaci intraprendeva gli studi ecclesiastici (forse a Sciacca) che poi abbandonava dopo esser diventato chierico e si sposava a Calamonaci l’11/9/1678 con Anna Scarpinato fu Pellegrino e di Agata da Villafranca e abitante a Calamonaci (sorella del futuro arciprete di Ribera Vincenzo Scarpinato). Alla fine del ’600 il Di Giovanni si trasferiva a Ribera, dopo aver acquistato il feudo di Magone ed il palazzo oggi corrispondente al cortile Genova, insieme al fratello sacerdote Francesco ed alla figlia Caterina. Questa sposava a Ribera il 7 giugno 1699 Antonino Amodei figlio di Francesco e di Caterina Quaranta da Villafranca (nipote dell’arciprete di Caltabellotta Melchiorre Quaranta).
Il Di Giovanni moriva il 19 aprile 1717 cioè due giorni dopo aver ottenuto di investirsi, per sé e per i suoi eredi, del titolo di Barone di Magone, mentre la moglie era morta tredici giorni prima e cioè il 6 aprile.
Dal matrimonio di Caterina Di Giovanni nascevano, invece, tre figlie: Anna nata il 31 agosto 1701, Antonia nata il 23 agosto 1704 e Domenica nata il 10 settembre 1705. Mentre gli unici figli maschi Francesco e Calogero nati rispettivamente l’8 marzo 1700 e il 20 giugno 1703, morivano pochi mesi dopo la nascita. Pochi anni dopo morivano anche i loro genitori, il padre il 16 aprile 1708 a Villafranca, e la madre il 16 aprile 1709 ad appena 27 anni a Ribera e lasciavano così le tre bambine orfane in tenera età. Queste venivano cresciute, quindi, dai nonni Calogero Di Giovanni e Anna Scarpinato. Anna Amodei era andata in sposa al barone di Racalmaimone (Scunda) don Giuseppe Bona da Bisacquino. Purtroppo anche i nonni, come abbiamo visto, morivano nel 1717 lasciando Antonia a 13 anni, Domenica a 12 e Anna che moriva nello stesso anno il 16 novembre a soli 17 anni.
Calogero Di Giovanni con testamento del 17 aprile 1717 lasciava a Domenica il feudo di Magone con palazzo (Casino) e con relativo titolo di barone, il palazzo sito in Ribera; ad Antonia lasciava, invece biancheria per un valore di onze 200 ed altre onze 2800 sull’asse ereditario; alla figlia Anna Amodei ed al marito barone Giuseppe Bona lasciava del denaro ed altri beni minori; infine ad Antonino e Giuseppe Piscione, che il Di Giovanni dice suoi nipoti, lasciava una chiusa di terre nella contrada Cisternazza nel feudo di Camemi e del bestiame.
Domenica Amodei abitava a Palermo e in un primo momento pensava di affittare tutti i beni posseduti a Ribera. Infatti con atto del 21/7/1720 nomina procuratore don Giuseppe Troncali per tale operazione. In seguito, ci riferisce il De Spucches, rinunzia al titolo e lo passa, insieme ai beni, alla nipote Caterina nata dalla di lei sorella Antonia ed il barone del Belice don Ignazio Castiglione. Si spegne così la casata Di Giovanni-Amodei.

Castiglione - (Baroni del Belice) - La casata dei Castiglione di Sicilia, secondo il Mugnos è originaria di Milano. Mango Casalgerardo riferendo brevemente quanto detto dal Mugnos scrive che «un Bartolomeo è tra i secreti e maestri portulani di Sicilia sotto re Pietro 1282; un Ansalone (Castellano) è giudice di Messina 1311; un Giacomo, figlio ed erede di Mazzullo e di Giacomina Stagno, vende nel 1375 un fondo chiamato S. Giusto Pantaleona Stagno; un Lorenzo Castiglione e Paci con privilegio dato l’11 luglio 1650, ottenne il titolo di barone di S. Luigi; un Nicolò fu giudice Pretoriano di Palermo nel 1730-31 e del Concistoro nel 1735.»
Il ramo dei Castiglione che ci interessa ha origine a Mussumeli con certo Luigi sposato con Domenica da cui nasceva Michele che sposava a Cammarata nel 1578 Laura De Caldararo figlia di Francesco e Giovanna. Da questi nascevano tre figli: Paolino, Clemente e Antonino. Quest’ultimo, ci riferisce il De Gregorio, «…nacque in Cammarata nel 1590. Nel 1620 Antonino Castiglione comperò delle rendite da Filippo Taverna, figlio di Ottavio. Probabilmente compì gli studi filosofici e teologici fuori regno conseguendo la laurea in teologia, ma non fu ordinato sacerdote, forse fu chierico. Non è da escludere che sia stato a Roma dove ottenne il titolo (e probabilmente esercitò l’ufficio) di Protonotario Apostolico e contrasse rapporti e amicizie con molte personalità di rilievo. Fu anche abate — onde il titolo più usuale con cui è chiamato nei documenti — di S. Domenica de Monte Dei di Ficarra. Il Pirro, tra i monasteri soggetti all’archimandritato del SS. Salvatore di Messina, ricorda quello di S. Angelo di Ficarra che ritiene sia anche denominato di S. Maria de Monte Dei e aggiunge: “Viene conferito dai Papi; oggi per cessione di Paolo de Angelis, siciliano Narese, c’è, con il titolo di abate, Antonio Castiglione, siciliano, Cammaratese”. Il Castiglione poté ottenere il titolo di abate, con le rendite di S. Maria de Monte Dei, forse anche come compenso della sua attività di Protonotario Apostolico. Fu anche beneficiale della Madonna dei Miracoli di Cammarata. … Il Castiglione morì il 18 agosto 1648, come risulta dall’atto di morte. Il 15 agosto in notar Girolamo de Angelo egli aveva fatto testamento, nominando erede universale il fratello Paolino. In questo testamento il Castiglione legittimava espressamente due figli naturali: Giuseppe e Anna di cui creava tutore Barnaba Hyacinto Merelli. “A Giuseppe Castiglione, suo figlio naturale — è detto — lasciava gli infrascritti feghi cioè Recattini, li Manichi, Simponessa, La Chiappona, Chibbo, Vicoretto e Vaccarizzo, feghi della baronia di Belici con carico di pagare ad Anna Castiglione, altra sua figlia naturale, onze ventimila, una volta tantum, a tempo di suo matrimonio o monacato ed interim di alimentarla e sustenirla di alimenti e vestimenti necessari”. … Le liti giudiziarie sulla sua eredità continuarono a lungo e forse dispersero il patrimonio dell’abate. Dalle notizie qui raccolte non sappiamo storicamente stabilire se il Castiglione sia stato un abile speculatore, uno sprovveduto amministratore dei suoi beni, un megalomane, un avventuriero…».
Il fratello Paolino, come abbiamo visto, è invece l’erede universale dei beni del fratello Abate Antonino che passeranno poi ai figli Mariano, Antonino e Francesco.
L’altro fratello dell’abate, Clemente Castiglione barone delli Manchi, lo troviamo a Ribera mentre questa era in costruzione e cioè nel 1635-36, come amministratore dei beni di Antonino arrendatore della contea di Caltabellotta e della stessa Ribera, di cui faceva parte, appartenente al Principe di Paternò. Dopo alcuni anni il Clemente lasciava Ribera, però contemporaneamente aveva fatto acquistare al figlio Filippo il feudo e la baronia di Racalmaimone (Scunda), nel territorio tra Sciacca e Caltabellotta, da Francesco Enriquez e lo fa investire dei relativi titoli il 18 marzo 1635, ma lo zio Antonino lo rivende il 17 dicembre 1642 al notaio Francesco Di Stefano, con promessa di fare ratificare l’atto da Clemente e da Filippo. Ci sfuggono però i motivi di questa improvvisa vendita fatta dall’abate Castiglione.
La baronia di Belici, ci riferisce il De Spucches, faceva parte della Contea di Golisano e si componeva di dieci feudi di cui uno è Timparussa. Della Contea di Golisano e Baronia di Belice s’investì il 9 giugno 1627, Luigi Moncada, principe di Paternò, per la rinuncia di Antonio, suo padre. Questi vendette i feudi di Timparussa, Chiapparia, Vicoretto, Chibbo e Barbarico, membri della baronia del Belice ed il relativo titolo all’abate Antonino Castiglione con atto stipulato dal notaio Giacinto Cinquemani in Palermo in data 14 ottobre 1635. Questi non prese investitura. Le notizie però si rilevano da un’investitura posteriore del settembre 1666, e propriamente dal Processo d’Investitura dell’anno 1666-67, l’8 marzo, per cui questa ebbe luogo solo allora, ma né Antonino, che era già morto, né tantomeno il figlio naturale Giuseppe poterono godere di detta Investitura poiché per il passaggio della corona da Filippo IV a Carlo II venne investita della baronia Petronilla De Migliori il 16 settembre 1666 tramite aggiudicazione della Regia Corte Pretoriana. Il 22 aprile 1702 Giuseppe Castiglione, riprese investitura del feudo venendogli restituito da Petronilla De Migliori, per causa di lesione, rimedio graciose, per sentenza della Regia Gran Corte in data 27 ottobre 1667.
Il figlio primogenito ed erede particolare di Giuseppe Castiglione e Vincenza Luparelli, Ignazio, si investiva della baronia del Belice il 25 settembre 1720. Si era sposato a Palermo il 20 dicembre 1717 con Antonia Amodei e figlia di Antonino Amodei e Caterina Di Giovanni di Ribera. Quindi si trasferirono a Ribera tra la fine del 1724 ed i primi del 1725 e si stabilivano nel palazzo Di Giovanni.
Da questi nacquero ben 13 figli (9 maschi e 4 femmine), ma solo 4 arrivarono alla maggiore età (3 maschi e 1 femmina) e di questi solo due si sposarono.
Il primogenito, Giuseppe, nato a Palermo intorno al 1722, si sposò con donna Anna Bonomo, già vedova di Rosario Ortolani da Caltavuturo, nel 1740 circa acquisendo il titolo di Barone di Magone. Ebbero tre figli: Francesco, Antonia e Ignazio, morti tutti in tenera età. Anna Bonomo moriva dopo il 20 novembre 1747, data in cui rogò il testamento agli atti del notaio Giacinto Blasco di Ribera, mentre il marito moriva tra il 1753 ed il 1758. Il titolo, quindi, passava di nuovo al padre Ignazio, che moriva a sua volta il 28 aprile 1759, mentre la moglie Antonia Amodei moriva il 6 giugno 1769, così i beni ed i titoli passavano, secondo le disposizioni testamentarie, al figlio Agostino, che era nato il 19 dicembre 1735, il quale era rimasto celibe e moriva il 19 dicembre 1773 non facendo in tempo ad investirsi dei titoli del padre. Quindi ereditava il di lui fratello Calogero, che era nato nel 1736, che si investiva dei titoli di Barone del Belice e di Magone il 7 luglio 1781 e, rinunziandovi, questi passavano alla sorella Caterina il 9 successivo. Calogero moriva celibe il 21 luglio 1784.
Consiglio – Caterina Castiglione, che era nata il 14 gennaio 1731, era andata in sposa, a Ribera, il 29 novembre 1749 a Gaetano Consiglio da Sciacca, dove era andata ad abitare, per cui essendo venuta in possesso, oltre che del titolo, anche, dopo la morte del fratello Calogero, dei beni, vendeva tutti gli immobili urbani, mentre teneva il feudo di Magone dove insisteva il titolo di barone. Caterina moriva a Sciacca il 25 agosto 1810 e così si spegneva completamente la famiglia Castiglione di Ribera, mentre il titolo di barone del Belice e di Magone passava al di lei figlio Giovanni Battista Consiglio e Castiglione, nato a Sciacca il 18 novembre 1754, capitano d’armi a Sciacca, che sposava il 26 novembre 1791 Marianna Tagliavia figlia di Giuseppe e Teresa Tagliavia. Quindi al loro figlio Gaetano, nato il 6 marzo 1793, insigne patriota che partecipò ai moti di Sciacca del 1848, il quale non chiese riconoscimento del titolo. Si era sposato con Anna Maria Grimaldi da loro nasceva, primogenita, Marianna il 17 febbraio 1820.
Tagliavia - Marianna Tagliavia sposava il 13 aprile 1842 Francesco Onofrio Tagliavia Duca di Alagona, figlio del fu Giovanni (Capitumolo, che per il matrimonio assunse il cognome di Tagliavia) e Marianna Tagliavia e Adamo, per cui i titoli di barone del Belice e di Magone passarono alla casata dei Tagliavia di Alagona, ma per pochi anni poiché una figlia di questi sposerà un Di Stefano.
Di Stefano o De Stefani – A Sciacca erano presenti due famiglie con questo cognome, quella che interessa noi è la famiglia De Stefani-Falco, poiché a Sciacca ha come capostipite il cav. Giuseppe De Stefani-Santangelo, cav. dello Speron d’oro, nato in Santa Ninfa nel 1790, ove si rese tanto benemerito; il quale sposò in Sciacca la signora Giovanna Falco, procreando diversi figli, alcuni in Sciacca altri nel citato comune d’origine, e tra essi il dottor Mariano, la signora Ignazia, che fu educata nel monastero di Fazello e che poi fu moglie al cav. Calogero Amato-Vetrano, il cav. Vincenzo che studiò per genio la pittura in Palermo ed in Roma, e divenne un buon artista, ed il barone Angelo che sposò a Sciacca nella Chiesa Madre il 3 luglio 1859 Anna Maria Tagliavia-Capitumolo baronessa di Magone figlia del fu Francesco Onofrio e della vivente Marianna Tagliavia suddetti. Agli inizi del '900 era presente questo ramo con il cav. Cesare, figlio di Mariano, e dal baronello Giuseppe, figlio del detto barone Angelo.
Lo stemma di questa famiglia è uno scudo rilevante tre stelle con tre corone, standovi al di sotto terra e mare.
Nel 1872, come risulta dal catasto provvisorio di Ribera del 1847-50, il feudo e il Casino passavano a Angelo Di Stefano. Nel catasto del 1890 risulta intestato Francesco Di Stefano e poi gli eredi, nei primi anni del ‘900 lo venderanno a varie persone per cui anche il baglio venendo frazionato non avrà più nessuna manutenzione e praticamente piano piano gli eventi atmosferici lo distruggeranno.

La costruzione

Nell’attuale territorio di Ribera le uniche costruzioni che esistevano nel ‘500 erano il castello di Misilcassim o Poggiodiana e la masseria di Misilcassim che si trovava proprio nel luogo dove, nel secolo successivo, veniva fondata Ribera.
Con la nascita di Ribera e quindi la messa a cultura dei terreni limitrofi si vide il castello perdere sempre più di importanza e nei feudi si cominciarono a costruire masserie e bagli.
Così il castello nella posizione in cui si trovava cominciava ad essere molto scomodo anche per l’uso prettamente agricolo a cui ormai era adibito. Il potentissimo uragano del 28 settembre 1667, la forte grandinata del 25 novembre 1667 di cui, si dice, ogni granulo era quanto un uovo, la carestia del 1672, probabilmente, fecero sì che il restauro della struttura castellana, così grande ed imponente e ormai così provata, risultasse antieconomico. La maniera per evitare ancora sperpero inutile di denaro era la costruzione di altre case a valle del feudo e, quindi si provvedeva in tal senso. Infatti il 18 ottobre 1678 “Magister Paulus Miraglia, faber murarius” dichiarava di aver ricevuto da Girolamo Colle, secreto di Caltabellotta e Ribera, onze 26,20,17 “in havere fatto la casa della Canna Grande come all’obligazione fatta da detto mastro Paolo nell’atti della corte Civile di questa terra di Ribera di Moncada…”. Questa casa era stata fatta, come si legge nell’atto, “per commodità delli gabelloti d’esso territorio della Canna grande e suo guardiano come per la guardia del mulino della Torre per essere in campagna e vicino la fratta con pericolo grande d’essere derubato come per il passato.”
Alcuni anni dopo un altro tremendo, quanto famigerato, terremoto si abbatteva sulla Sicilia orientale, cioè quello del 1693. Nelle nostre parti si avvertiva dal 9 all’11 gennaio, quest’ultima volta un po’ più violento della prima. Da quell’anno si perpetuò l’usanza di fare una processione e di esporre il Santissimo nelle chiese parrocchiali e di cantare il Te Deum nelle chiese sacramentali.
Non sappiamo se questo terremoto minò ulteriormente il castello, ma, di certo, apprendiamo che continuavano a costruirsi dei bagli in quasi tutti i feudi compresi nell’ormai ex baronia di Misilcassim, ed inoltre il castello veniva letteralmente smontato per utilizzarne il materiale per la costruzione del “Casino”, struttura architettonica a baglio, sita in contrada Magone, nel territorio di Ribera. Infatti in due documenti che portano la data del 19/20 febbraio 1693 leggiamo: “Eodem die decimo nono februarij prima Ind. millesimo sexcentesimo nonagesimo tertio. Magister Sebastianus Raija de hac terra Ribera de moncada mihi notario cognitus coram nobis sponte declaravit in anno XV Ind. p.p. et in presente anno fatetur habuisse et recepisse ab Antonino Navarra absente pro ut uti deputato in hac predetta terra Ill.ma Deputationis Eccellentissimi Domini Ducis Montis Alti. Unciarus tres tarinorus duodecim et granorus decem ponderis generalis de quaesiti siti solutis de ordine Magnifici Hieronimi Baldanza commissionati dicta Ill.ma Deputationis mihi etiam cogniti presentis et sic ordinasse consistentis ut dicitur veris. Se li pagano cioè tt. 3 per menza giornata sua et un manuali fatta all’11 luglio per l’accomodo delli soli delle cammare del Casino in questa di S.E.P. nell’appartato del Secreto; tt. 10 per esso e tri manuali haver levato n. 14 scalandroni del Palaggio di Poteggiano scoverti nelli tetti di suso e calari alcuni canali in terra…”.
Mentre nell’altro si legge: “Eodem (20 febbraio 1693) Magister Paulus Marsalisi de hac terra Ribera de Moncada mihi notario cognitus coram nobis sponte fatetur habuisse et recepisse ab Antonino Navarra absente pro ut uti deputato in hac predetta terra Ill.ma Deputationis Ecc.mi Domini Ducis Montis Alti. Unciarus decem tarinorus vigintinove et granoru unu ponderis generalis diversi mode de quaesiti siti solutis de ordine magnifici Hieronimi Baldanza commissionati dicta Ill.ma Deputationis mihi etiam cogniti presentis et sic ordinasse consistentis ut dicitur veris. ... E tt. sei pagati à 2 agosto per far carriare n. 12 carrichi di canali dal palaggio di Poteggiano in questa terra.”
Quindi alla costruzione del Casino vigilava la Deputazione del Duca di Bivona rappresentata in questo anno, 1693, da Antonino Navarra. Ma nel frattempo stava facendosi strada un calamonacese, Calogero Di Giovanni che dalla borghesia stava passando alla media nobiltà. 
Così il feudo di Magone diveniva agri-baronia nei primi del 1700 con il secreto e affittuario degli stati di Ribera e Caltabellotta, Calogero Di Giovanni.
Calogero Di Giovanni si trasferiva a Ribera, proveniente da Sciacca, nel 1692, epoca in cui acquista una vigna nella Piana di Stampaci vendutagli da Michele Di Leo. Pensa così di porre la sua dimora a Ribera e si fa costruire un palazzetto dal capomastro di Cattolica Pellegrino Vanella. Gli intagli li commissionava invece ai fratelli mastri Felice e Ignazio Miraglia di Ribera.
Quindi alla morte di Calogero Di Giovanni (1717) venne fatto l’inventario  dei beni che possedeva e fra questi vi era anche il feudo di Magone ed il Casino. L’atto porta la data del 28 aprile e vi leggiamo:
Item numero 36000 di vigne d’anni 14 in circa existenti nella Piana di Magone territorio di Caltabellotta confinante al Casino divise in 4 partenze.
Item altro migliaro (più altre 2000) di vigne nella Cava del Crivaro in detto Casino…
(In tutto 89000 viti)
Item 4000 di piedi di olive in circa essistenti in dette vigne piantate d’anni 4 e 6 in circa.
Item altri tumuli tre di terre nel medesimo luoco dove vi sono piantati diversi alberi di frutti di anni 4 e 6 in circa con suo gebbia di acqua à guisa di giardino.
Item un Palazzo sito e posito nel fego seu Piana di Magone uti dicitur il Casino consistente in numero 23 corpi di case trà quelle di sopra ed officine di sotto con sua chiesa inclusa e magazzino con cortiglio grande e cisterna dove vi sono dentro le infrascritte robbe cioè:
In primis n. 40 quatri di diversi paesaggi ordinarij con sue cornici negre…
Item addobbi della Chiesa cioè un calice di argento,…una casubula bianca ed altra negra con sue manipole e stole, un missale di requiem, altro missale Romano, un cammiso con cingolo ed ammitto di tela, un moccatorello di ampolline, due tovaglie di altare, due bossole per l’Ostia, n. 6 candileri dorati di mustura con sua croce e vasetti e rametti.
Nel 1847-50 la consistenza della masseria la vediamo dal catasto provvisorio sopra citato.
La residenza veniva usata fino al XIX secolo dai proprietari sia per i lavori stagionali che per sollazzo estivo, dove amavano andare anche i Consiglio. Infatti in un atto notarile del 1812 apprendiamo le lamentele di Giovanni Battista per il fetore che proveniva dalla valle sottostante a causa della coltivazione del riso:
Avanzò suo ricorso alla Maestà Sua Ill.ma D.G., l’Ill.mo Signor Don Giovanni Battista Consiglio barone di castel Belice, e di Magone della città di Sciacca implorando le opportune provvidenze sul pregiudizio che viene a recarsi alla sanità della gente di servizio addetta alla coltura del suo predio nella quontrada di Magone territorio di questa terra di Ribera di Moncada, ed alla salute della sua persona nommeno che della sua famiglia nel tempo che trattengonsi nella Casina di detto fondo per villeggiare in ogni anno; e ciò per l’aere pestifero caggionato dalle risiere fatte dalli infrascritti naturali di questa in quei contorni infra la distanza di tre miglia di là dall’abitato prescritta dalle leggi.” Quindi viene imposto a coloro che coltivavano il riso di togliere queste colture ed impiantare altro tipo di piantagioni, ma dovrà passare ancora più di mezzo secolo  e l’interessamento del dottore e poeta Vincenzo Navarro per poter capire che anche la malaria aveva a che fare con le risaie.


Raimondo Lentini



La famiglia Turano baroni di Campello originaria di Caltabellotta

La famiglia Turano ha origine da Caltabellotta dove il capostipite Giacomo era sposato con una certa Costanza. Essi, tra gli altri, avevano un figlio, Giuseppe, giurato di Caltabellotta che si sposava a Sciacca il 2 giugno 1571 con Laura Amato figlia del magnifico giurato Tommaso e Benedetta Garro. Nel rivelo del 1593 che Giuseppe presenta a Caltabellotta dichiara di avere 49 anni e quattro figli: Sebastiano di 13 anni, Accursio di 8 anni, Girolamo di 4 anni e Leonarda.
La linea che ci interessa è quella di Girolamo il quale si sposa pure Sciacca il 23 ottobre 1617 con Angelica Landolina (nata a Sciacca il 21 settembre 1595) figlia del dottor Serafino e Gesua Siragusa originari di Agrigento.
A Sciacca erano presenti molti Turano che ricoprivano cariche pubbliche (giurati). Tra questi ricordiamo un Giacomo nel 1591, 1607; un Francesco nel 1600 ‘05 ‘09 ‘12 ‘13 ‘14; un Mario nel 1620; un Vincenzo nel 1653 ‘81 ‘94; un Giovanni nel 1655; un Alessandro nel 1690. Un Giuseppe fu capitano d’armi nel 1595. Anche a Caltabellotta membri di questa famiglia sono stati giurati e amministratori come un Girolamo nel 1551 secreto, un Tommaso e un Antonino nel 1567-68, un Mandricardo nel 1629.
Stavolta Girolamo e Angelica Landolina si stabiliscono a Sciacca e dal matrimonio nascono Laura Filippa nata a Sciacca (Matrice) il 22 giugno 1618, Mario Baldassare nato a Sciacca (S. Vito) il 2 settembre 1620, Gaspare Francesco idem il 7 febbraio 1622, Giuseppe Benedetto Melchiorre idem il 21 marzo 1635 e Serafino (il cui nome proviene dalla famiglia Landolina) nel 1629, ma non a Sciacca.
Secondo le ricerche fatte dalla famiglia Serafino si sposava il 2 febbraio 1652 a Burgio con Caterina Gallo e Marsala, però nei registri parrocchiali non si trova traccia di tale matrimonio. Egli è stato il primo ad essere insignito del titolo di barone. Infatti il San Martino De Spucches riferisce: "Serafino Turano e Landolina, con privilegio dato il 17 marzo 1668, ottenne concessione del titolo di barone di Cambelli e Catamaggi; un Girolamo (discendente diretto di Serafino) acquistò la baronia di Suttafari, di cui ottenne investitura a 26 giugno 1798."
Da questo momento il ramo di questa famiglia aggiungerà a Turano un secondo cognome cioè "Campello". Dal matrimonio tra Serafino e Caterina nasceva a Burgio, tra gli altri, Girolamo il 7 settembre 1653, il quale sposava, sempre a Burgio l'1 settembre 1681, donna Bartolomea Sgaraglino, vedova di Francesco Giacomazzo e figlia del fu Antonio e di Pietronilla Sciortino (nata il 15 novembre 1655 e morta il 10 novembre 1722). E da questi nasceva così Gioacchino il 24 dicembre 1686 il quale si sposava a Ribera il 2 settembre 1708 con Caterina Navarra di Antonino e Giovanna Pasciuta.
Il ceppo principale dei Turano Campello si trasferiva così a Ribera dove continuava ad amministrare, oltre i propri beni di Burgio, Sciacca e Ribera, anche quelli del Duca di Bivona.
Da Gioacchino e Caterina nascevano a Ribera Girolamo l'1 agosto 1709 e Antonino il 23 ottobre 1710. I due fratelli affittarono dal Duca di Bivona gli stati di Ribera e Caltabellotta, amministravano la cosa pubblica e Girolamo fu anche governatore della confraternita del SS. Rosario, mentre Antonino lo fu di quella del SS. Sacramento.
I due fratelli Turano avevano sposato nel 1739 due sorelle appartenenti alla facoltosa famiglia dei Coffaro di Cammarata e rispettivamente Girolamo a Luisa e Antonino, Domenica.
Girolamo amministrava oltre alla confraternita anche la cassa del comune e su ordine dell'amministratore dei beni del Duca di Bivona elargiva gli avanzi di cassa che servirono per la costruzione della Chiesa Madre di Ribera, mentre alla sua morte per un periodo la cassa comunale venne mantenuta dalla moglie Luisa.
Girolamo moriva nel 1759 cioè l'anno prima della inaugurazione della Chiesa Madre e ciononostante volle esservi seppellito, sotto la pseudo cupola e in faciem l'altare maggiore. Al momento della riesumazione indossava una tunica di fodera marrone che era probabilmente il saio della confraternita.
Antonino nel suo testamento datato 7 gennaio 1761 chiede di essere seppellito accanto al fratello Girolamo nella Chiesa Madre, ma non abbiamo trovato traccia di alcuna lapide nel pavimento.
Il titolo di barone era naturalmente di Girolamo come primogenito che generava, tra gli altri, Serafino (battezzato a Sciacca il 9 settembre 1752). Serafino veniva investito barone di Suttafari (vedi sopra) e fu colui che ospitò l'inglese Charles Henry Swinburne nel suo passaggio per Ribera. Da Serafino e la moglie Benedetta Napoli e Savatteri da Bivona, nasceva a Ribera e veniva battezzato a Sciacca il 16 maggio 1776 Girolamo il quale fu sindaco di Ribera e anch'egli governatore della confraternita del SS. Rosario e ne ristrutturò la chiesa ed ivi volle essere seppellito alla morte, avvenuta nel 1839.
A questo proposito possiamo aggiungere che in una ricognizione fatta nel 2002 presso lo Stazzone di Ciavolaro abbiamo rinvenuto un pezzo della lapide sepolcrale del detto barone dove si legge: "HIC. E.... HIERON... B.NIS CAMPELLI... QUI. OBIIT. DIE. 20. N....". È indubbiamente la sua lapide, infatti egli è morto il 20 novembre 1839 ed è stato sepolto nella chiesa del Rosario e dal suo testamento apprendiamo che volle essere messo di fronte all'altare. La lapide è in attesa di giusta collocazione.
Per i secoli successivi i baroni Turano Campello vissero a Ribera mentre gli eredi attuali si trovano tra Sciacca, Palermo, Roma e la stessa Ribera.
Nei testi araldici consultati non abbiamo trovato lo stemma, ma nella cappella gentilizia di recente costruzione sita nel cimitero di Ribera ne abbiamo trovato uno in marmo monocromatico dove però non si possono evincere i colori (vedi foto).

Raimondo Lentini

I Montalbano baroni di Castellaci, Monte Ilare e Villamena


Anche i Montalbano come gli altri baroni di cui abbiamo trattato divennero baroni per aver comprato il titolo nel '700.
Il cognome è molto diffuso in tutta Italia, ma quello siciliano deriva da Montalbano Elicona (ME), sede di un antico castello che fu residenza estiva di Federico II di Aragona. Il significato del toponimo è chiaro: mons Albani = monte di Albano, dove per Albano si intende forse il nome di un santo o l'etnico della città di Alba.
A Caltabellotta esiste da immemorabile tempo. La Scandaliato nel suo libro Judaica minora sicula riporta un Nicolò vissuto alla fine del '400; nel 1554 un Ranieri si sposa a con Medea Vacante; nel 1532 un Giovanni di Bivona si sposa a Caltabellotta con Antonella Favoroso; un Pietro fa testamento nel 1541; un Marco (probabilmente antenato del ramo che ci interessa) si sposa nel 1583 con Alessandra Intermaggio.
Il capostipite del ramo che ci interessa è un Marco sposato intorno al 1660 con Francesca Mauceri. Di questo non abbiamo trovato nessun titolo né di mastro e nemmeno di don o magnifico, quindi la sua attività non ci è nota, ma ebbe quattro figli di cui due notai:
1) Gaetano sposato a Caltabellotta l'8 aprile 1681 con Antonia Vetrano fu Girolamo e di Dorotea Collocassio (cugina materna di don Ottavio Spadaro);
2) Giuseppe sposato a Caltabellotta il 7 gennaio 1690 con Giovanna Caruso di Giacomo e Anna Montalbano;
3) Nicola notaio, nato a Caltabellotta il 7 giugno 1673 e morto a Ribera il 16 novembre 1699, sposato a Ribera il 20 settembre 1698 con Anna Cambisano fu Martino e di Laura Cascasi; roga a Ribera dal 1698 al 1699;
4) Benedetto notaio (Francesco Benedetto al battesimo nato a Caltabellotta il 20 ottobre 1665 e morto a Caltabellotta il 14 novembre 1713) si sposa con certa Caterina.  Egli roga a Ribera dal 1688 al 1690 poi si trasferisce a Caltabellotta e roga dal 1690 al 1713.
Giuseppe e Giovanna Caruso ebbero, tra gli altri, Francesco nato nel 1704 che, come gli zii, viene avviato al notariato. Inizia la sua attività nel 1733 e l'anno successivo si sposa a Lucca Sicula, il 3 maggio,  con donna Leonarda Cocchiara figlia del fu don Giuseppe e donna Palma Maria Iacono e vedova di don Domenico Gaglio. Leonarda moriva il 5 luglio 1780 a 67 anni e Francesco il 16 giugno del 1791.
Da questi nacque il 10 marzo 1759 Pellegrino si laureava in ambedue i diritti (canonico e giuridico "Utriusque Juris Doctor") ed il padre gli faceva ottenere il 10 giugno 1779 il titolo di barone di Castellaci, Monte Ilare e Villamena; si sposava in prime nozze a Caltabellotta il 5 febbraio 1782 con donna Caterina Curcio (morta l'11 agosto 1811 a 63 anni) figlia di don Benedetto e di donna Rosa Farina. Da questo matrimonio nasceva Marianna (morta il 18 marzo 1876 a 85 anni) sposata a Caltabellotta il 22 marzo 1812 con il notaio Pellegrino Ragusa (morto il 20 agosto 1871 a 87 anni) figlio del notaio Alberto e di donna Caterina Grisafi.
Quindi si sposava in seconde nozze sempre a Caltabellotta il 16 dicembre 1811 con donna Paola Concetta Grisafi (morta il 19 maggio 1861 a 66 anni) figlia del fu don Mariano e di donna Maria Anna Cattano. E da questo matrimonio nasceva Maria Carolina (morta il 30 dicembre 1875 a 66 anni) sposata a Caltabellotta il 5 ottobre 1835 con il barone di Scunda don Emanuele Bona figlio del fu barone don Giuseppe e fu donna Giuseppa Pastore.
Il barone Pellegrino fu proconservatore in Caltabellotta negli anni 1800, 1805, 1806. Insieme alla seconda moglie fu padrino di battesimo, nel 1830, dell'arciprete Luigi Montalbano (1878-1916) figlio del dottore in medicina don Giuseppe e donna Pellegrina Grado.
Pellegrino moriva a Caltabellotta il 26 marzo 1833.
A proposito della famiglia Montalbano di Sciacca il Ciaccio ci riferisce quanto segue: "Famiglia proveniente da Caltabellotta e da Ribera. Nei libri parrocchiali del sec. XVI troviamo alcuni di essa notati col titolo di magnifici, che allora davasi alle persone dell’aristocrazia. Onde un ramo della stessa dovette appartenere a tale classe, come si deduce anche dal matrimonio di Calogera col nobile Calogero Graffeo (1. Atto 29 dicembre 1521, in not. A. Cutrona). Di questa famiglia vi sono stati (a Sciacca) quattro notaj, cioè: Natale dal 1749 al 1752, Paolo dal 1829 al 1846, Santi dal 1846 al 1892, ed il vivente cav. Ignazio dal 1864. Oggi della medesima vi sono eziandio villici, marinari ed operai di vario mestiere."
A Caltabellotta vi sono stati otto notai con questo cognome di cui un altro Francesco contemporaneo del nostro; a Burgio uno; uno a Menfi e quattro a Favara.
Mentre il San martino De Spucches al quadro 1768 a proposito dei baroni di Castellaci, Monte Ilare e Villamena ci dice: "Don Pietro Cutrona da Messina, con privilegio del 26 agosto 1763 ebbe concesso il titolo suddetto, trasmissibile ai suoi eredi e successori. Passò a Don Pellegrino Montalbano che ottenne lettere osservatoriali di riconoscimento in data 10 giugno 1779."
Ed il Mango di Casalgerardo trattando delle famiglie nobili siciliane con questo cognome dice: "Un Giovan Tommaso, a 15 ottobre 1763, ottenne investitura del titolo di barone dell’ufficio di Portulanotto di Licata; un Pellegrino, da Caltabellotta, con privilegio dato a 10 giugno 1779, ottenne il titolo di barone di Castellaci, Monte Ilare e Villamena e fu proconservatore in Caltabellotta negli anni 1800, 1805, 1806; un Francesco-Maria a 16 luglio 1790 ottenne investitura del titolo di barone di Maurogiovanni; un Antonio, a 8 ottobre 1792, ottenne un attestato di nobiltà dal senato di Palermo.

Arma: d’azzurro, al monte a cinque vette d’oro, uscente dal mare fluttuoso d’argento e di nero."
Raimondo Lentini
Il territorio che oggi appartiene a Ribera era un tempo, in massima parte, compreso in quello di Caltabellotta e Sciacca e come del rersto tutta la Sicilia è stato sempre abitato, dalla preistoria fino ad oggi.
Tracce di insediamenti si trovano addirittura anche dentro lo stesso comune. Infatti nella zona sud del paese si sono trovati reperti di epoca bizantina e siccome a questi successero gli arabi anche il nome del nostro territorio venne chiamato da questi "Misilcassim" che significa «Manazil”, plurale di Manzil che potrebbe stare per “luogo dove si smonta da cavallo”, e perciò “stazione” o per Misil, casale, e Cassim, probabilmente per il nome del primo proprietario di quel territorio, Ibn ‘al Qâsim, o più verosimilmente per la morfologia del terreno. Infatti Qassim potrebbe anche significare “dividere, spartire”, quindi “casale-feudo compreso o diviso (tra due fiumi).
Questo denota che il territorio possedeva abitazioni.
Anche il famoso geografo Edrisi descrivendo il nostro territorio dice:
«Caltabellotta è valido castello e torreggiante fortalizio [costruito sopra] alta vetta, [in sito] scosceso; ma gli appartengono eletti e ubertosi campi e belle e ricche massarie, [che producono] diverse specie di frutta rarissime; ed ha sorgenti e fiumi con molti molini.»
Da queste descrizioni si può dedurre, dunque, che il nostro territorio era caratterizzato da terreni fertilissimi (come del resto lo è tutt’oggi), costellato da agglomerati rurali, uno dei quali era proprio il nostro casale di Misilcassim.
Nel periodo storico successivo e particolarmente dopo la riconquista della Sicilia alla cristianità molti toponimi rimasero gli stessi di prima e così anche Misilcassim e la documentazione pervenutaci è più prodiga di particolari, infatti da un atto del 3 agosto 1332, quando Scaloro degli Uberti, fiorentino abitante in Sicilia, percepisce i proventi di quell’anno ed in questo documento ritroviamo che il casale era provvisto di un Baiulo, che era il massimo responsabile dell’amministrazione civica, e di almeno cento abitanti del casale di Misilcassim, dandoci così la certezza dell’effettiva esistenza del centro abitato.
Nel ‘400 i piccoli casali cominciarono a perdere l’autonomia amministrativa e scomparvero, o meglio vennero semplicemente chiamati masserie o bagli, mentre i loro abitanti furono censiti nei paesi più vicini, oppure andarono a popolare i nuovi centri fondati dai feudatari tramite regolare autorizzazione regia e secondo i piani degli spagnoli. Questi nuovi borghi sorsero con nuovi nomi che denotarono le mutate condizioni della campagna e dei loro possessori. Mentre alcuni casali, fortificati o meno, si ingrandirono fino a diventare veri e propri centri.
Per quanto riguarda Misilcassim abbiamo ragione di credere che si trovava nel feudo di Stampaci dove si hanno notizie di un consistente vigneto con case fin dalla metà del 500.
Analizzando un documento del 1592, cioè alla morte di Giovanni Luna, vi leggiamo che a Stampaci vi erano dei “domibus” dove si trovavano utensili ed oggetti rurali. Abbiamo motivo di pensare che queste case si trovassero nell’attuale cortile Genova e un torrione con un magazzino poi trasformato a chiesa nell’attuale piazza S. Antonino.
Il 9 giugno 1627 Luigi Guglielmo Moncada, che in quella data aveva appena 13 anni, si investiva della contea di Caltabellotta e della Baronia di Misilcassim.
Luigi Guglielmo sposava nel 1629, in prime nozze, Maria Afan de Ribera e Mora figlia di Ferdinando, duca di Alcalà Viceré di Sicilia e in seconde nozze sposava Caterina Moncada e Di Castro, figlia del Marchese di Aitona.
Era ventunenne quando gli veniva conferita dal Sovrano la carica di Presidente del Regno, che teneva dal 1635 al 1638 succedendo al suocero che era stato nominato Governatore di Milano. Veniva, in seguito, nominato Viceré in Sardegna nel 1647 e poi Viceré di Valenza nel 1657. Nel 1660 restava vedovo e nel concistoro del 7 marzo 1667 veniva creato, dal Pontefice Alessandro VII, Cardinale di Santa Romana Chiesa; non partecipava a nessun conclave e moriva a Madrid il 4 Maggio del 1672. Fu sepolto nella tomba del duca di Alcalà nel convento dei Cappuccini di San Antonio, Madrid. Le sue spoglie furono trasferite nel 1674, secondo la sua volontà, nella chiesa di S. Domenico Maggiore a Napoli, tomba dei suoi avi, sovrani aragonesi di quel regno.
Il Moncada, come tutti i grandi feudatari del tempo, non era e non poteva essere interessato agli avvenimenti locali delle proprie terre come potrebbe pensarsi. Oppresso da difficoltà economiche crescenti, era costretto a cedere l’amministrazione del proprio patrimonio alla Deputazione degli Stati, un organismo creato per curare i grossi patrimoni feudali in passivo. Infatti il Moncada, impegnato come era al servizio della Spagna e lontano dall’Isola, aveva finito col disinteressarsi delle terre di cui era signore, e per questo motivo era costretto ad affittare tutti i suoi “Stati”, ossia le città ed i feudi ad esse circostanti.
La nascita di Ribera non si inserisce, comunque, nel piano degli spagnoli che incentivavano i baroni a ripopolare i vasti feudi, ma a dei problemi che il Moncada ebbe con i caltabellottesi.
Infatti Ribera veniva fondata oltre che per le esigenze dei coloni che coltivavano il vigneto esistente nel feudo, anche per far fronte alle proteste degli abitanti di Caltabellotta i quali si lamentavano per le troppe tasse che pagavano. Questi versavano le gabelle per 8.000 abitanti, mentre, secondo la numerazione delle anime fatta dall’arciprete Giandalia, risultavano essere, in quel periodo, solo 3.500. Questo significava che molti abitanti avevano abbandonato Caltabellotta per andare ad abitare i nuovi centri dove i feudatari concedevano case e terre a censo, sgravi fiscali, nuova personalità giuridica e, quello che contava di più, l’esonero dai debiti contratti nei paesi di provenienza. 
In quegli anni erano sorti nella zona: Villafranca nel 1499, Calamonaci nel 1574 e 1608, Montallegro nel 1574, Cattolica nel 1610, Lucca nel 1621, S. Anna nel 1622, S. Carlo nel 1628, ecc., mentre antiche città come Caltabellotta, Sciacca, Bisacquino, Chiusa, Palazzo Adriano, Burgio, andavano spopolandosi.
Dunque il Principe per controbilanciare questo processo di spopolamento nella contea di Caltabellotta, decideva di fondare a valle un nuovo centro per dare possibilità ai suoi abitanti di coltivare meglio i terreni più pianeggianti, senza peraltro perderli.
Quindi possiamo affermare, senza ombra di dubbio, che sotto Luigi Guglielmo Moncada veniva fondata Ribera nella preesistente masseria che vi era nel feudo chiamato nella seconda metà del 500 “Vigna di Stampaci”.
Da una documento notarile con cui di quel periodo risulta inoltre che prima della nascita di Ribera i censi della Piana di Stampaci venivano pagati da sole cinque persone: Giacomo di Campo, Antonino di Benedetto, Nicola di Marta, Vito Quartararo e Giovanni Montalbano tutte di Caltabellotta. Mentre negli anni successivi aumentarono per la nascita del comune e vi si aggiunsero altre persone non solo di Caltabellotta, ma di molti altri paesi limitrofi.
Ma il problema che hanno avuto gli storici del passato riguarda la data di fondazione, visto che non esiste nessuna “licentia populandi”.
Alcuni hanno sostenuto che venne edificata nel 1627, altri nel 1628, altri nel 1633, altri ancora nel 1635.
Ma allora qual’è la vera data della fondazione di Ribera?
Alla luce di documenti notarili da me ritrovati nel 1985, possiamo affermare che la costruzione vera e propria della città di Ribera aveva inizio il 29 marzo 1635, in virtù di un atto con cui il Principe di Paternò nominava secreto Giovanni Antonio Spataro, di Caltabellotta, e dove ordinava allo stesso di concedere a censo parte del territorio del feudo di Piana Stampaci. E con altri atti successivi che hanno inizio il 7 aprile 1635 nei quali leggiamo che il Principe intendeva in detta Piana costruire “unam terram” cioè un centro abitato, come si diceva allora.
Die VII aprilis 3ª Ind. 1635
Notum facimus et testamur quod Joannis Antonius Spadari terre Calatabellocte ... concessit et concedit Vincentius Catanzaro ... petium terrarum vocatum della Rindina in Plana Stampacis … 
Et quia dittus Excell.mus Princeps intindit in ditta plana Stampaci construere unam terram ideo dittus emphiteuta teneatur … Princips conficere voluisset terram predettam fabricare unam domum ad eius expensas in ditta terra noviter fabricanda in ditto Plano Stampacis…
La mancanza di “Licentia populandi” o “Jus ædificandi”, la quale non risulta nei documenti viceregi, è giustificabile sicuramente dal massimo grado politico siciliano ricoperto dal Principe e prima ancora dal suocero e gli veniva imposto il nome di “Ribera di Moncada”.
In realtà non abbiamo nessun documento dove possiamo evincere il giorno esatto in cui è stato imposto il nome di Ribera, ma convenzionalmente abbiamo scelto il 25 febbraio 1636 poiché in atti precedenti questo giorno non abbiamo trovato tracce di questo nome.
Analizziamo i documenti:
- 11 novembre 1635 Giovani Antonio Spadaro concede in enfiteusi del terreno a certo Giacomo Campo sito in “territorio preditte terre Caltabellocte et in Plana Stampacis”, dunque in questa data Piana Stampaci è ancora in territorio di Caltabellotta;
- 15 gennaio 1636 “arrendamento”, cioè affitto, di Ribera e Caltabellotta all’abate Antonino Castiglione; il nuovo centro viene chiamato “terretoreum la piana di stampaci” e non c’è traccia del nome Ribera;
- 25 febbraio 1636 Giovani Antonio Spadaro concede in enfiteusi del terreno a certo Antonino Grisafi “in Plana Stampacis ... extra terretoreum huius predicte terre Caltabellotta ac terre Ribere de Moncada...”, quindi Ribera e Piana Stampaci fanno da questa data, o almeno tra il 15 gennaio ed il 25 febbraio, territorio a sé e nome nuovo.

Così un’altra donna, Maria Afan de Ribera, dopo le famose Diana Moncada e Diana de Luna per il castello, ha legato il suo nome alla nostra terra.
La baronia di Favarella

Don Bradamante (o Brandimarte) Morso era proprietario e possessore di alcuni territori siti in Caltabellotta denominati Spedale, La Ghissa e La Favarella; chiese ed ottenne l'infeudazione di questi terreni al re Filippo II il 22 luglio 1575 e il titolo venne denominato "Baronia di Favarella". Egli moriva a Palermo il 29 giugno 1589 a 54 anni.
Di chi fosse figlio questo Bradamante non risulta dai testi editi, però abbiamo trovato un atto stilato dal notaio Pastamolla di Caltabellotta datato 3 settembre 1525 in cui si dice che tempo prima era stato contratto matrimonio tra Margherita Turano figlia del nobile Giovanni e della fu Costanza ed il nobile Nicola Morso. In tale atto leggiamo che il matrimonio era stato contratto a Palermo e l'atto dotale era stato fatto dal notaio Antonino De Aiuto il 28 aprile 1524. Margherita Turano doveva essere di Caltabellotta e probabilmente aveva portato in dote i territori di cui abbiamo parlato sopra; a loro era succeduto il figlio Bradamante il quale fece elevare i territori a baronia e ne acquisì il titolo.
Dal Ciaccio abbiamo notizia, inoltre, che un Pompilio Morso figlio di Nicolò e Margherita di Palermo (quindi probabile fratello di Bradamante) si sposa il 20 marzo 1576 con Claudia Buondelmonte.
Nessuno della famiglia ha poi abitato più stabilmente a Caltabellotta, ma probabilmente vi si recavano per amministrare i loro beni e così occasionalmente vi si ritrovavano. Come ad esempio il 29 marzo del 1683 si sposò a Caltabellotta donna Anna Morso figlia del barone don Nicola e di donna Margherita Adamo con il cugino don Adamo Adamo figlio di don Girolamo e di donna Antonina Maurici da Mazara e abitante a Palermo.
Occasionalmente qualche persona notabile li chiamava per fare da padrini  come è successo per il battesimo del futuro arciprete di Caltabellotta Pellegrino Muscarnera nato l’11 marzo 1756 da don Giuseppe e donna Anna Pampinella e battezzato il giorno dopo dall’arciprete Genova che ha avuto come padrini donna Giuseppa Morso e Vanni, baronessa di Favarella, e il figlio don Girolamo Morso e Vanni di Palermo.
L'ultima investitura venne fatta a don Giuseppe Morso Parisi il 2 ottobre 1807 il quale si era sposato il 9 maggio 1784 con Angela Sartorio Barzellini. A loro successe il figlio Girolamo nato nel 1787 ma non ci sono state altre investiture.
Secondo il Mango Casalgerardo (Nobiliario di Sicilia) la famiglia dovrebbe essere "originaria di Firenze, portata in Sicilia da un Fiorello ai tempi di Ferdinando il Cattolico. Un Giovanni acquistò da Troiano Abbate e Calcerando Corbera la terra e castello di Gibellina; un Brandimarte, con privilegio dato a 22 luglio esecutoriato a 28 novembre 1575, ottenne il titolo di barone di Favarella ed egli stesso tenne la carica di senatore di Palermo nel 1578-79, 1584-85; un Gerardo fu governatore del Monte di Pietà nel 1579; un Nicolò fu senatore di Palermo nel 1607-8; un Antonino, barone di Gibellina, fu deputato del Regno, capitano di giustizia di Palermo nel 1615-16 e, con privilegio dato a 17 gennaio esecutoriato a 28 febbraio 1619, ottenne il titolo di marchese di Gibellina; un Diego fu primo barone del Mezzograno in sua famiglia; un Francesco-Marchisio, marchese di Gibellina, con privilegio dato a 4 febbraio esecutoriato a 16 maggio 1643, ottenne il titolo di principe di Poggioreale; un Gaspare, principe di Poggioreale nel 1650 fu cavaliere dell’ordine di Alcantara; un Pietro, principe di Poggioreale, ecc. fu cavaliere dell’ordine di San Giacomo, vicario generale e maestro di campo, deputato del Regno e pretore di Palermo nell’anno 1679-80; un Matteo, barone del Mezzograno, fu senatore di Caltagirone nel 1661-62 e capitano di giustizia della stessa città nel 1663-64; un Pietro, principe di Poggioreale, fu pretore di Palermo nel 1681; un Diego, barone di Mezzograno, fu senatore di Caltagirone nel 1691 e capitano di giustizia nell’anno 1701; un Giovan Francesco, principe di Poggioreale, ecc. fu capitano di giustizia di Palermo nel 1693-94, deputato del Regno nel 1720, pretore di Palermo nel 1728, colonnello negli eserciti di Spagna, governatore di Marsala, generale di battaglia nel 1733, commendatore dell’ordine di Calatrava, generale delle galere di Sicilia, ecc.; un Francesco Morso e Leggio, barone del Mezzograno, fu capitano di giustizia di Caltagirone negli anni 1735-36-37-38 e 1754-55; un Nicolò, dei baroni di Favarella fu rettore dell’ospedale grande di Palermo nel 1741, ecc..
Arma: di rosso, al braccio vestito di verde movente dal capo, impugnante con la mano di carnagione un morso di cavallo d’oro."

Raimondo Lentini
Il feudo e il casale di Giraffi

Il nome “Giraffi” proviene presumibilmente dall'arabo ‘guraf’ che vuol dire ‘corrente d'acqua che porta via la terra dalla riva’ e siccome il fiume Verdura, prima di essere fermato a monte con una diga, faceva spesso di questi scherzetti, la cosa è verosimile ed è riferita al luogo che sorge in prossimità di tale fiume.
Le più antiche notizie che abbiamo del territorio “delli Giraffi” risalgono al 16 luglio 1487 quando Caterina vedova di Giovanni Amato dona al nipote Pietro Amato, minorenne, tale territorio.
Però da altra fonte apprendiamo che il feudo venne in possesso del magnifico Bernardino Buondelmonte figlio di Guglielmo e Isabella come dote per il matrimonio avvenuto il 25 gennaio 1485 con Margherita Noceto di Francesco (o Orlando o Gerlando?) e Francesca. Bernardino però era al suo secondo matrimonio ed in prime nozze aveva sposato il 31 luglio 1472 Eleonora Ferreri vedova Amato. Infatti in un altro atto del 24 settembre 1500 il magnifico Bernardino Buondelmonti ed il figliastro Francesco Amato hanno una vertenza relativa agli alimenti che il primo deve al secondo e connessa con il territorio detto “Li Giraffi”.
Certo è comunque che agli inizi del secolo successivo il territorio appartiene al Buondelmonti. Infatti il 25 febbraio 1516 la nobile Margherita Noceto, moglie del nobile Bernardino Buondelmonti, con il consenso del marito concede a Bartolo Iangrosso di Caltabellotta di fare una masseria e un aratato e mezzo nel territorio “di li Giraffi” per quattro anni, in ragione di un certo quantitativo di orzo, portato ogni anno a Sciacca, il carnaggio, formaggio e burro.
Il territorio comunque apparteneva a Margherita Noceto visto che nel suo testamento del 5 ottobre 1517 lo lascia alla figlia Caterina e, qualora questa morisse, andasse agli altri figli Guglielmo e Antonino. Infatti sembra che Caterina sia morta e così anche Guglielmo e il proprietario diventa quindi Antonino. Mentre tra gli altri legati testamentari risulta che i due figli maschi devono dare alla femmina 300 onze (200 in moneta e 100 in arnesio); se si sposasse la sorella avrebbero diritto ai due terzi di “Li Giraffi”; nomina erede particolare la figlia Eufemia, sposata con certo Leto di Agrigento per la dote promessa ed in parte pagata che dovrà avere una parte delle entrate di “Li Giraffi” e una “chucca de bisito”; nomina eredi particolari i figli Guglielmo e Antonino, in una gramaglia per ciascuno; lascia gli alimenti al marito a condizione che non convolasse a nuove nozze. Morto il marito la sua parte dovrà andare ai due figli maschi. Lascia al figlio Antonino le case in cui lui ora abita con tutti i loro oneri.
Antonino Buondelmonti si sposa intorno al 1506 con Calogera Violetta figlia di Antonino e Giglia; da questo matrimonio nasce Matteo che, ancora infante, eredita anche il territorio delli Giraffi alla morte del padre avvenuta qualche giorno prima del 17 marzo 1528 data in cui venne fatto l'inventario dei beni.
Da Antonino e Calogera Buondelmonti nasce anche Sebastiano che sposa nel 1553 Grazia Maurici. Molto longeva è invece Calogera Violetta poiché sappiamo che il 24 ottobre 1580 venne fatto l'inventario ereditario dal notaio Girolamo Ficano poiché morta ab intestato all'età di quasi cento anni.
Matteo quindi sposa il 28 ottobre 1547 Girolama Lo Manno figlia di Pietro e Costanza. Ebbero questi solo due figlie, Claudia nata tra il 1548 ed il 1549, Caterina Francesca Antonina nata l'8 ottobre 1550, Costanza nata il 13 novembre 1553, probabilmente morta.
Dopo pochissimi anni dal matrimonio Matteo muore qualche giorno prima del 19 luglio 1555 data dell'inventario dei beni e nel testamento del 14 giugno 1555 nomina sua erede universale di ogni suo bene, ed in particolare dei territori di Giraffi e di Monte di Sara la magnifica domina Caterinella, sua figlia secondogenita.
Caterina Buondelmonte sposa il 27 gennaio 1573 Marco Maringo figlio di Pietro che era nato a Sciacca il 30 aprile 1553 e morto di peste qualche giorno prima del 31 ottobre 1575. Egli lascia una sola figlia, Beatrice, nata il 7 ottobre 1574.
Rimasta vedova Caterina Buondelmonte si risposa il 18 luglio 1578 con Pietro Federico portando in dote il territorio di “Li Giraffi”. Poiché il matrimonio si rivelò sterile, con atto del 4 ottobre 1585 il Federico lo restituisce di nuovo alla moglie.
La sorella Claudia era andata in sposa il 20 marzo 1576 a Pompilio Morso figlio di Nicolò e Margherita della città di Palermo, Claudia in questo atto risulta abitante a Caltabellotta.
Beatrice Maringo figlia di Marco e Caterina Buondelmonte sposa il 24 agosto 1591 Baldassare Li Chiavi figlio di Panfilo e Antonia e porta in dote il territorio di “Li Giraffi”.
Rimasta vedova Beatrice vende il territorio di “Li Giraffi” in accordo col figlio Francesco erede, al sacerdote Antonino Marsala da Burgio giusto atto del notaio Vito Lauro di Sciacca del 24 dicembre 1642 trascritto dal notaio Giuseppe Rumore di Burgio del 17 ottobre 1643 e ratificato il 29 ottobre 1643 in notaio D’Amico.
Purtroppo non essendo un feudo legato a un titolo nobiliare non siamo in grado di sapere, senza approfondite ricerche, i successivi proprietari.
Dagli atti notarili da noi ritrovati fino al ‘500 nel territorio non risulta esserci nessun baglio. Abbiamo infatti delle ingabellazioni, delle divisioni e donazioni che vanno dal 1555 al 1595. Invece nell’atto di vendita sopra citato, quindi nel 1642, leggiamo: “…territorium vocatum delli Giraffi cum eius vinea, palmento, turculare, stantijs, turri, antiis, foneis, arboribus silvestris et domesticis, terrarum, fontibus, apiarum, cannetis et aliis in eo existentibus situm et positum in valle Mazarie huius Sicilie regni et in territorio terre Caltabillocte confinantem ex parte orientis cum flumine eiusdem terre Caltabillocte, confinante ex parte occidentis cum territorio Martuse, et alios confines…”. Quindi la masseria o almeno una torre con delle case era stata costruita nella prima metà del ‘600 da Betrice Maringo in li Chiavi.
Quella che oggi vediamo è una masseria con cortile rettangolare chiuso e si sviluppa su due livelli ed include magazzini, mangiatoie per animali ed una parte residenziale al piano superiore. Sul prospetto principale vi è anche un balcone a sinistra del portale ad arco fatto con conci di tufo arenario e sul quale si legge la data 1883, anno in cui probabilmente subì radicali restauri che ci presentano la masseria come è oggi. Attualmente alcuni vani sono in parte ruderi.
Nello stemma gentilizio dei Buondelmonte si rilevava una croce sopra cinque monti d’oro in un campo diviso orizzontalmente, la cui metà superiore azzurra e la inferiore bianca.

Raimondo Lentini
I Bona baroni di Scunda

La famiglia Bona, secondo il Ciaccio è originaria, di Mondovì, come ci riferisce nel suo libro "Sciacca. Notizie storiche e documenti": "Il primo che venne in Sicilia fu un Antonino, portando con se un vistoso contante, e fermando la sua residenza in Morreale. Quivi sposando Contessa Plaja procreò Filippo, che nel 1585 prese in moglie Francesca Costa e divenne padre di Ambrogio, da cui nacque Filippo, che ne’ primi anni del 1600 fu investito del titolo baronale di Scunda (o Rahalmaimone), e nel 1648 sposò Filippa Destefano. Da costoro ne vennero diversi figli, che si domiciliarono in vari paesi e città dell’Isola, imparentandosi con primarie case aristocratiche. Colui che impiantò qui la famiglia fu probabilmente Ambrogio, sposatosi nel 1675 con Caterina Gerbino, da cui nacquero Gioacchino e Giuseppe, e da costui Aurelio, che fu il primo ad aversi la baronia del Giardinello, tramandandone il titolo ai suoi discendenti, dei quali ultimo fu il baroncello Francesco, morto scapolo a’ 15 giugno 1879, con cui si estinse la famiglia, non restando che tre femmine, una delle quali moglie allo avv. Salvatore Vassallo, che è stato giudice di questo Tribunale e Presidente della Congregazione di Carità. Pel matrimonio di Francesco con Aurelia Tagliavia, celebratosi a’ 26 marzo 1818, questa famiglia vantava un diritto sul marchesato di San Giacomo. Di essa sono stati Giurati: Gioacchino nel 1714 e 1715: Aurelio nel 1762: Filippo nel 1777: altro Gioacchino nel 1809: Michele nel 1812, e costui nel 1820 fu pure Deputato al Parlamento."
Mentre il Mango Casalgerardo nel suo Nobiliario di Sicilia ci dice: "Questa famiglia pare che abbia avuto sua dimora anche in Palermo, trovando nell’anno 1574-75 giudice capitaniale di questa città un Antonino Bona; e negli anni 1609-10-11 un Gaspare con la carica di giudice della Gran Corte; però fissò sua stabile dimora nella città di Bisacquino. Un Filippo de Bona è il primo di questa famiglia che troviamo investito del feudo di Racalmaimone o Scunda con titolo di barone, feudo e titolo che trasmise al figlio Ambrogio il quale morì nell’aprile del 1694 e venne sepolto nella cattedrale di Bisacquino. Fu Ambrogio padre di altro Filippo che veniva a 26 marzo 1695 investito della baronia di Racalmaimone o Scunda, baronia della quale all’abolizione della feudalità troviamo investito (a 10 dicembre 1789) Giuseppe Bona. Con decreto ministeriale del 12 aprile 1901 il detto titolo di barone di Realmainone (Racalmaimone) ossia Scunda venne riconosciuto in persona di Giuseppe Emanuele Bona. Possedette, e forse ancor oggi possiede, questa famiglia il titolo di barone di Giardinello, del quale troviamo ultimo investito Filippo Bona e Fardella a 31 gennaio 1775."
Quindi se il ramo di Ambrogio baroni di Giardinello prese dimora a Sciacca nel '600, nell'800 l'altro ramo rappresentato da Emanuele, quello dei baroni di Scunda si trasferì da Bisacquino a Caltabellotta, proprio dove si trova il feudo di cui erano signori.
Il primo barone di cui si ha notizia che ebbe il feudo fu Bernardo Inveges che era anche possessore di Calamonaci (feudo) nel 1296.
Dopo varie successioni venne acquistato da Filippo Castiglione nel 1635 e nel 1642 il notaio Francesco Di Stefano lo acquistava dall'abate Antonino Castiglione.
Il Di Stefano dotava la figlia Filippa del feudo ed essa andava in sposa a Filippo Bona. L'investitura porta la data del 10 ottobre 1649. 
Il feudo passò di padre in figlio in questo modo: nel 1672 ad Ambrogio, nel 1695 a Filippo, nel 1716 a Giuseppe, nel 1776 ad Emanuele, nel 1789 a Giuseppe.
Questo Giuseppe aveva sposato a Palermo nella parrocchia Kalsa nell'ottobre del 1785 Giuseppa Pastori di 27 anni figlia di Pietro e Brigida Fraccia.
Giuseppe fu l'ultimo dei Bona che abitò a Bisacquino, e suo figlio Emanuele, nato a Palermo nel 1794, venne a sposarsi a Caltabellotta il 5 ottobre del 1835 con donna Maria Carolina Montalbano figlia del barone di Castellaci, Monte Ilare e Villamena don Pellegrino e di donna Paola Concetta Grisafi e vi pose la dimora sia in paese (di cui tuttora esiste il palazzo) che nello stesso feudo dove già essi venivano per amministrare i loro beni.
Emanuele fu anche sindaco del comune sia nel periodo borbonico, dal 19 gennaio 1856 al 31 dicembre 1858, che dopo l'unità d'Italia dal dal 20 aprile 1861 al 15 marzo 1862 e moriva sempre a Caltabellotta il 30 giugno 1863, mentre la moglie moriva il 30 dicembre 1875 all'età di sessantasei anni.
Ebbero quattro figli: Giuseppe, primogenito e successore al baronato, nato il 22 agosto 1836; Giuseppa Maria nata l'8 gennaio 1838 e morta il 4 febbraio 1895; Pellegrino nato il 24 marzo 1840, rimasto celibe e morto il 17 ottobre 1926 e Maria Concetta nata il 18 settembre 1848 e morta l'1 agosto 1849.
Il primogenito ed erede del titolo, Giuseppe, si sposava a Palermo il 14 gennaio 1874 con Maria Felicia Certa figlia di don Ignazio e di donna Maria Calogera Belli. Con decreto ministeriale del 12 aprile 1901 egli viene riconosciuto barone di Racalmaimone. Dal matrimonio nascono due figli: Emanuele nato l'1 gennaio 1875 e Maria Carmela nata il 21 gennaio 1876 e morta l'8 febbraio successivo, mentre la madre morì il giorno dopo in seguito alle complicazioni post partum. Il Bona restava vedovo e non si risposava più. Anche lui viene eletto sindaco. Muore a Caltabellotta il 31 marzo 1916.
Con lo stesso decreto del 1901 anche il figlio Emanuele veniva riconosciuto barone di Scunda. Egli visse per lo più a Palermo, ebbe due figlie che si sposano una con un Borsellino e l'altra con un Licata. Per la lontananza della famiglia da Caltabellotta le case vennero poco abitate e oggi sono in completo abbandono ed il tempo le sta rendendo ruderi.

Infine per quanto riguarda l'arma di famiglia, Ciaccio ci dice che era uno scudo diviso dall’alto in basso, nel cui lato destro rivelava un leone d’oro rampante con corona sul capo, sotto una fascia bianca ornata con tre fiori vermigli, in campo argento; e nel lato sinistro tre fasce orizzontali d’argento in campo azzurro.