giovedì 23 luglio 2015

Momenti di vita locale, nn. 277 e altri?

L’ARCIPRETE CHIARAMONTE - 1

di Gerlando e Raimondo Lentini

La famiglia

Un personaggio di questo secolo poco conosciuto, ma che non bisogna dimenticare, è certamente l’arciprete Francesco Paolo Chiaramonte, nativo di Agrigento, ma naturalizzato riberese, il quale è stato per alcuni anni collaboratore dell’arciprete Nicolò Licata nelle sue innumerevoli lotte sociali. 
Sappiamo che la sua famiglia si trasferisce a Ribera intorno al 1889, proveniente da Agrigento, con il padre, Epifanio Calogero, figlio di Domenico e di Anna Ravanà, che ivi era nato il 27 luglio 1841. Dalle schede anagrafiche di Ribera risulta che Epifanio era “Civile” e si era sposato, sempre ad Agrigento, il 13 ottobre 1861 con Antonina Zarcone e moriva a Ribera il 20 aprile 1912.
Il trasferimento di tutta la famiglia avviene probabilmente perché il figlio di Epifanio, Domenico, che impiegatosi al Municipio di Ribera come Ragioniere il 1° giugno 1889. Mentre con delibera del 10 marzo 1895, lo stesso viene nominato Segretario Comunale, in seguito al ritiro per limiti di età di Sebastiano Salerno, e mantiene anche il ruolo di Ragioniere.
I figli generati da Epifanio Calogero e Antonina Zarcone sono stati, oltre a quelli nati e morti giovani o in fasce, i seguenti:
Domenico, era nato ad Agrigento il 10 dicembre 1862 e si sposava ivi il 17 dicembre 1885 con Vittoria Graceffo, a Ribera svolgeva la mansione di Segretario Comunale e moriva nel nostro comune l’11 febbraio 1915. Ebbe questi i seguenti figli: Epifanio Calogero Ferruccio, generale di fanteria nonché eroe della 2ª Guerra Mondiale, nato a Ribera il 28/5/1892 e morto a Milano il 29/6/1970, si sposava a Terni il 19/2/1917 con Carolina Lazzari; Erminia nata a Ribera il 25/6/1894; Ercole nato a Ribera il 16/9/1896 e morto a Reggio Emilia il 30/11/1977, si sposava a Parma il 2/2/1933 con Rosa Rina; Antonina Ofelia nata a Ribera il 12/11/1898 e morta ad Agrigento il 30/3/1993 si sposava ad Agrigento il 3/2/1923 con Giacomo Miceli; Manfredi nato a Ribera il 10/7/1904 e morto a  Roma il 14/3/1984, si sposava a Spoleto il 31/10/1931 con Carolina Pampana; Tancredi nato a Ribera il 1/9/1907 e morto ad Agrigento il 27/11/1988, si sposava a Trapani il 31/7/1937 con Elsa Barbieri.
Cesare, era nato ad Agrigento il 27 luglio 1872 e si sposava a Ribera il 20 febbraio 1898 con Serafina Salerno, Insegnante elementare a Ribera  e moriva a Como il 7 ottobre 1944. Ebbe questi una figlia Iolanda nata a Ribera il 26/8/1908 e morta anch’ella a Como il 16/7/1986, si sposava a Ribera il 4/1/1928 con Antonio Paderi.
Francesco Paolo, nato ad Agrigento 13 marzo 1877, di cui parleremo dopo.
Vittoria, nata ad Agrigento il 4 ottobre 1879, sposata il 30 dicembre 1911 con Vincenzo Di Stefano e, vedova il 23/1/1954, si trasferiva a Usini in provincia di Sassari.
La famiglia di Domenico abitava in via Duomo n. 8, come si leggiamo dalle schede anagrafiche, mentre quella di Cesare in corso Margherita, ed ivi naquero i rispettivi figli. Ora parte della famiglia si trova a Milano (quella del Generale), parte si trova a Reggio Emilia, parte a Roma, parte ad Agrigento.
Elena, nata ad Agrigento il 14 giugno 1885, Insegnante Elementare, rimasta nubile e morta, fuori Ribera, nel 1947.
Dunque Francesco Paolo veniva ordinato sacerdote ad Agrigento il 19 marzo 1904. Il Lavoratore (giornale fondato nel 1902 a Sciacca dal sacerdote Nicolò Licata) del 3 aprile successivo, ne dava notizia in questi termini:
«L’ascensione al Sacerdozio del nostro amico e compagno di lotta Francesco Chiaramonte è stato un avvenimento cui presero parte il Comm. Parlati con la sua conferenza, il nostro direttore don Nicolò Licata con la sua omelia, le Associaizoni cattoliche ed i cittadini di Agrigento con le loro manifestazioni di simpatia.
Noi facciamo le nostre congratulazioni al neo-presbitero e gli rammentiamo che ormai la sua esistenza appartiene alla Chiesa per il popolo e con il popolo».
Il novello sacerdote ben presto andrà ad esercitare il ministero sacerdotale a Ribera, ove si trovava già la sua famiglia.
Svolgeva il suo ministero nella Chiesa Madre come Cappellano Sacramentale, mentre era arciprete Michele Vaccaro, il quale, però, non esercitava essendo molto anziano e debilitato da una malattia, mentre l’economato era affidato temporaneamente al sacerdote Gaspare Valenti.
Dopo appena due anni di sacerdozio e un anno prima della morte del Vaccaro pubblicava un opuscolo dal titolo “Ribera verso l’avvenire ....” in cui esortava, tra l’altro, a riprendere i lavori della facciata della chiesa madre.
L’anno successivo veniva nominato arciprete di Ribera il suo carissimo amico Nicolò Licata e i due continuarono a collaborare sia sul piano pastorale che su quello sociale.
Nelle prossime puntate vedremo ciò che i due sacerdoti hanno fatto per Ribera nel periodo che va dal 1907 al 1912, anno in cui diveniva arciprete di Marsala.



L’ARCIPRETE CHIARAMONTE - 2

di Gerlando e Raimondo Lentini

Lotte per la ferrovia

Una delle prime battaglie intraprese dai due è stata quella per la ferrovia Castelvetrano-Porto Empedocle.
In vista di una manifestazione, il Comitato di Sciacca pubblicò un numero unico intitolato PRO FERROVIA CASTELVETRANO-PORTO EMPEDOCLE con la data del comizio 2 febbraio 1906. In esso si parla delle manifestazioni che precedettero, nei vari paesi, quella di Sciacca. Solo però di quella di Ribera viene data dettagliata relazione.
A fine gennaio, in vista del raduno di Sciacca, Ribera era in agitazione. Ecco quanto scriveva l’anonimo corrispondente di Ribera, secondo quanto leggiamo nel numero unico di cui sopra:
“Ferve vivissima in mezzo a questa cittadinanza l’agitazione per le ferrovie complementari. Ieri (non viene precisato, purtroppo, il giorno del mese — n.d.R.) ha avuto luogo un imponente Comizio con l’intervento di tutte le associazioni locali e di parecchie migliaia di cittadini.
Chiamato alla Presidenza effettiva della riunione il Barone Serafino Turano, questi espose brevemente lo scopo dell’agitazione suscitando applausi generali. Lo seguì l’avv. Giuseppe Leotta, il quale fu efficacissimo nell’esporre la storia di tante promesse mai mantenute; e strappò alla fine vivissime acclamazioni.
Poi ebbe la parola il sac. Francesco Chiaramonte, il quale si rivolse al popolo incitandolo a trovare nel ricordo di tanti abbandoni e di tante ingiustizie la forza di rinnovarsi prima di morire. Inneggiò alla concordia degli intenti in questo supremo momento in cui si sta per spezzare un patto stabilito per legge; ed esortò tutti a perseverare nel santo proposito della rivendicazione di un diritto, dal cui conseguimento dipende la fortuna e l’avvenire di Ribera.
Concluse l’avv. Vincenzo Bonifacio con roventi parole contro la rappresentanza politica siciliana, la quale non si mostra all’altezza del suo mandato, in questo momento, mentre non trascura tante volte di salire e scendere scale per assicurare libertà a qualche delinquente. È applauditissimo.
L’avv. Leotta presenta un ordine del giorno con cui si delibera la costituzione di un Comitato permanente di agitazione; l’invito a tutti coloro che coprono cariche elettive di dimettersi immediatamente senza aspettare la decisione degli altri comuni interessati; l’invito al deputato del Collegio di uniformarsi alle deliberazioni che saranno prese nella riunione dei sindaci e dei deputati che avrà luogo a Roma; l’adesione alla riunione indetta a Sciacca per il 2 febbraio.
L’ordine del giorno viene approvato all’unanimità.
Immediatamente si forma il Comitato permanente di agitazione, fra le acclamazioni generali dell’assemblea: Cav. Carmelo Parlapiano, presidente onorario; sindaco Chiarenza, presidente effettivo; Barone Turano, vice‑presidente; i Presidenti della Cooperativa di Lavoro San Giuseppe, della Cassa Rurale, del Circolo dei Civili; Barone G. Pasciuta, Avv. Leotta, Avv. Carmelo Bonifacio, Sac. Chiaramonte, B. Castelli, Scalia Gioacchino, G. Abisso, G. Samaritano, P. Ciccarello, A. Vella, Anselmo Guastella, Dott. Friscia, G. Scorsone, M. Amato, I. Ganduscio, Michele Matinella, Nicolò D’Angelo, membri; Domenico Chiaramonte, segretario”.
Formatosi il Comitato, preceduta dalle due musiche, una imponente dimostrazione percorre le vie principali del paese. Dinanzi al Palazzo municipale viene chiamato a parlare il sac. Francesco Chiaramonte, il quale dice:
— Il popolo solennemente e legalmente oggi ha affermato i suoi propositi per la rivendicazione di un suo incontestabile diritto. Fra i voti fatti nel grande comizio vi è anche quello delle dimissioni in massa di coloro che coprono cariche elettive. Ebbene, se è vero, o signori dell’Amministrazione comunale, che voi vi trovate a questo posto per libera volontà di popolo, oggi che questo vi dice di abbandonarlo, dimettetevi! Da questo atto si saprà se le classi dirigenti sono con le classi inferiori e per la prosperità sociale del paese di Ribera; ed è con questo atto di fiducia che quest’assemblea popolare oggi pacificamente si scioglie!
Vive acclamazioni coronano queste ultime parole, mentre la bella dimostrazione si scioglie facendo le più disparate previsioni sull’esito di ciò che si è domandato.
Dopo due ore, in Municipio, le dimissioni vengono firmate dai consiglieri comunali, dai membri della Congregazione di Carità e della Commissione mandamentale di R.M.
Queste dimissioni, consegnate al Presidente del Comizio, verranno presentate alla riunione di Sciacca del 2 febbraio, irrevocabilmente.
Da Calamonaci arrivano intanto consolanti notizie. Imitando Ribera, quel Comitato di agitazione presenterà anch’esso le dimissioni di quel Consiglio Comunale alla riunione di Sciacca.
Da Ribera furono spediti telegrammi al Sindaco di Sciacca ed ai deputati Demichele, Pantano, Colaianni e Cascino» (dal Numero Unico di cui sopra).


FINALMENTE è intitolato l’editoriale del Lavoratore del 12 febbraio 1908; scrive l’arciprete Licata:
“Le tanto promesse e ritardate ferrovie complementari incominciano a realizzarsi. Già si lavora nei due tronchi Porto Empedocle-Siculiana e Canicattì-Naro; si sono appaltati i tre tronchi Castelvetrano-Selinunte, Castelvetrano-Partanna e Assoro-Valguarnera; ultimamente vennero approvati diversi progetti, tra cui quello di Sciacca-San Marco, mentre gli studi degli altri tronconi procedono alacremente.
Insomma, pare che il Governo voglia rifarsi del tempo perduto, tanto che anche l’ufficio tecnico di Sciacca incomincia a dare i suoi risultati. Fervet opus!
Noi speriamo che nell’entrante primavera si attacchi a lavorare su tutta la linea e che prima delle altre venga allestita la linea principale, Castelvetrano-Porto Empedocle, com’è dovere del Governo e diritto della nostra provincia. Perciò occorre l’opera solerte dei nostri deputati presso il Governo e la spinta continua dei Comuni, dei Sodalizi e degli elettori verso i deputati”.

La vigilia. È domenica — leggiamo sul Lavoratore del marzo 1917 —, giornata primaverile. Molta gente si reca a passeggio alla stazione che già ha ultimato la toilette per la festa del domani. È arrivato il capostazione signor A. Spatare, preceduto da fama di ottimo funzionario. C’è un gaio andirivieni di personale e di materiale. Il Cav. Ing. Genuardi è venuto a presenziare la festa quale rappresentante della Direzione generale. Nel pomeriggio, per suo gentile invito, con treno speciale, ha luogo una bella gita di piacere a Cattolica. C’è anche il rappresentante della stampa. La gita fa subito rilevare a tutti come la ferrovia, arrivando a Ribera, è salita all’aria, alla luce, alla vita, ai vasti fioriti orizzonti.
Aspettando. La mattina dell’inaugurazione è proprio primaverile. Sin dalle prime ore si vede gente e gente scendere alla stazione come nelle gite campestri dell’indomani di Pasqua e dell’Ascensione.
Alle 4 era partito il primo treno viaggiatori con un introito di circa 200 lire.
La stazione è imbandierata e gremita di persone che osservano con curiosità gl’impianti ed il treno che fuma in partenza.
Certuni vedono per la prima volta il treno!
Arrivano man mano le autorità, le scuole, le rappresentanze e le personalità del paese.
Dopo mezzogiorno parte, con molti gitanti, il treno che a Bivio-Greci deve incrociare con quello inaugurale che si aspetta.
L’arrivo del treno. Finalmente… le trombe lo annunziano, dalla folla si leva un brusio lunghissimo, la musica intona la marcia reale, il treno si affaccia imbandierato ed entra maestoso nella stazione tra gli applausi e le acclamazioni della folla che lo circonda. Spettacolo da istantanea!
I discorsi. Fattosi un po’ di silenzio parla per primo, da un balcone della stazione, a nome di Ribera, il Parroco Licata il quale, esprimendo la soddisfazione generale, porge un saluto di ricordo e di omaggio al defunto on. Licata di Sciacca che tanto lavorò per le ferrovie complementari, ed al presente on. Parlapiano benemerito dell’apertura della linea; ringrazia direttori, ingegneri e lavoratori del solco aperto alla civiltà; conchiude con l’augurio più fervido per l’avvenire di Ribera, al congiungimento ferroviario con Sciacca, al giorno auspicato del ritorno dei soldati vittoriosi. Infine, rilevando la presenza dell’Ing. Cav. Genuardi, cui la città dev’essere grata, invitò tutti e tutti gridarono: Viva Ribera! Viva l’Ing. Genuardi!
Seguì il giovane avv. Santangelo il quale, portando il saluto di Sciacca, fece un elevato discorso sui benefici della vaporiera nei rapporti sociali.
Poscia l’Ing. Genuardi ringraziando con belle parole, a nome della Direzione Generale, la città e gli uffici di costruzione, disse tutta la sua soddisfazione per l’avvenimento che segnava l’inizio di una nuova vita al cui pieno sviluppo la Direzione sarebbe stata lieta di collaborare.
Infine il Dott. Di Leo inneggiò a tutti i benemeriti della ferrovia, al Re, all’esercito, alla patria.
Tra gli applausi e la soddisfazione generale ebbe termine la bella festa. Le gente lentamente ritornava in città commentando entusiasticamente l’avvenimento”.

(Le notizie sono tratte dal libro, in corso di pubblicazione, sulla biografia dell’arciprete Nicolò Licata di don Gerlando Lentini)



L’ARCIPRETE CHIARAMONTE - 3

di Gerlando e Raimondo Lentini

La morte dell’Arciprete Michele Vaccaro

Il sesto arciprete di Ribera, nominato nel 1855, fu don Michele Vaccaro, riberese, figlio di Francesco e di Rosalia Gagliano, originari di Burgio, nipote del sacerdote don Pietro Vaccaro, Cappellano Sacramentale della madre chiesa di Ribera. Era nato il 29 Agosto 1825, veniva battezzato il giorno dopo ed ordinato sacerdote nel 1848. Egli resse l’arcipretura per ben 48 anni; poi, nel 1903, si ammalò di mente ed il 16-18 novembre 1905, su istanza dei sigg. Attardi Vincenzo e Matinella Ignazio, venne dichiarato interdetto dal tribunale di Sciacca. L’amministrazione dei suoi beni fu affidata al sig. Michele Matinella.
Il Vaccaro morì a Ribera nel palazzo che egli stesso aveva fatto costruire all’inizio della sua arcipretura, sito in via Chiarenza (già via Vaccaro) al numero 75, il 1° gennaio 1907 e venne sepolto nell’attuale cimitero.
Dal 1903 al 1907, cioè durante l’interdizione del Vaccaro, resse la chiesa madre, come Economo, il sacerdote don Gaspare Valenti.
Vediamo adesso quello che successe a Ribera in quei giorni.
Ribera. “Il 1° gennaio 1907, nell’ora in cui la Chiesa richiama i fedeli alla dolce e cara preghiera a Maria, a mezzogiorno, esalava l’estremo respiro con commovente serenità l’Arciprete Michele Vaccaro.
Alla triste notizia un popolo intero si riversò nel palazzo ove si trovava esposta la salma. Il pietoso pellegrinaggio durò fino alle 16, fino a quando venne portata nella chiesa Madre, preceduta dalla musica, dalle Associazioni cattoliche e da una folla straordinaria.
L’indomani, mercoledì 2 gennaio, ebbero luogo i solennissimi funerali. In fondo alla chiesa si scorgeva un magnifico e ammirato catafalco, dovuto all’opera del valente paratore di Aragona Giuseppe Parello. Alle ore 11 la chiesa è letteralmente gremita di persone appartenenti alle diverse classi sociali. Sono presenti tutte le autorità e le Associazioni cattoliche con le bandiere.
La Messa solenne viene celebrata dall’Arciprete Di Leo, assistito dal Clero di Calamonaci e Ribera. Prima di dare l’assoluzione legge un commovente elogio funebre il Sac. Francesco Chiaramonte.
Terminate le funzioni ha luogo il trasporto della salma al cimitero. Il corteo è imponentissimo. Precedono la musica, la Cassa Rurale, la Cooperativa di Lavoro San Giuseppe con bandiera abbrunata, la Fratellanza Operaia con una magnifica corona, il Clero. Seguono il feretro, sul quale si trova una bella corona della famiglia, i parenti dell’estinto, il Sindaco, la Giunta, il Pretore, i Consiglieri comunali, il Circolo dei Buoni Amici, un popolo immenso.
Giunto il corteo al limitare della strada principale, lesse un discorso erudito il Sac. Giuseppe Valenti. Poi, seguito sempre dalla stessa folla, il feretro procedette per il Cimitero ove, a nome della famiglia, pronunciò poche parole di ringraziamento il Sac. Chiaramonte” (Il Cittadino, Agrigento 18.2.1907).
Pochi mesi dopo si insediava nell’arcipretura di Ribera il saccense, amico fraterno del nostro Chiaramonte, Nicolò Licata a cui molto deve il popolo riberese.

(Le notizie sono tratte dal libro, in corso di pubblicazione, sulla biografia dell’arciprete Nicolò Licata di don Gerlando Lentini)



L’ARCIPRETE CHIARAMONTE - 4

di Gerlando e Raimondo Lentini

Anche a Ribera la sfida Socialista

Sul numero del Cittadino di Agrigento del 18 febbraio 1907 leggiamo una corrispondenza da Ribera firmata con la sigla FOCE, che corrisponde certamente a Francesco Chiaramonte, il giovane e battagliero prete agrigentino trapiantatosi nella detta cittadina.
“Anche in Ribera — egli scriveva — si minaccia di cominciare una commedia socialista con la fondazione di un circolo quadrato, destinato a raccogliere persone che della bandiera scarlatta possono servirsi per coprire interessi e tornaconti individuali e… familiari.
Noi siamo al nostro posto di combattimento decisi ad accettare la sfida donchisciottesca e pronti a mettere nella vera luce gl’intendimenti dei nostri avversari.
Si dice che domenica sarà qui il signor Gaetano Mangano di Lucca Sicula per tenere una conferenza. A lui, che credo un lottatore sincero per il suo ideale, io semplicemente domando: Ma crede proprio dignitoso compromettere il proprio nome con una organizzazione che nasce con un grosso peccato, e per giunta imperdonabile, quello, cioè, di uno spirito di lotta originato da interessi particolari e per interessi particolari nutrito e disciplinato?
Oh! tempi… dei mori.
Intanto, mentre il socialismo o l’affarismo si affanna a raccogliere i malcontenti, le nostre forze si sviluppano e progrediscono. La Cooperativa di Lavoro San Giuseppe ogni giorno afferma sempre più la sua vitalità rigogliosa e marcia trionfalmente verso le sue nobili conquiste. La Cassa Rurale si è acquistata già molta fiducia e cominciano a piovere importanti depositi. La Fratellanza Operaia San Vincenzo Ferreri (cooperativa di lavoro tra i muratori) ha già espletato tutte le pratiche legali per la costituzione e ha già cominciato ad esercitare la sua benefica funzione. Anche i caprai si sono uniti in Circolo di miglioramento con sede propria, e domenica passata elessero il Consiglio direttivo nelle persone di: Giuseppe D’Azzo presidente; Gioacchino Gulino vice-presidente; Alfonso Lo Piccolo, Ciro Zambito, Stefano Amari, Giuseppe Lauro consiglieri; Sac. Francesco Chiaramonte cassiere e segretario.
La nostra organizzazione procede, dunque, meravigliosamente, raccogliendo tutte le varie classi popolari in tale unione d’intenti da poter dire che l’avvenire è per il popolo cristiano”.

(Le notizie sono tratte dal libro, in corso di pubblicazione, sulla biografia dell’arciprete Nicolò Licata di don Gerlando Lentini)



L’ARCIPRETE CHIARAMONTE - 5

di Gerlando e Raimondo Lentini

La Festa dei Lavoratori del 1907

XV maggio 1907, Festa dei Lavoratori cattolici. “Anche quest’anno, per festeggiare l’enciclica degli operai Rerum novarum, convennero nell’incantevole spiaggia di Capo Bianco, alla foce del Platani, i lavoratori di Cattolica Eraclea e di Montallegro con le rappresentanze di Ribera, Sciacca e Agrigento.
Dalle alture dell’antica Eraclea Minoa lo spettacolo di quella folla densa e variopinta incorniciata dall’azzurro del mare e dal verde dei campi era qualche cosa di fantastico e pittoresco.
La Cassa Rurale e la Lega di Cattolica erano venute con la musica, la Cassa Rurale di Montallegro con un trionfo di bandiere. E dietro a loro uomini e donne d’ogni età e condizione.
Fu celebrata la Messa all’aperto; e dopo, da un rialzo, di fronte al mare, parlarono, tra scroscianti applausi, il Sac. Sclafani sul significato della festa, il Sac. Licata sull’elevazione religiosa, civile ed economica del popolo, l’avv. Fronda sulle elezioni prossime, l’avv. Nicotra sulle benemerenze della democrazia cristiana, il Sac. Chiaramonte sulla censuazione delle terre, le scuole rurali e la ferrovia Castelvetrano-Porto Empedocle.
Tra il più vivo entusiasmo si acclama alla democrazia cristiana. Poi l’immensa folla si sparpaglia a bivaccare sul verde tappeto di giummarre ed a visitare le rovine dell’antica Eraclea Minoa, e principalmente il muro gigantesco e la torre rotonda di squisita fattura greca venuti ora alla luce per opera dell’illustre Senatore A. Mosso, coadiuvato dall’insigne Comm. Salinas.
Per l’occasione si fece a Cattolica un po’ di propaganda elettorale per le prossime elezioni. L’avv. Fronda, vittima di un piccolo ma doloroso incidente di viaggio a… dorso di mulo, parlò felicemente dal balcone ad una dimostrazione di operai. Poi, al Circolo, presentati con belle parole dell’avv. Nicotra, parlarono, tra il crescente entusiasmo, il Sac. Sclafani magistralmente, il Sac. Venezia artisticamente, il Sac. Licata praticamente sull’organizzazione e sul movimento elettorale.
Coronò l’opera, con poche ma vibrate parole, il degnissimo arciprete Amato che, godendo meritatamente la fiducia del suo popolo, possiede la più grande forza morale per portarlo alla vittoria.
Al Presidente del Consiglio dei Ministri, al deputato Angelo Mauri ed al Corriere d’Italia fu spedito il seguente telegramma:
Lavoratori Cattolica Eraclea, Montallegro, Ribera, festeggianti anniversario Enciclica degli Operai, reclamano legge censuazione latifondi, diffusione scuole rurali, costruzione leggendaria ferrovia Castelvetrano-Porto Empedocle indispensabile redenzione queste depresse contrade” (Il Lavoratore, 9.6.1907).

(Le notizie sono tratte dal libro, in corso di pubblicazione, sulla biografia dell’arciprete Nicolò Licata di don Gerlando Lentini)



L’ARCIPRETE CHIARAMONTE - 6

di Gerlando e Raimondo Lentini

Nicolò Licata: Sospirato arciprete di Ribera

Non si erano ancora spenti gli echi e i commenti alla grande manifestazione della foce del Platani, quando incominciò a circolare la notizia che don Nicolò Licata aveva accettato l’arcipretura di Ribera. In questa cittadina egli era conosciuto ed ammirato da tempo soprattutto dalla povera gente, oltre che da quella parte della classe più elevata che aveva a cuore il bene religioso e sociale dei suoi dodicimila abitanti: erano stati affascinati dalla sua parola, sia quando parlava intessendo le lodi del Signore e di San Giuseppe, sia quando trattava delle questioni sociali ed economiche che coinvolgevano tutti i cittadini. Anzi, appena un anno prima, il 17 giugno 1906 vi aveva fondato una società cooperativa di muratori, intitolata appunto La fratellanza tra i muratori sotto la protezione di San Vincenzo Ferreri. Peraltro, il vescovo monsignor Bartolomeo Lagumina, a tale nomina, era stato sollecitato da una rappresentanza della cittadina, soprattutto dall’amico Sac. Francesco Chiaramonte.
Il cronista del periodico agrigentino Il Cittadino, facendosi interprete dei sentimenti dei Riberesi, scriveva in quei giorni:
“Ribera tutta gode ed esulta con entusiasmo nuovo al nome del Sac. Nicolò Licata che, votato generosamente agli ideali di giustizia e di pace, ha compiuto una preziosa funzione a favore delle classi lavoratrici.
Egli, anima infaticabile di apostolo, nella virtù del sacrificio e del dovere, nell’immolazione perenne di ogni ora che fugge, nella negazione continua di ogni personale ed egoistico interesse, ha ritemprato il suo carattere adamantino per cui saprà, con intelletto d’amore, guidare e confortare Ribera a migliori e più degni destini nel campo religioso e morale” (22.5.1907).
La nomina ufficiale della Curia, ad Arciprete di Ribera, porta la data del 14 giugno 1907; tuttavia, ci vorrà ancora qualche mese prima di riuscire a disimpegnarsi delle sue tante mansioni a Sciacca e provincia, per poi trasferirsi nella sua nuova sede.
Domenica, 1° settembre 1907. Solenne ingresso di don Nicolò Licata, nuovo arciprete, nella sua Ribera.
“A mezzanotte del giorno precedente — scrive Domenico De Gregorio — cominciarono a suonare le campane e uno sparo gioioso di mortaretti svegliò la cittadinanza, che, preceduta dalla banda musicale, percorrendo le principali vie del paese, si recò in matrice dove il sac. Francesco Chiaramonte alle 3,30 celebrò la Messa e quindi una decina di carrozze e una cavalcata di più di 300 uomini si misero in cammino verso Sciacca.
Il novello Arciprete, circondato da un foltissimo stuolo di amici, accolse i suoi parrocchiani e poi con altra gente a cavallo, che man mano diventava sempre più numerosa, si avviò verso Ribera.
Presso il fiume Verdura si unirono alla cavalcata di Ribera e Sciacca quelle di Cattolica Eraclea, Montallegro e Calamonaci.
Il Sindaco di Ribera accolse nella sua carrozza l’Arciprete e si entrò così nella cittadina, in mezzo ad un indescrivibile delirio di popolo tra il suono delle campane, delle bande musicali e gli evviva interminabili del popolo (Profili di Sacerdoti agrigentini, p. 158).
E l’entusiasmo dei Riberesi non fu deluso. Infatti, ben presto sentirono parlare, dal loro nuovo arciprete, il linguaggio della libertà evangelica: l’usura, l’ingiustizia, la superstizione, lo sfruttamento, la sopraffazione, la violenza della ricchezza e del potere furono smascherati e condannati in nome di Gesù Cristo.
E la povera gente (il contadino e l’operaio, la massaia e la giovinetta che erano assidui alla sua Messa) si sentì rincuorata, incominciò a capire che al diritto della forza si può e si deve opporre la forza del diritto, che il Vangelo di Cristo e la Chiesa che lo annunzia non possono né devono costituire la legale copertura della prepotenza, ma la sua più terribile nemica.
L’arciprete Licata, perciò, fu amato e fu odiato per il medesimo motivo: annunziava il Vangelo nella sua genuinità, senza annacquarlo ad uso e consumo dei parassiti della società; lo annunziava come liberazione globale dell’uomo: per l’altra vita, ma anche per questa. Confutava così lo stupido slogan marxista della religione oppio del popolo. È questa infatti, la religione, che svegliò Ribera dal servilismo e dal fatalismo, dandole la coscienza della propria dignità e dei propri diritti.

(Le notizie sono tratte dal libro, in corso di pubblicazione, sulla biografia dell’arciprete Nicolò Licata di don Gerlando Lentini)




L’ARCIPRETE CHIARAMONTE - 7

di Gerlando e Raimondo Lentini

Le elezioni amministrative del 1907 e del 1909

Domenica 28 luglio 1907. Elezioni comunali a Ribera.
“Le elezioni del 28 luglio segnarono per noi un vero trionfo del movimento cattolico, che si presentava per la prima volta.
La Cooperativa San Giuseppe volle affermarsi nettamente sui due nomi del Sac. Francesco Chiaramonte e del Presidente Coniglio. Le pressioni e le intimidazioni d’ogni colore per fare desistere la Cooperativa dalla deliberazione presa furono indicibili. Ma si stette come torre che non crolla per soffiare di contrari venti. Il paese ammirò questa decisione franca e risoluta e ne accompagnò con viva ansietà e simpatia lo svolgimento. La vecchia opposizione si astenne.
I nostri lavoratori (che avevano diritto al voto) lottarono pieni di coraggio e di entusiasmo. Non uno mancò all’appello o tradì la bandiera. Il risultato fu questo:
Vella dott. Gaetano voti 280, Samaritano Giuseppe 276, D’Angelo cav. dott. Giovanni 275, Turano cav. Antonino 268, Bonifacio cav. Leonardo 255, Ciccarello Pietro 254, Scalia Gioacchino 252, Abisso Giuseppe 248, Gueli avv. Giuseppe 248, Montalbano Giuseppe 235, Gatto Giuseppe 223.
Quest’ultimo ebbe lo stesso numero di voti del Sac. Chiaramonte, che per ragione d’età non entrò in Consiglio. Il sig. Coniglio riportò 188 voti. Intanto c’è fondata speranza dell’ingresso in Consiglio tanto del Sac. Chiaramonte quanto del Coniglio per l’ineleggibilità di alcuni eletti (come poi avvenne — n.d.R.).
Saputo il risultato, una dimostrazione pacifica ma imponentissima percorse il paese tra un delirio di applausi inneggianti alla Cooperativa” (Il Lavoratore, 1.9.1907).
Così il nostro Francesco divenne consigliere comunale, vediamo adesso la cronaca di una seduta consiliare riportata dal Lavoratore del 12.3.1908.
Domenica 5 aprile si è riunito il Consiglio comunale.
La seduta fu un poco movimentata perché vi parteciparono, per la prima volta, i due nuovi consiglieri: Il Sac. Francesco Chiaramonte e il Presidente della Cooperativa Giuseppe Coniglio.
Fu applaudita la dichiarazione del Sac. Chiaramonte, a nome dei tre Consiglieri del centro, di volere accettare il bene da qualunque parte venga e di combattere il male dovunque si trovi; e l’altra: di non volere essere l’eco della cosiddetta lotta di classe, ma i propugnatori della giustizia per tutti, senza privilegi per nessuno.
Dopo altre discussioni d’indole particolare, la seduta, diretta con soddisfazione generale dal Cav. Calogero Parlapiano, si chiuse tra i più svariati commenti.
In questi giorni, gli ingegneri inviati a Ribera da un gruppo di capitalisti lombardi per lo sfruttamento delle acque del fiume Verdura per un impianto idro-elettrico capace di dare luce a Sciacca e ad Agrigento, hanno continuato i loro studi nelle vicinanze di Putigiana”.

Due anni dopo si svolgevano le elezioni amministrative e don francesco Chiaramonte non vinceva, ma vediamo la cronaca riportata sul Lavoratore, del 22.10.1909.
Ribera, domenica 17 ottobre 1909. “Le elezioni amministrative si svolsero nella massima calma. La mobilitazione di soldati, carabinieri, delegati di P.S. e di questurini servì solo a renderle più solenni.
Non mancarono i soliti polpettari che si vendettero per cento, duecento e qualcuno — si dice — magari per quattrocento lire. Furono questi che decisero della vittoria insieme ad un voltafaccia che trapelò all’ultima ora.
La gran massa però votò fieramente per il partito del proprio cuore. Ammirevoli le Associazioni cattoliche che votarono con una compattezza e lealtà degne di una sorte migliore. Tra una massa di 140 soci elettori appena uno defezionò.
Il partito Parlapiano-Vella vinse per una cinquantina di voti; ed ha celebrato la vittoria con grandi feste e con lancio di palloni.
Dispiacque la caduta per pochi voti — dovuta all’ingenuità degli amici e alla furbizia degli… al…tri — del Sac. Chiaramonte che sarebbe stato, al municipio, vigile sentinella degl’interessi del popolo. E perciò contro di lui si accanirono maggiormente i nemici.
Ad ogni modo, speriamo che i nuovi Amministratori seguano la via diritta. Li attendiamo alla prova. E che presto possa funzionare l’Ospedale tanto desiderato!”.
Sullo stesso numero del Lavoratore l’arciprete Licata fa le sue riflessioni sulla presenza dei cattolici organizzati nelle amministrazioni comunali:
“Dopo i primi risultati incoraggianti ottenuti nel campo dell’organizzazione economico-sociale, viene l’assillo di tentare la lotta nel campo elettorale.
Il primo cimento ordinariamente avviene a bandiera spiegata e con tutto l’onore delle armi: programma ispirato ai principi sociali cattolici, onestà di mezzi, tattica intransigente. Nel Consiglio comunale si va a prendere posto sulla montagna e si combattono fieramente le battaglie della giustizia e dell’onestà. Applausi e inni.
Ma il potere è fatale. È come il vino che, pigliandoci gusto, porta diritto alla ubbriacatura. Prima di avere una forte base elettorale e, quello che è peggio, senza le persone capaci di rappresentare degnamente il partito, allucinati dal miraggio di diventare maggioranza, ci si getta in braccio ad uno dei partiti personalistici che infestano il paese per fare con esso causa comune. Si rinfodera a poco a poco la propria bandiera o se ne lascia al vento e alla pioggia solo qualche lembo, si chiude un occhio e magari tutt’e due sull’onestà, si accetta l’aiuto compiacente del deputato locale che ha tutto l’interesse a vincolarci; e così, trascinati dalla necessità della lotta, si fa una seconda edizione riveduta e scorretta dei sistemi deplorati negli altri partiti.
Il danno poi che da tale atteggiamento deriva all’organismo delle nostre associazioni è incalcolabile… Lo scopo principale per cui esse sorsero e funzionano subisce scosse e deviazioni dolorose. Ed ecco che si perde prima di vincere…
Le piante piccole o sporadiche che producono subito, durano poco come le zucche. Le piante grandi si formano lentamente, ma una volta formate, producono frutti copiosi, squisiti, duraturi”.


(Le notizie sono tratte dal libro, in corso di pubblicazione, sulla biografia dell’arciprete Nicolò Licata di don Gerlando Lentini)




L’ARCIPRETE CHIARAMONTE - 8

di Gerlando e Raimondo Lentini

L’ospedale

Un’’altra importante conquista per Ribera fu la costruzione dell’ospedale per opera dei Parlapiano, ma la questione, a causa della morte dei fautori, si complicò, per cui bisognò fare delle manifestazioni per ottenerne l’apertura.
Ma vediamo tutte le notizie che ci dà il Lavoratore iniziando dal numero del 6.12.1903 dove leggiamo:
Notizie da Ribera. Il giorno 27 novembre 1903 è morto il Comm. Antonino Vella deputato al Parlamento per il Collegio di Bivona, uno dei più grossi feudatari della provincia.
Fece buona impressione la sua morte cristiana, dopo avere ricevuto i conforti religiosi. Però stonarono certe note durante il funerale, e presenti le Autorità Ecclesiastiche.
Si dice che abbia manifestato il desiderio di fondare un Ospedale: e sarebbe una cosa necessaria per Ribera”.
Che l’on. Antonino Parlapiano avesse l’intenzione di fondare l’Ospedale lo aveva manifestato qualche giorno prima di morire, il 16 novembre. Quel giorno, infatti, “giacendo in letto, ma nella pienezza delle sue facoltà”, fece testamento, nel quale tra l’altro si leggeva:
“Nomino e istituisco mio erede universale il mio diletto e amato fratello Carmelo Parlapiano… A lui raccomando e voglio che detragga una parte del patrimonio, che lascio alla di lui libertà determinare, per l’impianto e l’istituzione di un Ospedale in questo comune di Ribera, al quale desidero vivamente che dia principio lui stesso durante la sua vita”.
Il testamento fu ricevuto e scritto dal notaio Vincenzo Di Giovanni.
Pertanto, sul Lavoratore del 21.12.1903, a poco più di un mese dalla morte, si poteva leggere:
“Pare che il desiderio del defunto On. Comm. Antonino Parlapiano d’impiantare un Ospedale a Ribera vada realizzandosi. Il giorno 14 di dicembre, infatti, fu firmato l’atto di donazione d’un fondo del valore di 250 mila lire, destinato a questo scopo altamente umanitario. L’anno successivo possiamo leggere sul numero del 30.6.1904 del Lavoratore:
Ribera, giugno 1904. Il preannunziato Ospedale sarà quanto prima un fatto compiuto. È stato qui un ingegnere che scelse il luogo dove sorgerà e ne fece gli studi necessari. Si dice che il munifico Cav. Carmelo Parlapiano abbia ordinato di iniziare i lavori quanto prima. A sei mesi tutto vuole compiuto.
Che il Signore gli mantenga fermi così buoni e santi propositi!”.

Dunque quando il Chiaramonte e l’arciprete Licata iniziarono il loro ministero sacerdotale a Ribera era in costruzione l’Ospedale Fratelli Parlapiano.
Il Cav. Carmelo Parlapiano ne aveva iniziato i lavori, ma sopravvenuta la morte il 29 settembre 1907 lo lasciò incompleto. Poiché i due fratelli Carmelo e Antonino erano celibi, erede universale ne fu il nipote Antonino Vella, figlio della sorella Marianna Beatrice, che per loro volontà aggiunse, al cognome paterno, quello loro; si chiamò quindi Antonino Parlapiano-Vella. A lui passò allora il compito testamentario degli zii di ultimare la costruzione dell’ospedale. E siccome sembrava che non fosse proprio tanto sollecito, Il Lavoratore (e quindi il suo regista, l’arciprete Licata) non mancò di incalzarlo, come si legge sul Lavoratore del 12.3.1908
“Il popolo di Ribera, che tanto plauso fece ai fratelli Parlapiano, Antonino e Carmelo, per la costruzione dell’Ospedale, attende di fare plauso all’erede, Antonino Parlapiano‑Vella, per il sollecito adempimento della volontà dei defunti zii materni con l’allestimento ed inaugurazione della importante opera di beneficenza. Ma finora attorno al magnifico fabbricato cresce alta l’erba”.
Sul Lavoratore  del 25.10.1908 si batte ancora sul… doloroso problema dell’ospedale:
“E l’Ospedale?… Ma davvero bisogna aspettare il legale intervento dell’autorità tutoria per veder allestito l’Ospedale?
Per il buon nome della famiglia Parlapiano questo non dovrebbe avverarsi, tanto più che se fosse ancora in vita il Cav. Carmelo Parlapiano, così munifico e generoso verso i poveri, avrebbe a quest’ora aperto alla miseria e all’infermità tanto benefica istituzione.
L’Ospedale ormai appartiene al popolo, e ogni ulteriore dilazione nell’inaugurarlo è uno strappo ai diritti acquisiti della collettività.
Noi avremmo voluto tacere su di un argomento che tutti interessa; ma un senso profondo e squisito di bene e di giustizia ci spinge a compiere il nostro dovere senza guardare in faccia a nessuno. Ci sia dato, e questo è il nostro più fervido augurio, di parlare, tra breve, dell’Ospedale, ma per festeggiarne l’inaugurazione e per magnificarne l’opera benefica di carità e di salute!”.

Così la vertenza e le liti per l’ospedale continuano, infatti sul Lavoratore, del 15.12.1908 leggiamo:
Domenica 22 novembre 1908. Consiglio comunale. Una gran folla di popolo gremiva la sala e i corridoi; i consiglieri erano tutti presenti, eccetto il Barone Pasciuta, il Sig. Francesco Pasciuta di Gaspare, ed il signor Vito Valenti.
All’articolo dell’ordine del giorno «parere sullo Statuto per l’Ospedale presentato dal Sig. Antonino Parlapiano Vella» si iniziò l’importante discussione.
La parte dello Statuto che aveva determinato il proposito della battaglia vivacissima era quella riguardante il Consiglio di Amministrazione: 4 consiglieri su 7 dovrebbero essere nominati dal Sig. Antonino Parlapiano Vella, che ne deve essere il presidente vita natural durante; e dopo di lui, i suoi eredi in perpetuo.
Il consigliere Spinelli presenta una mozione d’incompetenza del Consiglio a dare il parere, che aveva richiesto il Prefetto.
L’avv. Bonifacio a questa mozione oppone una pregiudiziale: “il nessun diritto, cioè, del Parlapiano Vella a stabilire lo Statuto che deve regolare l’andamento dell’Ospedale”. Felicemente dimostra il suo assunto… tra le vivissime interruzioni da parte dei Vella, che hanno voluto trovarsi presenti ad una seduta, nella quale si discutevano interessi che direttamente li riguardavano.
Segue al Bonifacio il Sac. Francesco Chiaramonte, ascoltatissimo. Egli fa sua la pregiudiziale messa avanti dall’avv. Bonifacio e, commentando l’atto dell’assegnazione del vero fondatore dell’Ospedale Cav. Carmelo Parlapiano, dimostra il nessun diritto del Parlapiano Vella a stabilire lo Statuto. Questi è l’erede universale è vero, ma a lui in quanto tale non è stato conferito alcun diritto di porre delle riserve sullo Statuto…
Riferendosi poi all’articolo dello Statuto su cui non si sente di dare un voto favorevole, dice che egli è mosso da un desiderio di bene, e non da uno spirito di rappresaglia contro il Parlapiano Vella, a cui sarebbe disposto a dare tutti i diritti che vuole sua vita natural durante. Ma egli volge uno sguardo anche all’avvenire, ed afferma che l’avvenire dell’Ospedale è compromesso da questo articolo dello Statuto che sancisce l’arbitrio per l’erede del Parlapiano Vella, che con 5 consiglieri propri su 7 sarebbe il padrone dell’amministrazione.
— Chi ci dice — esclama il Sac. Chiaramonte — che i successori del Parlapiano Vella saranno padri e non tiranni dei poveri?
A causa di questo articolo inoltre egli vede compromessa la prosperità finanziaria dell’Ospedale, perché nessuno si permetterà di compire atti di liberalità, il cui uso viene affidato alla esclusiva volontà di una sola persona. Per ragione di giustizia poi, egli chiede che il comune non sia escluso dall’avere la sua rappresentanza nell’amministrazione, poiché esso all’Ospedale ha concesso circa 20.000 lire di terreno fabbricabile, e quindi ha il diritto di controllare come venga amministrato il suo denaro.
Conchiude con una calda esortazione al Parlapiano Vella perché, ponderando le sue ragioni, voglia, eliminando ogni questione di diritti o meno, accettare la proposta di modificare questo articolo dello Statuto, pur riservando a lui tutti i diritti che vuole.
Al Sac. Chiaramonte segue il Prof. Liborio Friscia il quale inneggia ad Antonino Parlapiano Vella, e si dichiara a lui favorevole. Ribatte le parole del Friscia il Sac. Chiaramonte. Il Cav. D’Angelo impressiona fortemente tutti con una dichiarazione recisa contro il diritto del Parlapiano Vella a presentare lo Statuto.
Si passa ai voti, e tanto la pregiudiziale quanto la mozione d’incompetenza non raggiungono la maggioranza dei voti dei consiglieri presenti.
La seduta per l’ora tarda viene rimandata. Per la storia è giusto sapere che votarono a favore del diritto del Parlapiano Vella: Dott. Gaetano Vella, Domenico Parlapiano, Carmelo Spinelli, Gaetano Sabella, Ignazio Parisi, Giovanni Orlando, Giuseppe Abisso, Antonino Turano, Pietro Simonaro, Rosario Vesco, Pietro Ciccarelli, Prof. Liborio Friscia.
Il Sac. Francesco Chiaramonte fece inserire nel verbale formale protesta per l’intervento nella votazione dei parenti dell’interessato”.

Ospedale prossimo ad aprirsi. Il 4 dicembre 1917 l’arciprete Licata scriveva alla Superiora Generale delle Serve dei Poveri, lui che faceva parte del Consiglio di Amministrazione ed aveva redatto il Regolamento interno dell’ospedale:
“Rev.ma Madre, in ospedale le cose più urgenti sono pronte: locali, letti, acqua, cucina, un po’ di cibaria. Il resto si verrà sistemando colla presenza delle Suore, che verranno zitte zitte, evangelicamente, con la fiducia che il Signore darà alla loro opera il maggiore incremento. Potrebbero portare da Palermo un po’ di medicinali di disinfezione.
Attendo, o meglio attendiamo il telegramma del loro arrivo. Pigliando la corsa delle 5 del mattino da Palermo (che è l’unica per arrivare a Ribera) e scegliendo la vettura che arriva sino a Porto Empedocle, qui poi passeranno nel treno che verso mezzogiorno parte ed arriva a Ribera verso le ore 15.
Nel nome del Signore. Devoti ossequi. Sac. Nicolò Licata”.
Leggiamo nella Cronaca delle Serve dei Poveri del 1917:
“La mattina del 6 dicembre la Superiora Stefanina Bonifacio, suor Clelia Acquisto, suor Eletta Buttitta, suor Orsolina Cassano partono (da Palermo) per Ribera, per aprirvi un ospedale.
Sono freddamente accolte; e l’ospedale che doveva aprirsi il giorno dell’Immacolata non si inaugura. Mancano molte cose, e anche il fabbricato è un po’ disagiato: è stato disabitato e vi hanno preso stanza i topi che, la prima notte, rosicchiarono le scarpe della Superiora e di suor Orsolina. Dalla Casa Madre si dovettero provvedere subito nuove calzature”.
L’accoglienza fredda non fu certamente da parte dell’arciprete Licata il quale, dopo alcuni giorni, il 14 dicembre, tornava a scrivere alla Superiora Generale:
“Rev.ma Madre, torno a ringraziarLa della carità fatta a questo paese.
La presenza delle Suore è provvidenziale per il più sollecito funzionamento di questo Ospedale, che deve aprirsi da 12 anni. Ottima anche la scelta delle Superiora.
In Gesù Signore nostro. Dev.mo Sac. Nicolò Licata”.





L’ARCIPRETE CHIARAMONTE - 9

di Gerlando e Raimondo Lentini

Il nuovo prospetto della Chiesa Madre

Nel 1906, meno di un anno prima che fosse nominato arciprete di Ribera don Nicolò Licata, il sac. Francesco Chiaramonte pubblicava un opuscolo intitolato: Ribera verso l’avvenire. A proposito della chiesa madre scriveva:
“La Madrice sorge in punto principale del paese, dominando l’unica e ridente piazza, ove nelle grandi occasioni di risveglio collettivo è solito riunirsi il popolo per far sentire la voce delle sue legittime aspirazioni. Maestosa è l’ampia volta che la ricopre, grandiose nella loro semplicità le colonne che la sorreggono, magnifica nello assieme delle tre ampie navate, inondate di aria e di luce da spaziose e innumerevoli finestre.
Però, contrasto stridente con questa semplicità meravigliosa di linee, con questa bellezza indescrivibile di proporzioni, è il prospetto appena cominciato dagli avi, reso mostruoso dall’azione lenta ma continua del tempo, distruttore e divoratore dell’opera umana.
Or non è molto, una voce entusiasta e sincera si è intesa per sollevare tutti in uno sforzo generoso della propria volontà per realizzare il sogno di coloro che ci precedettero, per testimoniare ai venturi che la fede degli avi fu l’eredità gelosamente raccolta e custodita anche nei grandi dolori del nostro popolo; ma questa voce veniva disgraziatamente soffocata dal sopravvenire di imprevedute circostanze.
Questa nobile idea, che per un momento parve seppellita definitivamente, risorge oggi per opera di alcuni generosi, compresi dell’urgente bisogno di restaurazione. Ed io sinceramente mi auguro che tutti, sia come cittadini, sia come cattolici, efficacemente si adoperino per la riuscita di questa impresa: perché cittadini si à il dovere di compire un’opera che è una degna corona dell’edificio più importante di cui va superbo questo paese; perché cattolici non possiamo non raccogliere tutte le nostre energie per il decoro del Tempio del Signore, ove nelle grandi gioie, nelle date memorande, nei momenti trepidi della vita, si raduna il popolo, non trascinato dal calcolo distruttore dei più fulgidi ideali, ma dal sentimento puro di quella fede che solleva l’uomo all’eroismo della virtù per spingerlo verso i sereni orizzonti di un’avvenire di pace, di amore, di felicità”.
L’arciprete Licata fece subito sua l’aspirazione del popolo di dare decoro alla sua matrice, e sarà lui a realizzarla.
Ecco una delle iniziative pro-Chiesa Madre che leggiamo sul Lavoratore del 12.2.1908: “Ribera. “La Compagnia Lelio-Franzoni rappresentò ammirevolmente il Martorio a beneficio del prospetto della Matrice, di cui in primavera si spera incominciare i lavori. La cittadinanza rispose con slancio unanime all’invito dell’Arciprete.”
Un’altra notizia sull’inizio dei lavori l’abbiamo sul Lavoratore del 12.4.1908: “Il 25 marzo, festa dell’Annunciazione di Maria, si inaugurò il trasporto dei primi materiali per i restauri della Matrice. Tutto il popolo di Ribera vi prese parte con grande slancio ed entusiasmo al suono festante della musica e delle campane e tra lo scoppio giocondo di razzi e di petardi. Quando l’Arciprete ringraziò il popolo, molti piangevano per la commozione.”

Ribera, 24 aprile - 3 maggio 1915. Sacra visita, scoprimento della facciata della Matrice, Congresso Eucaristico.
Sabato, 24 aprile. “Alle ore 11 il vescovo Mons. Bartolomeo Lagumina partì da Agrigento in carrozza, accompagnato dal Can. Cardella Cancelliere vescovile e dal Can. Di Puma Segretario vescovile, alla volta di Ribera, ove si pervenne alle ore 17,30.
Vennero ad incontrare Mons. Vescovo i Rev.mi Arcipreti di Ribera col suo clero, di Calamonaci, di Lucca, di Villafranca e il Sac. Francesco Chiaramonte, Arciprete di Marsala.
Alle porte del paese si fece trovare una grande folla di fedeli acclamante entusiasticamente Mons. Vescovo il quale, sceso dalla carrozza ed ordinata la processione, si avviò per la Matrice, ove si ricevette la benedizione eucaristica impartita dall’arciprete Licata; indi si ritirò a casa della Sig.ra Donna Stefania Lo Cascio vedova Parlapiano la quale, per quei sentimenti di pietà che altamente l’onorano, mise a disposizione di Mons. Vescovo tutto il suo palazzo” (Libro delle Sacre Visite, Curia Vescovile, Agrigento).
“Il Vescovo — aggiunge Il Lavoratore — fu accolto trionfalmente dal popolo, con la musica e gli stendardi delle Associazioni, tra evviva, battimani e getto continuo di fiori. Dopo la benedizione eucaristica in Matrice, al palazzo della sig.ra Stefania Parlapiano Lo Cascio, disse entusiastiche parole l’Arciprete Licata” (30.5.1915).
Domenica, 25 aprile
Ore 8. “Parallelamente all’opera delle benemerite Madri Cristiane, che hanno superato il numero di mille, si va sviluppando in Parrocchia la Congregazione dei Padri di Famiglia sotto il patrocinio San Giuseppe. Fregiati della coccarda, alle ore 8 del 25 aprile, rilevarono in bell’ordine Mons. Vescovo dal palazzo alla Matrice per assistere alla santa Messa; si comunicarono, dopo avere ascoltato da Lui belle parole di alto incoraggiamento. I padri di famiglia erano proprio molti, e faranno tanto bene.
Dopo ebbe luogo la commovente cerimonia della vestizione del primo seminarista riberese, dopo tanti anni: il giovane Cufalo Vincenzo di Domenico. Alle parole d’occasione dette dall’Arciprete molti piangevano.
Ore 11,30. Santa Messa solenne celebrata dal Can. Cardella e cantata bellamente dalla Schola cantorum, diretta dal Sac. Marino Michele; all’omelia parlò il Sac. Gaspare Messina” (Il Lavoratore, n.c.).
“Terminata la santa Messa, Mons. Vescovo assistette allo scoprimento della nuova facciata della Matrice, per la quale occasione tenne un discorso l’Arciprete di Marsala Sac. Francesco Chiaramonte, appositamente invitato dall’Arciprete di Ribera Sac. Nicolò Licata” (Libro Sacre Visite).
“La pioggia — leggiamo sul Lavoratore — fattasi dirotta diede tempo, dopo la funzione in chiesa, di fare l’inaugurazione della nuova facciata, tra spari di gioia e suoni trionfali” (30. 5.1915).
Congresso Eucaristico.
Martedì 27 — al mattino, apertura e congresso in varie sezioni; al pomeriggio, adorazione del Divinissimo e discorso di occasione.
Mercoledì 28 — al mattino, Santa Messa e Comunione generale; poi tutto come il giorno precedente.
Giovedì 29 — al mattino, Messa e Comunione dei fanciulli e conclusione del Congresso; al pomeriggio, preghiera per la pace e processione del Divinissimo con lo schieramento dei paggetti del Santissimo Sacramento.
“L’omaggio a Gesù Sacramentato, nei tre giorni del Congresso, riuscì assai commovente e fruttuoso di grazie divine. Quante Comunioni! quante elevazioni cristiane! La Comunione ai fanciulli fatta da Mons. Vescovo durò più di due ore. Che spettacolo angelico! La processione della sera, una cosa mai vista! Basti dire che l’inno Noi vogliam Dio! fu cantato in piazza da circa 700 tra fanciulli e fanciulle bianco vestiti” (Il Lavoratore, 30.5.1915).
“Resterà memorabile in Ribera — leggiamo sul Bollettino Ecclesiastico — il 25 aprile 1915 in cui ebbe luogo lo scoprimento del nuovo artistico prospetto di quella Chiesa Madre, frutto di grandi sacrifici del Rev.mo Arciprete Don Nicolò Licata, al cui zelo operoso ed instancabile si deve il consolante risveglio religioso di quel Comune, ove fioriscono tante belle opere di attività e di propaganda religiosa.
Pubblichiamo pertanto con vivo compiacimento i due telegrammi, la cui lettura, durante la solenne cerimonia, suscitò nei cuori un’onda di sacro entusiasmo:
Agrigento 21 aprile 1915
Cardinale Gasparri Segretario di Stato - Roma
Occasione sacra Visita si scoprirà Ribera nuova facciata Madrice Chiesa e si celebrerà Congresso eucaristico. Pregheremo per Santo Padre e per la pace..
Imploro apostolica benedizione. Bartolomeo Vescovo.

Roma 25 aprile 1915
Santo Padre, grato per preghiere e per omaggio resoGli circostanza inaugurazione facciata Chiesa Madrice Ribera, imparte di cuore V.S. Clero Fedeli Parrocchia speciale benedizione apostolica facendo voti che splenda sempre anche nel vivo tempio dell’anima l’opera della divina grazia.
Cardinale Gasparri Segretario di Stato. 

Dopo qualche anno dall’inaugurazione, fu pubblicato un opuscoletto: Prospetto CHIESA MADRE di RIBERA — Resoconto.
“Ribera — leggiamo nella introduzione —, sorta verso il 1628, ebbe, come prima chiesa, un vecchio fabbricato con una torricella che funzionò da campanile, esistenti nel piano Sant’Antonio ed ora diroccati.
La prima Madrice, fabbricata nella piazza omonima, cedette il posto all’attuale più vasta e più bella, aperta al culto nel 1760, ma rimasta imperfetta, con un prospetto provvisorio sconcio e pericolante.
Verso l’ultimo periodo dell’arcipretura Vaccaro si fu sul punto d’iniziare i lavori. Il Cav. Carmelo Parlapiano aveva promesso il suo contributo con quello di altri cospicui cittadini, mentre il Comune, con deliberazione del 30 dicembre 1902, assumeva l’impegno di concorrere alla spesa. Ma tutto svanì come il materiale di grossi conci accumulati nella piazza.
L’idea patrocinata sempre dalla veneranda Sig.ra Stefania Lo Cascio vedova Parlapiano, riagitata dal Sac. Chiaramonte Francesco ora arciprete di Marsala, prese consistenza con la venuta dell’Arciprete Licata che ne assunse impegno solenne dinanzi al popolo.
Raccolte le prime adesioni, si diè mano all’opera. Il 3 Aprile 1912 si firmò il contratto di appalto con i fratelli Giuseppe, Onofrio e Filippo Abisso. Il 28 dello stesso mese, festa del patrocinio di San Giuseppe, venne benedetta solennemente la prima pietra. Su disegno dell’Ing. Pietro Mortignoni, che prestò generosamente l’opera sua, e sotto la direzione del Prof. Cesare Chiaramonte, incominciarono i lavori.
In casa c’erano poche somme e per fare fronte ai crescenti pagamenti si ricorse al credito della Cassa Rurale che bonificò, come sua offerta, i relativi interessi. Nel giugno dell’anno seguente, 1913, l’arciprete Licata si recava a New York per una colletta tra i Riberesi emigrati.
Il popolo, dinanzi al sorgere dell’opera vagheggiata, non mancò di portare il suo contributo. Ma era l’obolo dei poveri perché le quote degli abbienti — salvo lodevoli eccezioni — mancarono all’appello.
Il 25 Aprile 1915, alla presenza del vescovo Mons. Bartolomeo Lagumina, delle autorità cittadine e di tutto il popolo plaudente, fu scoperto ed inaugurato il nuovo prospetto: pregiata opera d’arte, decoro della chiesa ed onore di Ribera. Celebrò l’avvenimento con entusiastica parola l’arciprete Chiaramonte.
Il sogno era finalmente realtà.
I contributi raccolti, tutti registrati, furono pubblicati, sino alle quote minime, in chiesa e sul giornale Il Lavoratore 1913-1916. Così quelli degli emigrati, che inoltre vennero pubblicati sul giornale L’Italiano in America.
I Sig.ri Michele e Pietro Spallino, Francesco Vizzolo, Anselmo Guastella e Francesco Termini assistettero il parroco nella colletta fatta a New York e dintorni. Degna di menzione la colonia riberese di Elizabeth N.J. Quasi tutti diedero il loro obolo di un dollaro che allora valeva 5 lire. Ci furono poche offerte di maggiorenti di 10 dollari.
La colletta non si spinse ad altri centri perché i Riberesi sono sparpagliati in diversi punti assai distanti. Il parroco ottenne gratuitamente il viaggio per mare come cappellano di bordo, per l’interessamento di Mons. Giuseppe Sacco e fu ospitato generosamente dal parroco Pasquale Maltese e dai Padri Salesiani.
In Ribera si distinsero il Comitato per la raccolta del frumento e quello delle Dame di Carità. Ognuno portò la sua pietruzza. Alcune anime generose — quelle che si trovano sempre in ogni opera buona e preferiscono comparire nel libro di Dio — si profusero ammirevolmente. Siano benedette! E sia benedetta Ribera che volle e seppe realizzare il completamento del suo maggior tempio” (Ribera, Tip. Il Lavoratore, G. Ciliberto, 1929).
Bisogna sottolineare che la nuova facciata della Matrice fu opera di popolo; nell’elenco degli offerenti mancano realmente i nomi dei ricchi riberesi, come si può vedere dall’elenco, anche se sommario, che riportiamo:
£ 5.210 Cassa Rurale; £ 3.000 Comune di Ribera; £ 2.161 Congr. Madri Cristiane; £ 1.316 Raccolta frumento; £ 1.100 Sig.ra Lo Cascio Stefania; £ 750 Simonaro Vincenzo e Figli; £ 551 Ricavato sorteggio coperta; £ 500 Cooperativa San Giuseppe, Arciprete Licata; £ 412 Lotteria; £ 271 Salvadanai; £ 235 Termini Giovanni; £ 223 Contributo Clero; £ 210 Sig.ra Castagna Giuseppa; £ 200 Mons. Vescovo di Agrigento; £ 200 Dame di Carità; £ 190 Ricavato rappresentazioni teatrali; £ 150 Ciccarello Carmelina.
I Riberesi emigrati contribuiscono con offerte di £ 150, 75, 50 e 25.
La spesa totale della facciata e dei restauri fu di £ 43.699,25; le entrate £ 31.622.00; il deficit £ 12.077,25.

(Le notizie sono tratte dal libro, in corso di pubblicazione, sulla biografia dell’arciprete Nicolò Licata di don Gerlando Lentini)



L’ARCIPRETE FRANCESCO CHIARAMONTE - 10

di Gerlando e Raimondo Lentini

Francesco Chiaramonte fonda un nuovo periodico: La Sentinella

15 gennaio 1908. Don Francesco Chiaramonte, in perfetta sintonia ideale e pastorale con l’arciprete Licata, fonda a Ribera il periodico LA SENTINELLA, il cui primo numero porta appunto questa data. Sul frontespizio, a sinistra, è scritto: Né oppressi, né oppressori!; a destra: Proletari di tutto il mondo, unitevi in Cristo! Esce la I e la III domenica d’ogni mese; direzione e amministrazione Via Vespri Siciliani (oggi via Roma) N. 6 — Ribera; gerente responsabile è Giuseppe Puglisi; si stampa in Agrigento presso la Tip. Dima. Ecco la presentazione che ne fa lo stesso Chiaramonte:
“Da queste plaghe occidentali della nostra provincia, dai nostri monti superbi degradantisi dolcemente verso una marina incantevole viene fuori la nostra SENTINELLA, ardita… serena… promettente di vita…
Queste doti che formano il suo orgoglio e la sua ragione di essere, non s’infrangeranno mai al sopravvenire di lotte aspre e tenaci, al risveglio di rabbia velenosa e di spirito settario.
LA SENTINELLA resterà sempre ferma al suo posto, vigile custode della consegna ricevuta: difesa ad oltranza della fede cattolica. Lavorio incessante perché l’avvenire arrida non ad una demagogia atea e scamiciata, non ad un’accolta di uomini legati da interessi e tornaconti inqualificabili, ma alla democrazia vivificata dallo spirito del Vangelo, a persone dominate da quell’ideale umano che l’interesse particolare fa coincidere con quello generale della collettività.
E come la sentinella della caserma non transige un momento a gridare l’alto là al violatore della consegna, sia esso un soldato oppure un generale, così anche la nostra SENTINELLA non tentennerà un solo istante per far sentire il suo alto là agli sfruttatori dell’ideale popolare, agli assassini della coscienza cristiana, ai briganti delle campagne… morali”.
In seconda pagina si leggono parole augurali All’arciprete Nicolò Licata; una sintesi: 
“All’inizio dell’anno novello torna a noi gradito indirizzare a voi una parola per dire: Son passati tanti mesi dalla sua nomina, ma non son passati e non passeranno mai l’affetto, la devozione, l’attaccamento devoto del popolo di Ribera al suo Padre, al suo Pastore… 
Voi che già conoscete la sua anima nobilmente fiera e rudemente nobile, voi che di essa portate impressi i caratteri perché figlio del popolo, cuore di marinaio, voi certamente saprete apprezzare la bellezza della nostra manifestazione e non mancherete di raccogliere il sentimento fervido di un popolo che a mezzo nostro getta su di voi un mazzo di fiori olezzanti. Per voi oggi imploriamo la benedizione di Dio, la luce della vita, il calore dell’apostolato, il moto dei grandi desideri della nostra restaurazione”.

Ancora sul Lavoratore del 2 giugno scriveva don Nicolò Licata:
“Per cura del fervente e valoroso commilitone Sac. Francesco Chiaramonte, si sono pubblicati parecchi numeri della SENTINELLA la quale corre qua e là, nei diversi punti della provincia, dove urge la sua vigilanza ed il suo grido di guerra.
Il giornale è fatto con molta vivacità e praticità. Congratulazioni ed auguri.
Avvertiamo intanto che la Redazione e l’Amministrazione della Sentinella è distinta e separata da quella del Lavoratore”.

(Le notizie sono tratte dal libro, in corso di pubblicazione, sulla biografia dell’arciprete Nicolò Licata di don Gerlando Lentini)


(Le notizie sono tratte dal libro, in corso di pubblicazione, sulla biografia dell’arciprete Nicolò Licata di don Gerlando Lentini)




L’ARCIPRETE FRANCESCO CHIARAMONTE - 11

di Gerlando e Raimondo Lentini

La Società Agraria San Giuseppe e il Segretariato del Popolo

Mentre l’arciprete Licata fondava la sua Cassa Rurale, il battagliero padre Chiaramonte faceva, sulla sua Sentinella, quello che egli intitolava Bilancio morale d’un anno di attività della gloriosa Società Agraria San Giuseppe, che per suo impulso era stata rifondata un anno prima: il 2 giugno 1907 con atto rogato dal notaio Giovanbattista Amenta; cambiò anche nome: da Cooperativa di Lavoro diventava Società Agraria.
“Una delle più fiorenti Cooperative della Provincia — egli scriveva — è la Società Agraria San Giuseppe della nostra Ribera, (la cui sede è in via Castelli). Nel cammino di un anno ha saputo fare progressi immensi seminando un gran bene in mezzo a questa popolazione…
Non per vanità stupida ed inconcludente, ma perché sia d’incoraggiamento a noi ed a quanti lavorano con sincerità nella nostra diocesi, presentiamo oggi il bilancio morale di questa associazione.
Intensamente ostacolata da avversari implacabili nell’affitto di alcuni feudi, ha saputo così fieramente lottare fino al punto di vincere strepitosamente con l’affitto collettivo e diretto di 400 salme di terra. A chi conosce le tristi condizioni dei paesi, ove il latifondo si estende pauroso come una piovra malefica, non può sfuggire l’importanza di questa operazione, a cui si collegano non solo rilevanti rivendicazioni economiche, ma ancora le più sacre libertà della coscienza del nostro popolo.
Sempre allo scopo di assicurare al proletariato la sua libertà, senza della quale non è possibile la sua elevazione, deliberò per i soci il servizio sanitario con medico proprio, il valorosissimo Dottor Salerno, a cui dà uno stipendio annuo di £ 3.000 (tremila). È inutile dire quanto vantaggio se ne sia ricavato: basta solo sapere che ogni lavoratore con l’annuo contributo di £ 7,50 ha il servizio sanitario per tutta la sua famiglia.
Il 1° settembre dell’anno passato quest’Associazione, attorno alla quale si strinse tutto il popolo di Ribera, glorificò uno dei più ardenti figli della Chiesa nel suo ingresso come novello Arciprete, il Sacerdote Nicolò Licata. Quella dimostrazione costituì per Ribera un avvenimento grandioso, che non potrà mai essere dimenticato.
Il 28 luglio 1907, poi, segna la data di una delle più gloriose rivendicazioni di uno dei più incontestabili diritti della massa proletaria. I soci di questa Cooperativa, costituitasi in Circolo elettorale, vollero dar prova solenne del cammino fatto nella via della libertà…
La lotta fu aspra: una potente coalizione si determinò tra gli avversari; ma i nostri si batterono coraggiosamente, resistettero a tutte le minacce, respinsero tutte le intimidazioni e vinsero mandando in Consiglio comunale i propri rappresentanti nelle persone del Sac. Chiaramonte e di Giuseppe Coniglio. Il primo degli avversari ebbe 270 voti, il primo dei nostri 223.
Tra i progressi fatti ancora da questa Società agraria San Giuseppe è da annoverare la sua costituzione in ente intermediario per il Credito agrario col Banco di Sicilia.
Questo è il lavoro di un anno. Questi risultati così fiorenti si devono alla rinnovata coscienza dei nostri lavoratori, allo spirito di solidarietà che li anima, al disinteresse ammirevole dei componenti il Consiglio direttivo, al sacrificio di Giuseppe Coniglio, impareggiabile figura di Presidente”.
La relazione è firmata: Il bersagliere; La Sentinella è del 10.5.1908.

“Domenica, 13 settembre 1908, è stato solennizzato l’anniversario della venuta dell’Arc. Licata tra noi con l’inaugurazione del Segretariato del Popolo, dovuto all’impegno del Sac. Chiaramonte.
Un popolo intero si riversò dietro i soci della Cooperativa con musica e bandiera, per inaugurare i nuovi locali dai quali tanto il Sac. Chiaramonte che l’Arciprete, chiamati insistentemente dalla folla, furono costretti a parlare dal balcone invece che nella sala come era stato stabilito. Grande entusiasmo.
Poi nei locali della Cooperativa dove si ritornò, l’Arciprete fece un po’ di bilancio della sua gestione parrocchiale.
Tra i più grandi applausi si chiuse la bella festa” (Il Lavoratore, 15.9.1908).

2 novembre 1908. “Quel giorno sacro agli affetti più delicati, la Società agraria San Giuseppe, così benemerita del progresso del nostro paese, fece una solenne affermazione di quei nobili ideali che formano la sua forza e la rendono sicura del suo avvenire. Preceduta dalla musica Castagna con bandiera abbrunata ed una magnifica corona, essa mosse dalla propria sede per compiere un pio e devoto pellegrinaggio al Cimitero.
Il corteo lungo, ordinato, silenzioso, imponente assai si avviò lentamente, mentre tutta Ribera seguiva i nostri soci nella grandiosa manifestazione di pietà e di dolore.
Giunti al Camposanto, l’arciprete Licata, con un discorso improntato ai sensi più elevati di solidarietà con gli estinti, commuove i cuori di tutti e fa scorrere abbondanti lacrime. Indi tutto il popolo assiste alla Messa.
In ultimo si passa al sorteggio di un legato per un un’orfanella disposto dalla nuova Pia Unione delle Anime del Purgatorio, che si deve allo zelo e all’attività della buona donna Antonia Perricone. La sorte favorisce l’orfanella Conti Calogera fu Antonino.
La commovente funzione viene coronata da poche parole del Sac. Chiaramonte, che invita alle lacrime e alla preghiera per quei cari fratelli che, allontanatisi da Ribera per un tozzo di pane, trovarono in America una tomba, che si dischiuse senza l’ultimo bacio della mamma, della sposa, dei figli…
La dolcissima festa lasciò nell’anima di tutti una gratissima impressione… E noi vivamente ci congratuliamo con la Società agraria San Giuseppe, con l’ottimo Presidente Coniglio e i soci tutti i quali ogni anno compiono un pietoso pellegrinaggio, che è l’espressione viva della solidarietà e dell’amore che li lega ai trapassati” (ivi).


Il 28 marzo 1909, alle ore 9 l’assemblea della Cassa Rurale San Nicolò, presieduta dal presidente Ignazio Ganduscio, decide la sua estinzione e nomina i liquidatori; alle ore 14 l’assemblea della Cooperativa di Lavoro San Giuseppe, presieduta dal presidente A. Cufalo, decide la sua estinzione e nomina i liquidatori. L’invito ai soci per queste assemblee è pubblicato sul Lavoratore del 21 febbraio 1909.
A questo punto rimangono in vita, florida e solida, due istituzioni: la Società Agraria San Giuseppe, sostenuta ed educata dal Sac. Francesco Chiaramonte e la Cassa Rurale, saldamente ancorata alla forte personalità dell’arciprete Nicolò Licata il quale, ben presto (come vedremo) fonderà, ad integrazione delle due istituzioni, un Consorzio Agrario, comunemente detto Cooperativa Agricola. Pertanto, i due uomini di Dio e le relative istituzioni agivano in perfetta armonia per la gloria di Dio e il bene del popolo, soprattutto dei contadini e degli operai. Non risulta, peraltro, che al di fuori dell’area cattolica ed ecclesiale ci fossero delle istituzioni similari, sino a dopo la prima guerra mondiale.


(Le notizie sono tratte dal libro, in corso di pubblicazione, sulla biografia dell’arciprete Nicolò Licata di don Gerlando Lentini)




L’ARCIPRETE FRANCESCO CHIARAMONTE - 12

di Gerlando e Raimondo Lentini

4.10.1908. A Ribera scoppia la rivolta

4 e 11 ottobre 1908. LE GRAVISSIME AGITAZIONI DI RIBERA.
“In questi giorni Ribera, la tranquilla, la pacifica, la incantevole Ribera, è stata funestata da seri turbamenti. La causa dei dolorosi avvenimenti è semplicissima. Molti anni addietro il Comune concedette parte delle terre, che costituiscono il suo patrimonio, alla povera gente per fabbricare, imponendo per ogni mq un canone di £ 1,25. Canone fortissimo, se si considera che le terre ove sorgono queste umili casette hanno un meschinissimo valore…
Intanto, per trascuratezza delle amministrazioni passate (trascuratezza giustificata da un alto senso di pietà), ora che il Comune è stato obbligato dall’Autorità tutoria all’esazione dei censi, ha dovuto nientedimeno domandare le ultime cinque annualità, il cui pagamento costituisce un vero fallimento per la povera gente. Da qui le agitazioni.
Domenica 4 ottobre. Mentre nell’ufficio del Sindaco si trovano il Cav. Calogero Parlapiano, il Barone Turano, l’avv. Gueli, il sig. Firetto ed il Segretario Chiaramonte col Delegato di Pubblica Sicurezza Soldani, che, arrivato la sera precedente, faceva la visita regolamentare alle autorità, i corridoi, le scale e la piazza vennero invase da una folla tumultuante e che gridava: Abbasso i censi! Non mancò il tentativo di abbattere la porta dell’ufficio del Sindaco, e si sarebbe riusciti se l’energia del novello Delegato non avesse saputo resistere fino all’arrivo dei carabinieri che, sfoderate le sciabole, a piattonate fecero sfollare i locali del Municipio.
Nella piazza però la marea ingrossava, le grida diventavan più forti, mentre una popolana agitava la bandiera rossa.
Le autorità poterono allontanarsi con la protezione dei carabinieri, mentre la folla tumultuante attraversava Corso Umberto I sempre al grido di: Abbasso i censi!
Dopo un’ora la dimostrazione si sciolse; ma il guanto di sfida era già stato lanciato.
Sabato 10 ottobre. Il Consiglio comunale si riunisce in seduta ordinaria. Il Prosindaco Cav. Parlapiano, tenendo conto della grave agitazione della precedente domenica e del bisogno che ha mosso tanta povera gente fino a trascendere nei lamentati disordini, propone che il Consiglio deliberi l’esenzione del pagamento dei censi dovuti da parte di quelli che posseggono solamente una casetta… 
S’ingaggia una forte ed animatissima discussione, a cui non prende parte l’opposizione perché… assente.
Il Sac. Chiaramonte appoggia la proposta del Sindaco, ed aggiunge la proposta di concedere agli altri la facoltà di avere ridotto il censo a un prezzo umano.
Il Dottor D’Angelo dice che con queste proposte s’inganna il popolo, perché il Consiglio comunale non può rinunziare ai diritti del Comune, che ha il dovere di rispettare. Il Prof. Friscia non è di questa opinione, e dice che bisogna venire ad un Provvedimento. L’avv. Bonifacio si associa alle riflessioni del Dottor D’Angelo. Il consigliere Sac. Chiaramonte insiste perché si provveda in maniera da tenere in considerazione le ragioni dei poveri.
La discussione si accentua, le voci si moltiplicano, la confusione cresce e la seduta si scioglie senza concludere alcun che.
Domenica 11 ottobre. A mezzogiorno due ragazzi scendono per il corso Umberto con due bandiere rosse, che il Delegato di P.S. spezza. Poco dopo è una donna che scende con una bandiera tricolore in mano; e subisce la medesima sorte. Dinanzi al Municipio intanto si va costituendo un bel nucleo di persone le quali, eccitate dallo strappo delle bandiere, ne trovano altre due, attorno alle quali si stringono al grido: Abbasso il Consiglio comunale!
Il Delagato di P.S., il quale non può avere l’aiuto che di due soli carabinieri, tenta, in verità senza nessuna prudenza, di impadronirsi di queste due bandiere e vi riesce e le spezza; ma la folla, a quest’atto che in nessuna maniera possiamo approvare, lo stringe insieme ai due carabinieri, facendogli correre un gravissimo e serio pericolo, dal quale poté liberarsi per aver trovato il momento opportuno di tirare lo stocco e girarlo per farsi largo. I carabinieri sguainarono le sciabole e si formò un cerchio nel quale restarono chiusi il Delegato ed i carabinieri, costretti a girare continuamente le loro armi per tenere a distanza la popolazione, la quale si faceva sempre più fitta per l’intervento di moltissimi che si trovavano ad assistere all’ultima Messa.
Fortunatamente, dopo un po’ di tempo, sopraggiunge il Tenente signor Perfetti con una dozzina di carabinieri e si poté formare il quadrato dietro il quale faceva ressa una folla immensa, che reclamava a qualunque costo ed in preda a grande eccitazione le bandiere strappate.
A questo punto sopraggiunge il Sac. Chiaramonte il quale, con buone parole e promettendo uno speciale interessamento, li persuade a sciogliersi. E la giornata finisce non senza lasciare una grande preoccupazione nell’animo di coloro che vogliono assicurare la pace al paese.
Di fronte a questa gravissima situazione il Sindaco Cav. Parlapiano convoca per i necessari provvedimenti il Consiglio comunale per il giorno 14, mentre il Delegato, giustamente preoccupato per i possibili disordini, chiama rinforzi, che arrivarono la mattina del mercoledì.
Mercoledì 14 ottobre. Il Consiglio comunale si riunisce alle ore 20.30 perché qualche consigliere ritarda. Questa volta l’opposizione è al suo posto.
Aperta la seduta, il Sindaco, a nome dell’amministrazione, propone che, in considerazione dei bisogni di tanta povera gente e la pace che il paese ha interesse di vedere assicurata, il Consiglio deliberi di condonare le annualità ai debitori morosi eccetto quella corrente che devono obbligarsi a pagare.
Il consigliere d’opposizione Orlando inopportunamente propone che in avvenire le terre comunali che ancora sono libere si diano tunnizzamente gratuite ai poveri.
Il Sac. Chiaramonte invece si associa alla proposta dell’Amministrazione con l’aggiunta però che si dia facoltà ai censualisti di potere calcolare il canone sulla base di £ 0,80 per metro quadrato, anziché di £ 1,25.
— Noi — egli conclude — dobbiamo risolvere quest’arduo problema col proposito di assicurare una pace duratura e non temporanea al paese!
Il consigliere Abisso si associa. Il consigliere Friscia parla in favore della proposta dell’Amministrazione. L’avv. Bonifacio si associa, dopo un lungo discorso, alle proposte del Sac. Chiaramonte…
Finalmente si mette ai voti la proposta dell’Amministrazione comunale con l’aggiunta di quella del Sac. Chiaramonte. Fatto l’appello nominale, la proposta e l’aggiunta vengono approvate all’unanimità.
Il popolo accoglie con soddisfazione le decisioni del Consiglio e rientra nella calma.
All’Autorità tutoria spetta ora l’ultima parola, e ci auguriamo che sia di approvazione piena alle deliberazioni prese, le quali rispondono ad un vero senso di pietà e di giustizia”.
La cronaca di questi avvenimenti l’abbiamo trascritto dal Lavoratore del 25.10.1908, firmata GUIDO.




L’ARCIPRETE CHIARAMONTE - 13

di Gerlando e Raimondo Lentini

Il terremoto del 1908

La gioia e la serenità del Natale 1908, in Sicilia, furono turbate da una tremenda notizia: alle 5,20 del 28 dicembre, un terribile terremoto distruggeva Messina e Reggio Calabria con i tanti paesetti vicini. Ufficialmente i morti furono 77.283 e i feriti non si contarono; i senza tetto a migliaia furono dislocati in diverse città dell’isola.
Il primo numero del Lavoratore del 1909 si apre con un grande titolo: IL GRANDE DISASTRO. È una relazione commossa della umana tragedia del terremoto, in cui l’arciprete Licata scriveva tra l’altro:
“Lo slancio del nostro popolo, pertanto, non si può descrivere: il disastro di Messina ha rivelato l’unità morale della patria nostra. La gara della generosità nazionale è stata impareggiabile; nei più umili villaggi e nelle più superbe città, cittadini di ogni classe e di ogni colore hanno considerata come propria la sventura che ha colpito la Sicilia e le Calabrie”.
“Anche a Ribera — si legge nella cronaca dello stesso numero del Lavoratore (20.1.1909) — la immensa catastrofe ha suscitato una gara nobilissima di carità.
Un Comitato composto di gente di tutti i partiti e delle autorità locali, ha raccolto più di quattromila lire. Il singor Parlapiano Vella ha dato mille lire; la famiglia del Barone Pasciuta 200; il Cav. Gaspare Pasciuta 150; la Società Agraria San Giuseppe 100, in chiesa si sono raccolte £ 198; il Comune ha dato £ 500; la Congregazione di Carità £ 100; il popolo tutto ha corrisposto nella maniera più larga e generosa.
Una Commissione a proprie spese è partita per i luoghi del disastro per distribuire i soccorsi. Essa è così composta: Arciprete Nicolò Licata, Antonino Parlapiano Vella, Barone Emanuele Pasciuta, Giovanni Leotta, Segretario comunale Domenico Chiaramonte.
Il nostro Arciprete ha già deliberato la celebrazione di solenni funerali nel trigesimo della catastrofe.
Tra le vittime del terremoto anche Ribera conta qualche suo figlio: il tenente Antonino Crispi è perito a Reggio con tutta la sua famiglia”.
“Ancora a beneficio dei danneggiati del terremoto — si legge sul Lavoratore del 2.2.1909 — è stata sorteggiata una salma di frumento. La sorte ha favorito il giovane Giuseppe Scorsone, il quale generosamente ne ha dato metà a beneficio dei colpiti dell’immane disastro.
La Commissione eletta per distribuire i soccorsi di Ribera ha compiuto la sua missione destando in Palermo la più viva ammirazione. Vestì interamente più di 300 persone, lasciò un forte sussidio alla Casa di maternità, diede generosi soccorsi a due distinte famiglie piombate nella miseria.
Lo scorso 28 gennaio, giovedì, per iniziativa del nostro Arciprete furono celebrati nella chiesa madre i funerali per i morti sotto le macerie del terremoto, e riuscirono imponentissimi. Un catafalco veramente artistico sorgeva in fondo alla chiesa; nel mezzo campeggiava una grande croce. Il signor Salvatore Porrello prestò interamente gratuita l’opera sua. Commoventi le iscrizioni dettate dal Sac. Chiaramonte. Un popolo intero gremiva la vastissima chiesa. Le musiche del Maestro Castagna e del Maestro Cinà si prestarono gratuitamente.
Intervennero il Sindaco, il Sig. Parlapiano Vella consigliere, la Direzione dell’Ufficio tecnico ferroviario, una larga rappresentanza del Circolo operaio F. Crispi e della Società Agraria San Giuseppe, il Delegato di P.S. e tanta gente.
La Società Agraria e le famiglie Crispi e Sortino mandarono bellissime corone.
Celebrò la santa Messa l’Arciprete Di Leo di Calamonaci.
Prima di dare l’assoluzione al tumulo, l’Arciprete Licata pronunziò un discorso che è impossibile riassumere. Egli strappò le lacrime a tutti e commosse vivamente quando accennò al dolore della inconsolabile mamma del tenente Crispi nostro concittadino, caduto sotto le macerie di Reggio Calabria. Ancora una volta l’Arciprete Licata dimostrò di essere un valentissimo oratore ed un uomo di gran cuore.
Durante i funerali nei vari circoli ed al Municipio sventolavano le bandiere abbrunate”.



L’ARCIPRETE CHIARAMONTE - 14

di Gerlando e Raimondo Lentini

Appello per fondare in Sicilia un giornale cattolico

Il primo numero del Lavoratore del 1916 si apre con un editoriale intitolato: LUNGA ED ASPRA. Vi scrive, tra l’altro, l’arciprete Licata:
“Dal racconto dei feriti reduci dal fronte e dalle notizie portate dai soldati venuti in licenza dalla zona di guerra, i pessimisti hanno ripresa ansa per rialzare la testa ed esclamare: Lo dicevamo noi!
Che cosa dicevano costoro? Che la guerra sarebbe stata lunga ed aspra! Ma lo dissero sin dal principio il Re, Salandra e tutti gli uomini seri e competenti… Le illusioni le hanno creato certi giornalisti faciloni e parolai…
Eppure, il buon senso e l’equilibrio del nostro popolo trionfa. Ed il popolo italiano che sino ad ieri pareva un popolo bambino, ha mostrato, in questo duro cimento, tale grandezza e forza da rendersi degno dell’alma Roma.
Non si può avere la pace senza la vittoria… Pertanto, nei solchi bagnati di lagrime e di sangue, noi seminiamo la grandezza futura della patria nostra”.

Nella seconda pagina dello stesso numero del Lavoratore (gennaio 1916) leggiamo un articolo firmato: Parroco Nicolò Licata ed intitolato: CHE LA ROMPA? L’antefatto dell’articolo è questo: in Sicilia si sentiva l’esigenza d’un giornale quotidiano fatto da giornalisti cattolici. Tentativi ce n’erano stati: quelli del Sole e del Corriere di Sicilia; ma erano falliti ben presto per motivi finanziari. Ebbene, proprio durante la guerra, il sac. Francesco Chiaramonte, che dal 1912 da Ribera s’era trasferito a Marsala come arciprete, lanciò una proposta per sostenere economicamente un nuovo quotidiano: ogni parroco della Sicilia avrebbe dovuto impegnarsi a procurare tra i suoi parrocchiani almeno due abbonati e devolvere 5 lire come sussidio; una proposta semplice e poco gravosa di facile attuazione, che però ebbe una risposta deludente. Ecco perché l’arciprete Licata intervenne con questo articolo, fortemente critico dei confratelli parroci siciliani e di appoggio all’amico Chiaramonte arciprete di Marsala, che riportiamo nelle parti essenziali. Prende lo spunto dal grido del famoso ragazzo genovese soprannominato Balilla (Che la rompa?), che dette origine alla rivolta di Genova che cacciò gli Austriaci dalla città, per poi proseguire:
“In Sicilia ci vorrebbe un Balilla che rompesse tanta ignavia. Un tentativo, più che alla Balilla, diremmo meglio alla Garibaldi, fu fatto dall’Arciprete di Marsala il quale, rompendo gl’indugi e le incertezze ufficiali, chiama all’appello per un’azione risolutiva i… Mille parroci dell’Isola. Squillò sonora la diana… ma soltanto Quaranta parroci risposero all’appello.
È umiliante. Ed anche inesplicabile. Perché nessun meschino sacerdote che abbia cura di anime può ignorare l’importanza del giornale. Mentre nessun curato del più minuscolo paese del la Sicilia può non trovare due abbonati e 5 lire di sussidio al quotidiano cattolico. Altrimenti ci sarebbe poco da consolarsi della mentalità e della efficienza di tali parroci.
Con alcuni colleghi ho voluto fare, in diversi punti della Sicilia, una specie di inchiesta — anche per motivo di onore e di studio del parrocato siciliano cui appartengo — sulle ragioni della mancata… spedizione dei Mille.
Ne rassegno le principali:
1. Alcuni vecchi, che usano ancora il lume ad olio, tengono i giornali in conto di una frivolezza, una specie di moda malsana contro cui le persone serie ed attempate, come loro, hanno il dovere di brontolare, salvo, s’intende, a comprare il giornale non nostro per ragione di curiosità ed a farsi prestare il nostro per ragione di economia. Uomini da… museo!…
2. Alcuni giovani, amici solamente dell’ottimo, e quindi nemici del bene, vogliono il giornale monstre come il Times oppure il New York Herald.
Cosa da poco!… Non sanno che in Sicilia — breve ambito dove si legge poco, mentre il giornale ha la vita di 24 ore — tra due quotidiani del lato orientale e due del lato occidentale, un quinto quotidiano (il nostro), per farsi largo, ha bisogno di tempo e di forti aiuti finanziari. I soli abbonati non bastano…
3. Altri sono ossessionati dall’ombra del passato: dopo il fallimento del Sole e del Corriere di Sicilia come si può avere il coraggio di parlare di quotidiano cattolico in Sicilia?
Appunto… Egregi amici, se noi vogliamo veder messa in valore la religione, che proclamiamo ed amiamo, dobbiamo procurarci i mezzi moderni per diffonderla, tra cui potentissimo è il giornale… Perciò, malgrado i falliti tentativi, dobbiamo continuare a lavorare — con maggiore forza quanto più duro è diventato il terreno — per avere il quotidiano vagheggiato…
4. C’è una quarta categoria di gente che potremmo chiamare autoritòfila. Aspettano sempre la manna dall’alto, mentre ordinariamente bisogna piegare la schiena al solco per produrci il pane con le nostre mani. Vorrebbero che per il quotidiano ci pensasse Domineddio con un miracolo, il Papa in persona, oppure l’Episcopato siciliano, il quale dovrebbe pagare tutto o prendere gli abbonamenti per i parroci oberati che non li prendono…
Costoro sono seguaci dell’opinione di quel tale che diceva: Tutto ciò che viene dall’alto è ordine, tutto ciò che viene dal basso è rivoluzione! Desideravano che l’iniziativa Chiaramonte l’avesse presa S.E. il Presidente della Conferenza Episcopale Siciliana e che l’affare dei due abbonamenti e delle cinque lire per ogni parrocchia l’avessero, con tutte le forme canoniche, comunicato di ufficio gli Eccell.mi Ordinari ai Parroci della propria Diocesi. Chi è — si chiedono — questo Chiaramonte che parla in Israele?
Ma che frutti può dare la pioggia — diciamo noi — quando la terra non è apparecchiata?
5. A proposito. Certi tipi , amanti della modestia e nemici delle lodi, sapete perché non aderirono? Perché Chiaramonte faceva troppo rumore… Si doveva fare altrimenti!…
E così, per una questione di forma, si rinunzia alla sostanza!
Intanto si risparmiano la briga dei due abbonamenti, compreso il loro, e del sussidio. Questa è la sostanza.
6. C’è nel mondo sublunare anche la classe degli habitues. Pranzano a quella tale ora, fanno il tresette con quella tale compagnia, vanno a passeggio in quel tale punto, leggono quel tale giornale e non sanno distaccarsene per tutto l’oro del mondo. Sarà un giornale volteriano, verrà magari dal continente, non importa: sono attaccati a quella rubrica, a quelle lettere, a quel tanfo speciale di stampa e riesce loro sgradito il giornale più ben fatto, più pulito… Dicono:
— Ma che! I cattolici non sanno fare nulla di buono!
— Sicuramente. Con simili corifei!…
7. Nell’ultimo girone compariscono i positivi: Il mondo è andato sempre così… Volete aggiustarlo coi… giornali?… Tempo perso!… Perché guastarvi la digestione?
Sono della scuola del laisser faire, laisser passer. Ma non sono della scuola di Gesù Cristo.
Se dovessero prevalere simili criteri, povera religione! povera umanità! ed anche povere parrocchie!
Concludiamo. Mons. Spalding dice: Là dove manca la critica di se stesso, ivi è inevitabile la decadenza. Noi — con me parlano diversi parroci — invece vogliamo che il parrocato s’innalzi all’altezza della sua missione, centro propulsore di ogni bene, che smentisca queste sette ragioni dell’inchiesta con le settantasette volte dei fatti.
Insomma, se i Parroci vorranno, il giornale sorgerà”.




L’ARCIPRETE CHIARAMONTE - 15

di Gerlando e Raimondo Lentini

Arciprete a Marsala e morte

Nelle precedenti puntate abbiamo parlato delle attività del Chiaramonte a Ribera e provincia fino al 1916, ma già dall’agosto del 1912 era stato nominato arciprete di Marsala (probabilmente il 31°) e, di conseguenza, essendovi in quella chiesa madre una colleggiata, acquisiva, ipso facto, il titolo di “Canonico”.
Della sua attività in quella città ce ne parla il suo terzo successore cioè l’arciprete Andrea Linares nel suo libro “Gloria dei figli - Appunti per la storia della Chiesa Madre di Marsala” pubblicato nel 1983.
La chiesa madre di Marsala versava in pessime condizioni e, nei pochi anni dell’arcipretura tra l’altro coincisi col periodo bellico, il Chiaramonte riuscì a dare un nuovo organo, il pavimento, ecc. Ma vediamo cosa dice il Linares a pag. 135 nel capitolo Post nubila… generosità dei padri:
“Il pavimento fu fatto in diverse riprese e nelle navate laterali fu completato solo nel 1925. Dopo il cappellone fatto nel 1903 si cominciò nel 1904 la navata centrale. Desumo ciò da alcuni avvisi di riunioni nel 1904 e dai registri di questua. L’Arciprete Chiaramonte soleva dire che qualunque cosa si facesse nella nostra chiesa, era una goccia gettata in un pozzo, alludendo alla vastità della chiesa, e ai suoi molteplici bisogni. La sua arcipretura coincise con un tempo assai travagliato. Per di più, egli, partito volontario nella guerra del 1915-18, rimase lontano ben quattro anni dalla parrocchia. Durante la sua assenza furono sottratti alcuni paramenti conservati nell’ex cappella della Confraternita del Crocifisso, attigua alla canonica. Il furto fu scoperto al ritorno dell’Arciprete né fu possibile rintracciare i colpevoli o i preziosi. Accanto alla base della cupola vi era una specola di soldati.)
L’Arciprete Chiaramonte coronò i suoi sforzi a Marsala con l’altare di marmo del cappellone costruito nel 1929.
Morto immaturamente nella sua Ribera l’1-11-1930, la chiesa rimase fino al febbraio 1932 con la guida dell’Economo Can. Salvatore Pipitone. Nel 1932 successe il Can. Calogero Cusumano.”
Mentre nel capitolo sugli Arcipreti ed uomini insigni a pag. 167 aggiunge:
“31) Can. Francesco Paolo Chiaramonte di Ribera (Agosto 1912 - 1-11-1930). Prestigiosa la sua arcipretura! Dotato di ingegno versatile, vigorosa eloquenza, imponente aspetto, lasciò un’orma indelebile. Sarebbe lungo dire di tutto. Continuò l’opera del restauro del tempio e lo dotò di monumentale organo (fratelli Polizzi di Modica). Fondò e diresse dal 31-8-1913 al 1924 il mensile «Apostolato Cristiano». Alle Serve dei Poveri, venute a Marsala nel 1914 (fatte venire dal medesimo arciprete), affidò l’orfanotrofio femminile (21-5-1918) Notevole il suo apporto alla devozione eucaristica sia nel Congresso Eucaristico di Mazara del 1914 e molto più in quello di Marsala (18 - Nella vita di mons. Audino di Mons. Ajello, e nel Vomere si trovano utili notizie. Il Vomere del 26-5-1918 parla della inaugurazione dell’Orfanotrofio ecc.). Andò volontario nella 1ª guerra mondiale e la chiesa fu retta dal Con. De Maria (fino al maggio 1916, dal 1917 al 1919 dal Can. A. Fiorito).
Favorì le vocazioni sacerdotali. Morì di infarto all’età di anni 53. Dal 1930 al febbraio 1932 fu economo il Can. Salvatore Pipitone.”
Il Linares talmente stimava il Chiaramonte che lo ricorda anche nel suo testamento spirituale che per la profondità di sentimenti e di santità che emana ci piace riportarlo per esteso:
Testamento spirituale dell’Arciprete di Marsala Andrea Linares (7 marzo 1914 - 13 febbraio 1991) - Dai suoi quaderni
“Carissimi fratelli e sorelle in Cristo Signore
Alle soglie dell’eternità, alla vigilia del supremo inappellabile giudizio, quando le terrene vanità e seduzioni sono tramontate, sento il bisogno di rivolgermi a Padre Celeste con tutte le mie forze.
Come non ringraziarLo per i tanti doni gratuitamente concessimi?
La vita, la vocazione, l’amicizia e l’esempio di autentici e piissimi santi sacerdoti e laici e soprattutto per implorare perdono e misericordia, per la mia indegna corrispondenza, dei talenti non trafficati, per gli errori, le deficienze, le colpe, gli scandali di tutta la vita, i cattivi esempi di cui mi sono macchiato e che sinceramente deploro.
Ma come non rivolgere pensieri, affetti, saluti, auguri, a Voi amici e fratelli che rimanete? Chi potrebbe vietare di dirVi il mio amore? Da piccolo mi sentii chiamato alla consacrazione di tutto me stesso e di tutte le mie energie nel servizio totale ai fratelli.
Non lascio beni terreni, le case furono acquistate per la Chiesa, non per me. Povero mi legai al Sacerdozio, rinunciando ad ogni spettanza paterna, povero vissi cercando di spendere tutto per le Chiese, a qualsiasi titolo lo acquistassi, povero voglio morire. Nel mio Sacerdozio ho cercato le anime da dare a Cristo e al bene, non denaro, carriera, onori: il Signore me ne ha dati fin troppi di onori! A Lui siano grazie, honor et gloria.
E siano grazie a tutti i benefattori (Mons. Ajello, l’Arciprete Chiaramonte) e laici, a tutti quelli che mi hanno amato, compatito, collaborato, sostenendo la mia fragilità, zelando la Gloria di Dio, lavorando per il bene delle anime.
A tutti quelli che, comunque, mi sono stati vicini, il mio grazie e per loro la mia povera preghiera. Chiedo perdono a chiunque offesi, scandalizzai, portai dispiacere, come lo do piano a chiunque m’avesse afflitto e raccomando alle preghiere la mia povera anima.
Pietà di me, Signore. Nell’ultima mia ora, assistimi.
Pietà! Non guardare ai miei peccati! Accoglimi nel Tuo Regno.

Andrea Linares
    Sacerdos


Come già detto dal Linares, Francesco Paolo Chiaramonte moriva nella sua Ribera per un infarto il 1° novembre 1930 alle ore 23 nella casa posta in via Smeraldo n. 53 a soli 53 anni.

mercoledì 22 luglio 2015

La musica a Ribera: seconda puntata - La prima banda del 1846 - Il maestro Pietro Pace

La musica a Ribera: La prima banda del 1846 - Il maestro Pietro Pace

di Raimondo Lentini

parte seconda



Le bande cittadine, dicevamo nella puntata precedente, cominciarono a fiorire nella prima metà dell’800. Ribera rispetto agli altri comuni non è stata da meno, come vedremo.
Tra la fine del XVIII secolo e gli inizi del successivo cominciavano a nascere a Ribera i palazzi signorili delle varie famiglie nobili e della borghesia, e questi avevano necessità di affrescare con decorazioni e dipinti le volte degli stessi e venivano chiamati pittori (magari non di livelli alti) dai paesi limitrofi. Uno di questi probabilmente era Francesco Pace. Questi era nato ad Agrigento nella parrocchia della Cattedrale il 25.11.1767 da Onofrio (capoguardia morto a Palermo durante i moti del 1820) e Raimonda Re, si era sposato in prime nozze sempre ad Agrigento nella parrocchia di S. Pietro nel 1789 con Santa Caro, rimasto vedovo si risposava a Bivona, dove probabilmente stava eseguendo qualche lavoro, il 30.1.1809 con Maddalena Sedita figlia del notaio Vincenzo e di Francesca Ferlisi. Opere eseguite da lui a Ribera non ne conosciamo ma già giovanissimo nel 1789 eseguiva a Montaperto la pitturazione e la doratura della “cassa per ponervi il retratto di Sua Maestà per la conservazione di esso Retratto” (B. De Marco Spata). Troviamo molte tracce di Francesco presso gli archivi anagrafici della Sicilia (Cattolica, Castrofilippo, Ribera, Trapani, Palermo, ecc.) e di Napoli, segno questo che aveva molti lavori, purtroppo però fino ad oggi nessuna opera ancora si conosce.
Antichi strumenti musicali che si trovano nel Museo etnoantropologico di Ribera



La famiglia del maestro Pietro Pace
Francesco Pace aveva fatto studiare musica al figlio Pietro, che era nato a Bivona nel 1811, e mentre si trovava a Ribera stipulava un contratto di dote presso il notaio Giovanni Leotta con la famiglia Farruggia il 18 novembre 1845. Infatti il 22 successivo convolava a giuste nozze nella Chiesa Madre di Ribera con Maria Crocifissa Farruggia figlia di Pasquale (possidente) e Barbara Poggio.
La nuova coppia si stabiliva a Ribera e Pietro Pace iniziava la sua attività di direttore e maestro di orchestra fondando una banda musicale dalla quale avrebbe ottenuto i proventi per portare avanti la famiglia. Dai registri del Catasto borbonico nel 1847 risulta che il maestro Pace abitava nell’antica via Oddo che si trovava nella sezione chiamata S. Eligio e nell'isola n. 8, che oggi dovrebbe corrispondere all'isolato che è a nord della chiesa di S. Pellegrino. La casa, sempre secondo il detto catasto, era a piano terra e composta di due stanze più la cucina, casa che gli era stata  portata in dote dalla moglie.
La strada dove abitava probabilmente il maestro Pace.
Pochi mesi dopo il matrimonio, e cioè il 10 maggio 1846, si recava dal notaio Giovanni Maria Leotta insieme a "mastro Baldassare Zambuto di mastro Vincenzo possidente, mastro Giuseppe Urso del fu Alessio crivellatore, Francesco Lo Raso e mastro Calogero Lo Raso padre e figlio, ed il detto Francesco del fu Calogero, mastro Francesco Tramuta di mastro Filippo calzolaio, mastro Calogero Gaipa di Raimondo calzolaio, mastro Leonardo Urso di mastro Stefano crivellatore, don Francesco Savoca del fu don Ignazio picconiero, mastro Vincenzo Caruana del fu mastro Giuseppe calzolaio, mastro Giuseppe Catalanotto del fu Carmelo, mastro Calogero Catalanotto del fu Carmelo, mastro Carmelo Presti di mastro Giuseppe sartore, mastro Nicolò Presti di mastro Giuseppe, mastro Antonino Guastella del fu Gaetano calzolaio, mastro Liborio Castagna del fu mastro Antonino sartore, mastro Paolo Lo Forte del fu Giuseppe calzolaio, mastro Filippo Tramuta del fu Francesco calzolaio.”
Tutti i componenti erano artigiani la maggior parte dei quali calzolai.
L'atto continua con gli strumenti che ognuno di essi si impegnava a studiare e ad imparare a suonare:
"Il sudetto di Pace si obbliga alli sudetti comparenti ammaestrarsi in musica che ad arie cogli infrascritti rispettivi strumenti cioè al detto Zambuto per quartino, alli figli del detto mastro Giuseppe Urso appellati mastro Andrea ed Alfonso il primo per clarinetto, ed il secondo per piattini, alli detti padre e figlio Lo Raso detto mastro Calogero per l'offlè (N. d. A. oficleide), il detto mastro Francesco Tramuta per l'offlè, il detto Gaipa pel corno di caccia, il detto mastro Leonardo Urso per il clarinetto, il detto Savoca il clarinetto, il detto Garuna pel clarinetto, li detti fratelli Catalanotto rispettivamente per trombone, il detto mastro Carmelo Presti per corno di caccia, il detto mastro Nicolò Presti per trombone, il detto Guastella per tamburro, pel detto mastro Liborio Castagna pel di lui figlio Antonino per la tromba, il detto Lo Forte pel corno di caccia e per il detto mastro Filippo Tramuta pel di lui figlio Lucio per la grancassa onde tutti li sudetti individui colli rispettivi strumenti comporre una Banna."
Offlè (oficleide).
Il documento consta di ben 29 facciate e continua con gli articoli del contratto dove si stabiliscono tra l'altro la durata di sei anni del medesimo, i guadagni del Pace e degli altri strumentisti, gli orari delle prove ed il luogo (la casa del Pace), il prezzo che la banda dovrà chiedere per battesimi, matrimoni e funerali nonché per le festività religiose e profane, e così via.
In questo primo contratto non risulta la presenza dei Cinà, i quali deterranno la banda dalla seconda metà dell'800 a buona parte del '900.  Anche loro erano di Bivona ma erano venuti ad abitare a Ribera agli inizi dell’800.
Troviamo quindi per la prima volta il maestro Antonino Cinà fu Antonino, calzolaio, nell’atto di ricostituzione della banda fatto dal maestro Pace presso il notaio Giovanni Gatto l’8 febbraio 1851 e questa volta i componenti sono oltre al Cinà i mastri: Andrea Urso di Giuseppe, Leonardo Urso fu Stefano, Michele Sarullo fu Luigi, Giuseppe Amico fu Antonio, Gregorio Zito fu Salvatore, Nicolò Presti fu Giuseppe, Liborio Castagna fu Antonino, Carmelo Presti fu Giuseppe, Francesco Spallino di Calogero, Paolo Lo Forte fu Giuseppe, Giuseppe Catalanotto Graci fu Carmelo, Ignazio Gullo di Giuseppe, Antonino Guastella fu Gaetano, Francesco Tramuta di Filippo, Vincenzo Presti fu Giovanni Battista, Luciano Tramuta di Filippo e Salvatore Sparacino di Giuseppe. Quasi tutti sanno firmare e firmano quindi il contratto.
Seguono poi, come nel precedente, la suddivisione degli strumenti e i vari articoli. Dal punto quinto apprendiamo che il maestro Pace avrebbe addestrato gli allievi a suonare lo strumento che più si addice ad essi e che lui stesso avrebbe nominato il capo banda, mentre gli strumenti venivano acquistati tutti da mastro Carmelo Presti, che probabilmente aveva una rivendita di generi vari, e venduti a tutti i componenti della banda. Ad Antonino Cinà toccò il quartino (variante del clarinetto).
Un ultimo atto di ricostituzione della banda lo abbiamo trovato sempre nei registri del notaio Giovanni Gatto in data 24 febbraio 1856 stipulato dal maestro Pace con i mastri del precedente atto del 1851, ma a cui si aggiungono i seguenti mastri: Domenico Scalia fu Giacomo, Francesco L’Ala fu Antonino, Filippo Fasulo fu Domenico, Pellegrino Guarino fu Nicolò, Antonio Petrusa di Leonardo, Vincenzo Petrusa, Rosario Lagro, nonché alcuni figli dei precedenti mastri.
Non sappiamo perché non vi si trova più Antonino Cinà.
Il contratto doveva ritenersi scaduto nel 1862, ma abbiamo motivo di pensare che il Pace abbia lasciato Ribera molto prima, infatti a Ribera gli nascono i seguenti figli: Francesco (n. 1846), Alfonsa (n. 1848 m. 1849), Alfonsa (n. 1850), Maria Maddalena (n. 1852 sposata in prime nozze a Sciacca nel 1900 con Giuseppe Prado e in seconde a Palermo nel 1910 con Filippo Massaro), Barbara (n. 1854 e sposata Palermo nel 1886 con Luigi Prado), Pasquale Emanuele (n. e m. 1856) e Pasquale Alfonso (n. 1857). Dopo il 1857 non abbiamo più nessuna traccia della famiglia Pace a Ribera. Sappiamo che due figlie, come detto sopra, si sono sposate una a Sciacca e l’altra a Palermo, segno del trasferimento anche temporaneo del Pace in queste città. (continua)
Ribera, 22 luglio 2015

martedì 21 luglio 2015

La musica a Ribera: prima puntata - Gli inizi

La musica a Ribera: Gli inizi

di Raimondo Lentini

parte prima




La musica come l'arte di combinare i suoni in maniera melodiosa ha origine antichissima, infatti, per gli uomini primitivi, aveva anche un carattere magico.
Col perfezionamento che si è avuto nei secoli più vicini a noi e con la sua "emancipazione" formale, costituisce ancora oggi elemento di gioia, di lutto, di eccitazione, ma soprattutto di educazione alla bellezza e all'armonia spirituale.
Un tempo vi era una musica elevata di cui potevano usufruirne solo i cultori ed i ricchi eseguita con strumenti nobili ed una per il popolino più folcloristica ed eseguita con pifferi, cornamuse, e altri strumenti quasi rudimentali, che col passare del tempo si raffinarono sempre di più.
La prima Corporazione musicale venne costituita a Vienna nel 1268 come la "Confraternita di San Nicola”. Sull'esempio dell’Austria successivamente anche in Germania si costituirono bande regolari di musicanti e questi complessi erano costituiti da strumenti semplici come pifferi, flauti, ciaramelle, viole, tamburi e trombe.
Suonatori di strada
Queste primordiali bande musicali, come del resto tutte le altre confraternite o corporazioni si reggevano mediante statuti e regolamenti che venivano fatti, in genere, con rogiti da pubblici notai. Ma le prime bande più simili a quella a cui siamo abituati a vedere oggi incominciarono a nascere in seno agli eserciti. Sappiamo infatti che nel 1763, si costituirono bande musicali militari con organici ben definiti nelle predette figuravano: oboi, clarinetti, corni, fagotti, flauti, trombe, controfagotti, serpentoni, oltre naturalmente ai tamburi.
Nei secoli passati vi furono anche dei suonatori "raminghi", in quanto giravano per i paesi e per le piazze con strumenti poveri e allietavano le feste comunali o i matrimoni, i battesimi e anche per i funerali. Questi molto spesso erano ciechi accompagnati da un figlio o da qualche ragazzo preso in “affitto” al padre che guidava il non vedente, chiedeva l’elemosina e apprendeva il mestiere. Quindi persone che, non potendo fare altri lavori manuali, venivano avviati alla musica e al canto.
A Ribera, a proposito di suonatori ciechi, abbiamo trovato negli atti del notaio Pellegrino Genova una obbligazione del 24 novembre 1744 con cui mastro Gaspare Chibaro di Ribera si impegna ad andare insieme al maestro Filippo Restivo, cieco nato, di Palermo "in tutte quelle terre e città di questo Regno portando seco il suddetto di Chibaro il suo violino e sonare con il detto di Restivo, affine suddetto di Restivo cantare, dire, recitare orazioni, istorie, canzoni ad laude, honor et gloria Dei et Sanctorum ac Animarum Sancti Purgatorij…”.

Per quanto invece riguarda i piccoli complessi musicali abbiamo notizie certe pure fin dal '700. Naturalmente le feste erano le occasioni più importanti per ascoltare un po' di musica e per questo nella Pasqua del 1760 vennero suonati pifari, trombetta, e violini.
In quella nel 1781 al Maestro Vincenzo Patti di Cattolica e compagni vennero date 2 onze da Calogero Marsalese Governatore della confraternita del SS. Rosario, per aver suonato con violini, corni di caccia e flauti traversi, mentre il tamburo veniva suonato da Antonino Valenti, pure di Cattolica, il Sabato Santo e la mattina di Pasqua.
Un'altra occasione per ascoltare della musica si aveva in occasione della morte di una persona, specie se abbiente. Infatti per la morte del sacerdote Luca Colletti nel 1741 tra le spese il rev. don Giovanni Greco dice di aver pagato anche alli piffarari. Sembra, quindi, che il feretro nel '700 venisse accompagnato dai soli pifferai.
La banda musicale rimane fino al 1800 circa, come si è detto, un corpo integrato nelle forze militari che davano sempre primaria importanza ai tamburi che si posizionavano in prima fila durante le parate e le battaglie.
Le bande musicali paesane invece fioriscono nella metà del 1800 con le piccole esecuzioni, in strada o nei giardini pubblici, delle arie più famose d’opere liriche del momento, facendole conoscere gratuitamente al popolo che non poteva permettersi una poltrona in teatro. (continua)
21 luglio 2015

lunedì 29 giugno 2015

LILLO MILIANO NEL RICORDO DI FRANCO QUARTARARO (ARCHITETTO) IN UNA LETTERA AD UN AMICO SUL VALORE DELL'AMICIZIA


Caro Gianni,
disquisire sul significato dell'amicizia non è mai facile, perché non esiste una definizione univoca e spesso, ci lasciamo plagiare da modelli espressi dal cinema e dalla narrativa. Concordo con Te che dare dell'amico a qualcuno richiede qualche cautela. L'amicizia non è merce di scambio, ma qualcosa di molto più complesso. Penso che neanche scrivere un'enciclopedia sul tema sia sufficiente per descrivere esaustivamente il concetto.
Tenterò di dare un mio modestissimo contributo riguardo l'amicizia partendo da una dura esperienza di vita.
Circa 20 anni fa, ho vissuto l'esperienza di Garrone e, davanti un letto, ho provato terrore, impaccio, inadeguatezza, sconforto e bisogno di allontanarmi, per la visione dell' insostenibile sofferenza del mio fraterno amico Calogero (che riposi in pace), che pochi giorni dopo ci avrebbe lasciati. Compagni dai tempi dell'asilo, elementari, medie e superiori, studio tecnico in società e non solo: sono cresciuto a casa sua, con sua madre e suo padre, maestri elementari che ci facevano fare i compiti tutti i pomeriggi e che dicevano di avermi adottato. Persona dal fare trasparente e incapace di mentire, era capace di grandi slanci commoventi e abnegazione; soprannominato "lu parrino" (il prete) perché quando c'era da dare una mano era sempre in prima fila, sia che si trattasse di accompagnare in macchina qualcuno dall'altra parte della Sicilia, aiutarti a spostare i mobili di casa, ridipingere una stanza, riparare un impianto elettrico, che prestarti dei soldi. E' stato alla mia laurea, al mio matrimonio, e quando era a Palermo era sempre mio ospite. La notte che muore suo padre (allora abitavo a Ribera), prendo la macchina e lo accompagno a Palermo a prendere la sorella Giovanna, allora studentessa universitaria che morirà (stesso male il padre e i figli) qualche anno dopo, a soli 30 anni. Il viaggio di ritorno a raccontar balle sostenibili per non spaventare la ragazza. Lui, pur sapendo, sostenne il gioco con la faccia sconvolta e la morte nel cuore; ma al buio, la sorella seduta accanto a lui, non lo vedeva...  io, allo specchietto retrovisore, sì che lo vedevo....
Abbiamo combattuto tanto per le difficoltà del lavoro, alle volte al limite della legalità, con una complicità sottile e presente che non aveva bisogno di essere sottoscritta. Ci capivamo al volo, anche in mezzo alla gente e senza parlarci. Ridevamo, e anche tanto, grazie all'autoironia che ci contraddistingueva, al limite della sconcezza e anche oltre. Ma c'era una parte delle nostre vite che rimaneva circoscritta dietro una linea sottile che nessuno di noi ha mai valicato, per reciproco rispetto.
Lillo Miliano (a centro seduto) con gli amici sposi Franco Quartararo e Rosalba Barbera
Dopo il funerale, ho visto il vero volto dei cosiddetti "amici": minuscoli individui affetti da protagonismo, interessi, opportunismo e bassezza umana. Non sono più entrato nello studio neanche a riprendere le mie cose, tranne quando fui costretto da un revisore dei conti, per un contenzioso conclusosi dopo da sua morte.
Ho provato un disagio immenso, forse perché non ho valorizzato più di tanto quell'amicizia quando era in vita. Lui non c'è più, e nella rielaborazione della perdita ho imparato a dare un peso diverso all'amicizia. Conosco sempre più gente (la mia agenda sta esplodendo) ma ho sempre meno amici, e quei pochi che ho me li tengo stretti o li coltivo, come si usa dire... scusa la metafora ma, anche Tu sei nel mio orticello.
Gli amici prima di tutto devono condividere passioni, hobbies e interessi comuni, anche se si frequentano parrocchie diverse. Amicizia è affinità intellettuale anche se culturalmente distanti; è anche la capacità di dare apporto interiore l'altro, come un buon libro, senza preconcetti e integralismi.
Non ho mai saputo dove fosse sepolto, finché tre anni fa venni a sapere da Dino, un comune amico che vive a Ribera, il punto esatto della sepoltura. Dino ci accompagnò (ero con mia moglie che da anni mi diceva di cercare la tomba) e finalmente abbiamo spiritualmente riincontrato l'amico che ci ha lasciati (suo malgrado). In quel momento è stato come se un'anima si staccasse dal purgatorio e filasse in paradiso. Non so se fosse la sua ma, mi sono sentito in pace con me stesso. Avevo chiuso un cerchio.
Non so se darei un braccio per un amico...
dovrebbe essere uno con la "a" maiuscola, ma ripetere un'esperienza lunga 30 anni di tale intensità, una seconda volta nella vita, non credo sia possibile...
intanto, lascio la porta aperta.... non si sa mai!
Meno 8 alla partenza per la Spagna. Temo che l'unico "sollazzo" ispanico sarà fare schioccare la frusta come fanno i domatori di leoni al circo...
Spero di tornar sano... di mente.
Qui la primavera è arrivata di botto. Il termometro è salito di 6°C in una notte!
Abbraccioni a gogò.
Tuo sud-atissimo amico,

Frank

mercoledì 10 giugno 2015

GIUSEPPE NICOTRA 
Poeta favarese


Tra i libri di mio fratello Giuseppe, morto a 21 anni nel 1970 dopo lunga malattia, ne avevo trovato uno di poesie dal titolo “I colpevoli” di un certo Giuseppe Nicotra, che per molto tempo ho creduto fosse suo compagno di scuola o di giochi, ma che poi ho scoperto che aveva 11 anni più di lui. Non so che rapporti avessero i due ma nel libro c’è la firma autografa dell’autore, sicuramente facevano parte della stessa compagnia di amici.
Io non avevo la vena poetica classica di mio nonno Raimondo Lentini, ma leggendo e rileggendo le poesie del Nicotra mi ci rispecchiavo sia per carattere introverso e melanconico e così ogni tanto componevo delle poesie ispirandomi alle sue. Per questo motivo ho tenuto e tengo ancora l’opuscoletto del Nicotra conservato come una reliquia: mi fa ritornare alla mia infanzia rattristata prima dalla morte di mio padre e poi da quella di mio fratello Giuseppe più grande di 10 anni di me. Giuseppe Nicotra era nato a Favara il 9 maggio del 1938 da Salvatore e Rosa Saieva. Negli anni 70 aderisce al gruppo ADES. Con il pittore Vincenzo Patti, noto acquerellista, ed il poeta dialettale Gaetano Quaranta, negli anni ‘80 fondò l’associazione culturale “Cormorano”. È morto il il 6 aprile del 1992. (vedi G. Cilona, Uomini di Favara)
Raimondo Lentini


La Via n. 8 Agosto 1968

I COLPEVOLI
raccolta di poesie di GIUSEPPE NICOTRA
L'AUTORE 
È uscita, coi tipi della Bino Rebellato Editrice la prima raccolta di poesie di un nostro giovane concittadino: Giuseppe Nicotra.
Forse parecchi nostri lettori per la prima volta sentono il nome di Nicotra, nonostante egli da parecchio tempo si dedichi all'arte con passione: ciò dipende certamente, in gran parte, dalla natura del nostro autore schiva da ogni forma di pubblicità e di arrivismo a qualsiasi livello.
La sua attività, infatti, meriterebbe tante simpatie, tanta comprensione per ciò che di buono già contiene e per ciò che di migliore potrà darci in ulteriori produzioni e sbocchi artistici.
La raccolta pubblicata va sotto il titolo de "I colpevoli". Gli appunti che sto per fare non vogliono essere una recensione, né un encomio di convenienza, né la facile critica di un superficlale; ma solo le impressioni di un lettore che conosce un po' l'autore, che ha scambiato pareri e punti dl vista con lui, che ha raccolto, mentre in un occasionale convivio si leggevano alcune liriche pubblicate, critiche positive e no, consensi e dissensi dei circostanti.

OPERA AUTOBIOGRAFICA 
La caratteristica fondamentale che balza evidente dalla raccolta è il sincero carattere autobiografico che promana da ogni pagina, da ogni lirica, da ogni verso: Giuseppe Nicotra, il modesto ragazzo dell'ultimo banco dei giorni di scuola, è il vero protagonista de "I colpevoli", con le sue ansie, i suoi dolori, le sue nostalgie, le sue accuse, le sue pene, i suoi dinieghi.
Un protagonista prigioniero tra grigie pareti senza aperture, senza appigli, tra mura insormontabili costituite dall'indifferenza della società, dall'incapacità di adattarsi agli schemi convenzionali, dal disagio di vivere, dal rifiuto del compromesso, dalle negazioni che man mano si vanno sommando, lasciando il nostro allo scoperto da ogni difesa, solo, tristemente solo, paurosamente solo.

UN PROTAGONISTA AL BUIO
Un protagonista al buio! Buio profondo, buio spaventoso, buio nel quale o si muore o si scava ancora disperatamente con la mani, col cuore, coll’intelletto, con la fede, fino a ritrovare il primo spiraglio di luce, tenue tenue, ma capace di portare sù, sù a sorgenti di luce sempre più luminose.
Troppo buio, in atto, nella poesia di Nicotra!
Ma l'artista è giovane, pur nella antichità delle amarezze e delle tormentate riflessioni. Ed egli stesso non esita a confessare che la maturazione è di là da venire, anche se vicina; e con la maturazione possono arrivare l'equilibrio artistico, il superamento di attuali incoerenze e contraddizioni, la riscoperta di certi valori, l'apprezzamento di antichi e nuovi ideali o almeno "le trascendenti illusioni" di foscoliana memoria.
Del resto un fugace accenno il verso di chiusura della lirica “Ho rifiutato la segnaletica vigente", può già voler dire qualcosa:
“Un pugno di pagine bianche resta per noi".

IL NOSTRO AUGURIO
E allora, caro Nicotra, potranno essere nel tuo canto l'umano nobile sforzo, riesca o non riesca, di sollevarsi dalle miserie materiali e morali, la dignità di un lavoro il quale dia sollievo a chi lo esegue e a chi lo richiede, il calore di una famiglia in cui vicendevoli siano l'affetto e la comprensione, una fede da abbracciare che supplisca alla debolezza dell'umano intendere.
L'arte così troverà in so stessa, nolle vicende umane, nella natura, in
Dio anche motivi di pacata serenità, di vita e di gioia e non solo di morte o di dolore.
In "Abbattimento" il poeta così si esprime:
“………………………….Lasciate
io cada sfinito tra sassi;
lasciate che gli altri
raggiungano in alto da primi; 
io non ho forza per fare altri passi,
io non ho voce per chiamare aiuto
o non ho casa per tornare indietro. 
Andate avanti
senza di me.
Sento ch'è inutile vincere l’erta,
sento che ai limiti di questo cammino
c'è il vuoto silenzio”.

A questi versi così belli, ma troppo amari, rispondiamo con altri versi pur belli, pur amari, ma con un orizzante. Sono di un grande poeta americano, James Langston Hughes e li trascriviamo con l'augurio che nel domani artistico le poesie del Nicotra - siano sempre più belle e possano anch'esse contenere una luce ed un invito a sperare nella vita:
“………….. ti dirò che la mia vita
non è stata una scala di cristallo,
ma una scala di legno tarlata,
con dentro i chiodi
e piena di schegge,
e gradini smossi, sconnessi,…
Ma sempre ho continuato a salire,
ed ho raggiunto le porte, 
ed ho voltato gli angoli di strade
……………. io continuo a salire,
tesoro mio, a salire…
E la mia vita
non è stata una scala di cristallo.
LILLO ARANCIO

La Via n. 9 Settembre 1968

CONSENSI E DISSENSI
PER LA RACCOLTA DI POESIE “I COLPEVOLI” DI G. NICOTRA
I nostri giovani lettori non accettano passivamente quanto sentono e leggono, ma reagiscono, molto spesso con uno spirito critico veramente maturo ed equilibrato.
Perciò con piacere abbiamo ricevuto e attentamente letto due critiche prese di posizioni sulla raccolta di poesie di G. Nicotra, intitolata "I colpevoli”.
L'aver già pubblicato una nostra recensione dell'opera, non ci permette di pubblicare per intero i due scritti di GIUSEPPE GIUDICE e di GIUSEPPE SORCE. Ci scusino perciò se siamo costretti a pubblicarne solo alcuni brani, tra i più significativi.
Ci congratuliamo intanto con loro e li ringraziamo sentitamente.
Il Direttore


… Il Nicotra macera il suo dolore in un'ansia spasmodica, continua
che non gli lascia il tempo di curare la forma e l'estetica delle liriche, tutto teso ad una febbrile ricerca di se stesso, ad un immane sfogo dell'anima, sfociando nel frammento, nel singhiozzo della lirica stessa.
… Il fermento della vita attuale, l'invasione del progresso tecnico, che rischia di ridurre l'uomo ad un automa, hanno creato nell'individuo moderno stanchezza, perplessità, quasi impotenza dinnanzi agli effetti di una civiltà meccanizzata, onde l'essere umano si sente minuscolo, in difeso e volge lo. sua attenzione a certe pieghe nascoste dello spirito, a certe sensazioni dell’animo, ove la macchina non può ancora arrivare.
Per questo motivo la poesia di Nicotra è viva e attuale, in quanto ci
presenta fenomeni scaturiti da questa ansia dilagante verso una profonda continua ricerca interiore.
… Da un esame superficiale delle poesie del Nicotra non trapela alcun ideale; ma lo. sola forza di scrivere versi e pubblicarli, per di più a Favara, dimostra che nel nostro amico c'è l'ideale della poesia, di una poesia che ha bisogno di comprensione, che cerca un alito di speranza… In esse sembra ci sia l'annuncio che questo vuoto, questo sconforto ricerchino ideali eterni ed eccelsi…
GIUSEPPE GIUDICE

… Qual è il motivo fondamentale che anima la poesia di Nicotra?
Non si può dire che sia l'amore oppure l'ansia, ma è tutta la vicenda umana e poetica del nostro concittadino che sta alla base della sua composizione: un "animo tormentato senza luce"!
… Egli ha perduto, pur non volendo, la fiducia in ogni ideale in quanto deluso da tutto e da tutti, dalla società e dall'amore… Perciò egli si sente solo e tende a chiudersi pur non volendo, nella sua inquietitudine interiore.
… L’opera pecca di un autobiografismo eccessivo…; mentre dovrebbe aprirsi ad una visuale più ampia ed universale: si ha la vera poesia quando il mondo spirituale che essa rispecchia sia, oltre il mondo dell'autore, anche quello dell'umanità, sicché il lettore, leggendo quella determinata poesia, vi veda precisamente il dramma umano che egli stesso, forse, vive.
… L’augurio: che il Nicotra ritrovi quella luce che gli è venuta meno e che può trovare soprattutto nella fede cristiana che rasserena tutti gli animi tribolati ed avviliti.

GIUSEPPE SORCE
LILLO MILIANO NEL RICORDO DI RAIMONDO LENTINI


Da un po di tempo che penso di scrivere qualcosa su un amico di gioventù scomparso prematuramente e che quest’anno si ricordano i 20 anni dalla morte. Questo amico è Lillo Miliano che ho conosciuto negli anni ’70.

Per raccontare di lui devo premettere che io sono venuto a Ribera proveniente da Favara nel luglio del 1969 all’età di dieci anni. Sono rimasto orfano a tre anni e per motivi gravi di famiglia, ci siamo trasferiti con mia madre e mio fratello in via Quartararo (INA CASA) e nello stabile dove abitava Antonio Corda, un altro amico d’infanzia morto pure prematuramente, anche lui orfano di padre che abitava con la madre e la sorella. Lui e Lillo Vaccaro sono stati i primi amici con cui giocavo a Ribera e che mi hanno introdotto nella vita sociale, o meglio della strada.
Lillo Miliano era cugino di Antonio Corda e così ebbi modo di conoscerlo, ma abitava in un altro quartiere e non frequentavamo la stessa scuola, ma il problema maggiore era la disciplina che vigeva in casa sua. Lillo Miliano era nato a Ribera il 19 giugno 1958 da Filippo e Maria Mira. Il padre, molto rigido nell’educazione, era maestro elementare come anche la madre. Egli lo obbligava nel pomeriggio a studiare fino ad un certo orario, e poi poteva uscire per un poco ma rientrare molto presto. Ciò anche da adolescente. Poi, dopo molte insistenza anche da parte nostra, si riuscì a convincere il padre a farlo rientrare un po più tardi.
Mano a mano la conoscenza cominciò a diventare amicizia e ci frequentavamo sempre più spesso specie dopo le scuole medie e dopo che Antonio Corda se ne andò con la famiglia in America.
Alle superiori tutti e due siamo andati all’Istituto Tecnico per Geometri, ma lui era al corso A mentre io al corso D e poi C. 
Gli anni più intensi di frequenza furono dal 1974 al 1977. In quel periodo avevamo anche conosciuto Vincenzo Graceffo molto più grande di noi (classe ’52 mentre noi ’58 e ’59) il quale era molto esperto in passeggiate per le campagne di Ribera. Infatti tra le altre attività della compagnia vi era l’esplorazione del territorio.
Dopo averlo “svezzato”, Lillo cominciò a frequentare la “chiazza” ed altri amici, ma per il suo caratteristico aspetto, la faccia allungata, il mento anch’esso lungo, la mancanza di un incisivo centrale superiore e soprattutto per la sua indole ilare, era spesso preso in giro da tutti. Addirittura ricordo che qualche volta, quando andava in piazza, gli si attorniava una folla di ragazzi che si divertivano alle sue spalle e noi ogni qualvolta lo vedevamo in quelle situazioni cercavamo di trascinarcelo fuori portandolo con noi. Fortunatamente egli aveva un carattere forte e sapeva stare allo scherzo, altrimenti la sua psiche avrebbe potuto avere conseguenze deleterie.
Fondamentalmente buono e degno di fiducia, noi lo avevamo come vero amico. Nella Chiesa Madre avevamo fatto con l’arciprete Birritteri una specie di Azione Cattolica sistemando anche con le nostre risorse un garage in via Trionfo per le riunioni, ma anche per organizzare scherzi da fare agli amici. Quindi la Chiesa Madre era il nostro quartier generale per combinarne di tutti i colori.
Essa era inagibile dal 1969 e noi aprendo le porte “allapazzate” entravamo dovunque, nella canonica, sui tetti, e dentro la stessa chiesa diroccata.
Allora funzionava da Chiesa Madre il salone detto “del Bambino” e lì gli scouts avevano lasciato, insieme ad altri strumenti, anche una batteria (era il periodo in cui era entrato nella liturgia il canto e la musica moderno e spesso anche il complessino) e Lillo si innamorò di quello strumento e spesso lo si trovava nella sede a suonare da solo.
Molte volte giravamo di notte sui tetti con delle candele o lanterne, ma anche dentro la Matrice e sul campanile e qualche volta dei vicini ci avevano visto e telefonavano all’arciprete credendo ci fossero i ladri. Ma ecco cosa scrivevo nel 1981 ricordando quei tempi:
 “Nel frattempo conobbi Vincenzo Graceffo, con il quale andavamo insieme ad altri (Lillo Miliano, Antonio Corda, che già conoscevo da molto prima) ad esplorare le campagne limitrofe. La cosa più importante che scoprimmo casualmente fu la grotta della sorgiva di S. Rosalia. Io, Vincenzo e Lillo nel mese di giugno del 1975 (o 74) girando per le terre di Ribera ci è venuto in mente di visitare le grotte (in effetti le piccole insenature nella roccia) di S. Rosalia, proprio sotto Ribera o meglio sotto la Piazza di S. Rosalia.
Lungo la strada ferrata della ferrovia, allora ancora in funzione, in quella zona abbiamo scoperto che c’era una casa (probabilmente di una centrale elettrica o di acquedotto) abbandonata e vi erano delle attrezzature dismesse. Ci siamo divertiti un sacco a smontare strumenti e vi tornavamo spesso.
Altre volte attraversavamo la galleria ferroviaria, lunga più di un chilometro, che passa sotto Ribera col pericolo che poteva passare il treno (in effetti non molto velocemente).
 Dicevo che in quel giugno abbiamo deciso di salire per un sentiero sopra la strada ferrata  per andare a finire all’abbeveratoio detto di S. Rosalia con annesso e, mentre scherzavamo con l’acqua, Enzo salì un po più su della fontana e vide un buco non naturale. Guardò dentro e si accorse che era profondo, ma non si vedeva nulla. Ci avvertì ed io e Lillo lo abbiamo raggiunto. Eravamo molto scettici, comunque con un po di coraggio Lillo si chinò per entrarvi. Appena siamo entrati anche noi, prima Enzo e poi io, Lillo continuò a fare qualche passo al buio completo. A terra, sul lato sinistro, scorreva l’acqua che andava all’abbeveratoio mentre quello destro era all’asciutto. Abbiamo proseguito ma con il timore che vi fosse qualche fosso, ma fortunatamente non ce ne erano. Dopo un 10-15 passi, fatti cautamente, Lillo disse che la grotta era finita: una roccia fermava le nostre speranze. Enzo, non convinto, perché sentiva scorrere dell’acqua un po più in là tastò tutta la parete e si accorse che sul lato destro la galleria continuava. Comunque di proseguire non se ne parlava perché c’era troppo buio e così abbiamo deciso di tornare il giorno successivo con delle candele. Non capisco perché proprio le candele e non delle torce elettriche, forse perché più suggestivo.
Il giorno dopo siamo ritornati sul luogo tutti eccitati per quello che ci aspettava: il mistero ci entusiasmava. Appena entrati abbiamo acceso le candele notando che il tetto era composto da conci di tufo murati a V rovescia. Arrivati al punto in cui ci eravamo fermati il giorno prima c’era la svolta a destra con il medesimo tipo di tetto. Successivamente ci siamo accorti che dalla parete di sinistra sgorgava dalla viva roccia acqua freschissima e come del resto era la temperatura all’interno (in effetti nelle grotte la temperatura rimane sempre la stessa per cui la sensazione dipende dalla temperatura esterna).
Proseguendo il tetto si faceva sempre più alto e le pareti più fangose.
Poi improvvisamente la scena che si mostrò ai nostri occhi era veramente straordinaria: la cavità si faceva alta circa 4 metri e le pareti erano bianchissime come il ghiaccio. Continuando a camminare ci siamo accorti che pioveva acqua dal tetto, del resto era logico perché avevamo visto delle stalattiti in embrione!
La pioggia ci spense qualche candela e ci obbligò, con un po di paura, a correre oltre sperando che non piovesse più. Guardando così indietro abbiamo notato un’altra cavità a circa due metri dal piano di calpestio e la cosa ci incuriosì molto. Continuando a camminare il calcare dalle pareti andava scomparendo e le pareti ritornarono di tufo. Ma prima di incontrare il calcare delle pareti avevamo visto una specie di corda nera che dal tetto entrava nel pavimento. La cosa ci aveva preoccupato molto e ci fermammo per controllare cautamente cosa fosse. Dopo un po di panico ci accorgemmo che erano radici.
Continuando la grotta si rimpiccioliva in altezza e poi terminava. Sulla parete destra, una quindicina di metri prima che la grotta terminasse, c’era una finestra murata con accanto incisi dei numeri che credo fosse l’anno di costruzione: 1889 (ma non sono sicuro fosse questo). Il tunnel era stato scavato quasi interamente dall’uomo.
Il giorno dopo siamo ritornati con il costume da bagno sotto i vestiti e così abbiamo potuto esplorare anche la cavità che avevamo visto a due metri dal suolo. Siamo saliti io e Lillo constatando che anche quelle pareti erano bianche, la profondità circa 3,5 metri, l’altezza due metri e 1,2 metri la larghezza. Tutto finiva là: ma era bellissimo!
Qualche settimana dopo abbiamo portato molti nostri amici e abbiamo illuminato il tunnel con delle candele messe nelle cavità laterali.
Abbiamo aperto la finestra trovata murata accorgendoci che si affacciava proprio sotto la cascata e la veduta era bellissima e sembravamo nella giungla. Di tutto ciò ho delle diapositive.
In questa grotta abbiamo anche fatto uno scherzo molto macabro agli amici.
(…)
Gli scherzi e gli scavi
Il nostro hobby era anche scavare per trovare tombe preistoriche o catacombe. In questo ultimo caso volevamo trovare le sepolture della Chiesa Madre diroccata (allora). Pulendo il pavimento dai detriti abbiamo trovato una lapide tra l’altare di S. Gioacchino e quello di S. Giuseppe. La tomba apparteneva alla famiglia Pasciuta. Abbiamo rotto solo un angolo del marmo e praticato un foro di 35 centimetri circa di diametro e piantando un picchetto sotto abbiamo trovato che era vuoto e abbiamo allargato il buco in modo che potesse entrare una persona. Si sono calati Enzo e Lillo sempre con un paio di candele. Lillo aveva messo il piede, appena calatosi, dentro una delle casse scoperte sporcandosi la scarpa di una specie di calce bianca: erano le ossa del morto! Dentro c’erano due o tre casse che sembravano vuote, ma in effetti i cadaveri si erano disfatti ed erano diventati come la calce. Purtroppo era solo una stanza di 2,50x2,40x1,80 metri senza aver potuto scoprire nessuna galleria e niente che assomigliasse a delle catacombe (attualmente la fossa è visibile perché hanno messo un vetro).
Abbiamo così continuato a cercare in altri posti l’eventuale entrata delle catacombe e abbiamo trovato un’altra lapide sotto la falsa cupola e davanti all’altare maggiore. Era del 1760 e vi era sepolto il Barone Turano Campello. Questa volta la lapide era di modeste dimensioni e l’abbiamo sollevata tutta facendo leva in un angolo. Appena divelta e scavando pochi centimetri abbiamo trovato il vuoto ma vi era solo la cassa del Barone. Tolto il coperchio in semplice tavola, dentro sembrava non ci fossero le ossa (le abbiamo trovate successivamente in una ricognizione con il dottore Macaluso).
Avendo io ed Enzo uno spiccato senso dell’umorismo e voglia di fare scherzi abbiamo pensato di organizzarne uno in grande stile utilizzando il legno “stagionato” del coperchio della cassa del Barone, ma abbiamo estromesso dall’organizzazione Lillo.”

Il tempo passava tra scampagnate, esplorazioni, associazione e scherzi. 
Una volta, ricordo, abbiamo trovato nella Chiesa Madre il vecchio catafalco che si usava nei trigesimi per i funerali (prima del Concilio Vaticano II) e moltissime vecchie candele trovate in una scatola, abbiamo pensato di fare una messinscena. Una sera, nella stanza della S. Vincenzo di via Trionfo a piano terra, abbiamo montato il catafalco con il relativo manto nero (che aveva ricamati dei teschi e ossa varie), abbiamo messo le candele accese ai lati della finta bara e anche un po dovunque e quindi illuminata così tetramente la stanza e aperte le imposte ci siamo messi lì dentro a fare finta di piangere. La gente passava e chissà cosa gli sembrava fosse successo…
Un po di tempo dopo ci fu proposto di entrare a far parte della Società S. Vincenzo de’ Paoli (associazione che aiuta i poveri) e così io, Enzo, Lillo, Giovanni Fasulo, Mimì D’Angelo, Santino Zambuto, Jack Clemente, Nino D’Anna, Gaspare Corso ed altri ci siamo iscritti nella sezione giovanile. Ci guidava Vito Cappello. Abbiamo partecipato a alcuni convegni regionali e in questa occasione abbiamo conosciuto tre sorelle di Siracusa che facevano di cognome Mazzarella. Lillo ed io eravamo interessati ad instaurare un rapporto di amicizia che sarebbe potuto sfociare in qualche altra cosa di sentimentale, ma la distanza e la mancanza da parte nostra di mezzi di locomozione autonomi ci ha fatto desistere dal continuare tale rapporto. Prima io e poi Lillo siamo andati a trovarle per qualche giorno ospiti in casa loro ma in periodi diversi.

Nel frattempo l’arciprete Birritteri aveva ospitato in casa una ragazza dell’orfanotrofio, Enrichetta Lo Sardo, e Lillo ci andava spesso essendo questa frequentata anche dalle compagne di scuola della ragazza.
Lillo diventò in questo periodo molto geloso, tanto che non gradiva che anche io e Enzo entrassimo a far parte della compagnia: forse perché interessato alla ragazza. Ma siccome anche noi, come loro, facevamo parte sia della Schola cantorum della parrocchia, che del gruppo “Cenacolo del Vangelo” creato e seguito da mio zio don Gerland
o Lentini, non potevamo fare a meno di vederci tutti.
Così riuscii a rompere lo zoccolo duro creato da Lillo. Io ero innamorato veramente di Enrichetta tanto che le feci la dichiarazione ed ebbi risposta positiva. Così gli eventi precipitarono talmente veloci che solo dopo pochi mesi Lillo fu costretto a non frequentare più la casa dell’arciprete, per ovvi motivi.
Da allora ci perdemmo di vista. Lui si fece la sua strada diventando un libero professionista (Geometra), si affermò nel lavoro con un successo inaspettato da molti colleghi. Aprì uno studio attrezzandosi mano a mano di tutti gli strumenti all’avanguardia, compreso il computer, tanto che la sua opera veniva richiesta anche da ingegneri ed architetti.
Nel 1978 faceva il batterista nel complesso Salmeri cui facevano parte Nino Corsentino (Cantante), Ambrogio Salmeri (Sax), Vincenzo Pace (Chitarra basso), Tonino Maniscalco (Tastiera), Paolo Tortorici (Chitarra).
Il 23.4.1986 moriva il padre di Lillo, Filippo Miliano, che era nato il 12.7.1923. 
Da altre fonti ho saputo che era entrato a far parte dell’associazione de “I ragazzi del Lago” di Leo Amici che aveva la sede a Ribera nella casa di campagna di Relo Vella i quali, oltre a organizzare spettacoli musicali, curavano il recupero di tossicodipendenti. Per gli spettacoli Lillo curava l’aspetto organizzativo, le luci e suonava nel complesso la batteria, suo strumento prediletto. 
Abbiamo fatto una rimpatriata molti anni dopo (ho visto così che era andato dal dentista a farsi mettere l’incisivo mancante) probabilmente intorno agli anni ’90 perché ho avuto bisogno della sua opera di geometra per il rilevo della mia terra. In quella occasione abbiamo un po parlato dei tempi passati, ma nulla di più.
Ho saputo pure che è stato fautore di una conversione di un protestante. Notizia appresa da un libro di mio zio don Gerlando Lentini dal titolo “Perché cattolici”, dove, nella seconda edizione, c’è la testimonianza dell’interessato, diventato poi prete, don Massimo Musso: “La fase ricostruttiva della mia fede e della mia vita ha avuto inizio in una data precisa: il 17 settembre 1991. Quel giorno, un mio carissimo amico, Lillo Miliano, al quale devo eterna riconoscenza, ispirato certamente da Maria, della quale era filialmente devoto, vedendomi in tale stato di crisi, mi regalò un libro: PERCHÉ CATTOLICI, il cui sottotitolo è: Le ragioni della nostra fedeltà alla Chiesa cattolica. Autore don Gerlando Lentini. Uscito in prima edizione nel 1990, evidentemente senza questa mia testimonianza. Quest'amico, qualche anno fa, è ritornato a Dio felicemente e serenamente, ancora tanto giovane.”
Alla morte della sorella Giovanna Miliano avvenuta il 22.5.1995 (era nata l’8.1.1964) venni a sapere che i due avevano problema all’intestino, ereditato dal padre, che a lungo andare, se non operato radicalmente, poteva trasformarsi in tumore.
Con Enrica siamo andati al funerale e poi siamo andati a trovare Lillo a casa che ci sembrò molto provato e prostrato (non sapevamo ancora della loro tara ereditaria) e pensavamo fosse per il dolore della morte prematura della sorella. Invece di lì a poco anche lui si aggravò, ma era già stato male per questo lo avevamo trovato in quel modo, e venne ricoverato all’ospedale di Ribera. Lì la madre aveva creato un muro con l’esterno: non lo faceva visitare da nessuno. Forse una volta sola riuscii ad entrare nella stanza, ma per pochi istanti.
Sette mesi esatti dopo la morte della sorella anche lui ci lasciava il 21 dicembre 1995.











Appunti lasciati dopo la pubblicazione della foto su Facebook da amici e conoscenti

Salvatore Graceffo: Il ricordo di Lillo è per me indelebile. Era un caro amico........

Ignazio Sabella: Non sapevo della sua morte! Mi dispiace.

Francesca Di Giorgi: Lillo è stato un amico speciale non si dimentica.

Aurelio Bonafede: Lu vecchiu Lillu...che piacere rivederlo... hai foto della sorella?

Anna Spinelli: Me lo ricordo benissimo. Era un bravo e caro ragazzo!!!!

Maria Manetta: Lo ricordo come un ragazzo simpatico, gentile, cordiale, riservato e sono molto contenta di averlo conosciuto veramente una bella persona.... ciao Lillo

Ciro Palmeri: Ho un bellissimo ricordo di Lillo Miliano ... ciao Lillo.