mercoledì 22 luglio 2015

La musica a Ribera: seconda puntata - La prima banda del 1846 - Il maestro Pietro Pace

La musica a Ribera: La prima banda del 1846 - Il maestro Pietro Pace

di Raimondo Lentini

parte seconda



Le bande cittadine, dicevamo nella puntata precedente, cominciarono a fiorire nella prima metà dell’800. Ribera rispetto agli altri comuni non è stata da meno, come vedremo.
Tra la fine del XVIII secolo e gli inizi del successivo cominciavano a nascere a Ribera i palazzi signorili delle varie famiglie nobili e della borghesia, e questi avevano necessità di affrescare con decorazioni e dipinti le volte degli stessi e venivano chiamati pittori (magari non di livelli alti) dai paesi limitrofi. Uno di questi probabilmente era Francesco Pace. Questi era nato ad Agrigento nella parrocchia della Cattedrale il 25.11.1767 da Onofrio (capoguardia morto a Palermo durante i moti del 1820) e Raimonda Re, si era sposato in prime nozze sempre ad Agrigento nella parrocchia di S. Pietro nel 1789 con Santa Caro, rimasto vedovo si risposava a Bivona, dove probabilmente stava eseguendo qualche lavoro, il 30.1.1809 con Maddalena Sedita figlia del notaio Vincenzo e di Francesca Ferlisi. Opere eseguite da lui a Ribera non ne conosciamo ma già giovanissimo nel 1789 eseguiva a Montaperto la pitturazione e la doratura della “cassa per ponervi il retratto di Sua Maestà per la conservazione di esso Retratto” (B. De Marco Spata). Troviamo molte tracce di Francesco presso gli archivi anagrafici della Sicilia (Cattolica, Castrofilippo, Ribera, Trapani, Palermo, ecc.) e di Napoli, segno questo che aveva molti lavori, purtroppo però fino ad oggi nessuna opera ancora si conosce.
Antichi strumenti musicali che si trovano nel Museo etnoantropologico di Ribera



La famiglia del maestro Pietro Pace
Francesco Pace aveva fatto studiare musica al figlio Pietro, che era nato a Bivona nel 1811, e mentre si trovava a Ribera stipulava un contratto di dote presso il notaio Giovanni Leotta con la famiglia Farruggia il 18 novembre 1845. Infatti il 22 successivo convolava a giuste nozze nella Chiesa Madre di Ribera con Maria Crocifissa Farruggia figlia di Pasquale (possidente) e Barbara Poggio.
La nuova coppia si stabiliva a Ribera e Pietro Pace iniziava la sua attività di direttore e maestro di orchestra fondando una banda musicale dalla quale avrebbe ottenuto i proventi per portare avanti la famiglia. Dai registri del Catasto borbonico nel 1847 risulta che il maestro Pace abitava nell’antica via Oddo che si trovava nella sezione chiamata S. Eligio e nell'isola n. 8, che oggi dovrebbe corrispondere all'isolato che è a nord della chiesa di S. Pellegrino. La casa, sempre secondo il detto catasto, era a piano terra e composta di due stanze più la cucina, casa che gli era stata  portata in dote dalla moglie.
La strada dove abitava probabilmente il maestro Pace.
Pochi mesi dopo il matrimonio, e cioè il 10 maggio 1846, si recava dal notaio Giovanni Maria Leotta insieme a "mastro Baldassare Zambuto di mastro Vincenzo possidente, mastro Giuseppe Urso del fu Alessio crivellatore, Francesco Lo Raso e mastro Calogero Lo Raso padre e figlio, ed il detto Francesco del fu Calogero, mastro Francesco Tramuta di mastro Filippo calzolaio, mastro Calogero Gaipa di Raimondo calzolaio, mastro Leonardo Urso di mastro Stefano crivellatore, don Francesco Savoca del fu don Ignazio picconiero, mastro Vincenzo Caruana del fu mastro Giuseppe calzolaio, mastro Giuseppe Catalanotto del fu Carmelo, mastro Calogero Catalanotto del fu Carmelo, mastro Carmelo Presti di mastro Giuseppe sartore, mastro Nicolò Presti di mastro Giuseppe, mastro Antonino Guastella del fu Gaetano calzolaio, mastro Liborio Castagna del fu mastro Antonino sartore, mastro Paolo Lo Forte del fu Giuseppe calzolaio, mastro Filippo Tramuta del fu Francesco calzolaio.”
Tutti i componenti erano artigiani la maggior parte dei quali calzolai.
L'atto continua con gli strumenti che ognuno di essi si impegnava a studiare e ad imparare a suonare:
"Il sudetto di Pace si obbliga alli sudetti comparenti ammaestrarsi in musica che ad arie cogli infrascritti rispettivi strumenti cioè al detto Zambuto per quartino, alli figli del detto mastro Giuseppe Urso appellati mastro Andrea ed Alfonso il primo per clarinetto, ed il secondo per piattini, alli detti padre e figlio Lo Raso detto mastro Calogero per l'offlè (N. d. A. oficleide), il detto mastro Francesco Tramuta per l'offlè, il detto Gaipa pel corno di caccia, il detto mastro Leonardo Urso per il clarinetto, il detto Savoca il clarinetto, il detto Garuna pel clarinetto, li detti fratelli Catalanotto rispettivamente per trombone, il detto mastro Carmelo Presti per corno di caccia, il detto mastro Nicolò Presti per trombone, il detto Guastella per tamburro, pel detto mastro Liborio Castagna pel di lui figlio Antonino per la tromba, il detto Lo Forte pel corno di caccia e per il detto mastro Filippo Tramuta pel di lui figlio Lucio per la grancassa onde tutti li sudetti individui colli rispettivi strumenti comporre una Banna."
Offlè (oficleide).
Il documento consta di ben 29 facciate e continua con gli articoli del contratto dove si stabiliscono tra l'altro la durata di sei anni del medesimo, i guadagni del Pace e degli altri strumentisti, gli orari delle prove ed il luogo (la casa del Pace), il prezzo che la banda dovrà chiedere per battesimi, matrimoni e funerali nonché per le festività religiose e profane, e così via.
In questo primo contratto non risulta la presenza dei Cinà, i quali deterranno la banda dalla seconda metà dell'800 a buona parte del '900.  Anche loro erano di Bivona ma erano venuti ad abitare a Ribera agli inizi dell’800.
Troviamo quindi per la prima volta il maestro Antonino Cinà fu Antonino, calzolaio, nell’atto di ricostituzione della banda fatto dal maestro Pace presso il notaio Giovanni Gatto l’8 febbraio 1851 e questa volta i componenti sono oltre al Cinà i mastri: Andrea Urso di Giuseppe, Leonardo Urso fu Stefano, Michele Sarullo fu Luigi, Giuseppe Amico fu Antonio, Gregorio Zito fu Salvatore, Nicolò Presti fu Giuseppe, Liborio Castagna fu Antonino, Carmelo Presti fu Giuseppe, Francesco Spallino di Calogero, Paolo Lo Forte fu Giuseppe, Giuseppe Catalanotto Graci fu Carmelo, Ignazio Gullo di Giuseppe, Antonino Guastella fu Gaetano, Francesco Tramuta di Filippo, Vincenzo Presti fu Giovanni Battista, Luciano Tramuta di Filippo e Salvatore Sparacino di Giuseppe. Quasi tutti sanno firmare e firmano quindi il contratto.
Seguono poi, come nel precedente, la suddivisione degli strumenti e i vari articoli. Dal punto quinto apprendiamo che il maestro Pace avrebbe addestrato gli allievi a suonare lo strumento che più si addice ad essi e che lui stesso avrebbe nominato il capo banda, mentre gli strumenti venivano acquistati tutti da mastro Carmelo Presti, che probabilmente aveva una rivendita di generi vari, e venduti a tutti i componenti della banda. Ad Antonino Cinà toccò il quartino (variante del clarinetto).
Un ultimo atto di ricostituzione della banda lo abbiamo trovato sempre nei registri del notaio Giovanni Gatto in data 24 febbraio 1856 stipulato dal maestro Pace con i mastri del precedente atto del 1851, ma a cui si aggiungono i seguenti mastri: Domenico Scalia fu Giacomo, Francesco L’Ala fu Antonino, Filippo Fasulo fu Domenico, Pellegrino Guarino fu Nicolò, Antonio Petrusa di Leonardo, Vincenzo Petrusa, Rosario Lagro, nonché alcuni figli dei precedenti mastri.
Non sappiamo perché non vi si trova più Antonino Cinà.
Il contratto doveva ritenersi scaduto nel 1862, ma abbiamo motivo di pensare che il Pace abbia lasciato Ribera molto prima, infatti a Ribera gli nascono i seguenti figli: Francesco (n. 1846), Alfonsa (n. 1848 m. 1849), Alfonsa (n. 1850), Maria Maddalena (n. 1852 sposata in prime nozze a Sciacca nel 1900 con Giuseppe Prado e in seconde a Palermo nel 1910 con Filippo Massaro), Barbara (n. 1854 e sposata Palermo nel 1886 con Luigi Prado), Pasquale Emanuele (n. e m. 1856) e Pasquale Alfonso (n. 1857). Dopo il 1857 non abbiamo più nessuna traccia della famiglia Pace a Ribera. Sappiamo che due figlie, come detto sopra, si sono sposate una a Sciacca e l’altra a Palermo, segno del trasferimento anche temporaneo del Pace in queste città. (continua)
Ribera, 22 luglio 2015

martedì 21 luglio 2015

La musica a Ribera: prima puntata - Gli inizi

La musica a Ribera: Gli inizi

di Raimondo Lentini

parte prima




La musica come l'arte di combinare i suoni in maniera melodiosa ha origine antichissima, infatti, per gli uomini primitivi, aveva anche un carattere magico.
Col perfezionamento che si è avuto nei secoli più vicini a noi e con la sua "emancipazione" formale, costituisce ancora oggi elemento di gioia, di lutto, di eccitazione, ma soprattutto di educazione alla bellezza e all'armonia spirituale.
Un tempo vi era una musica elevata di cui potevano usufruirne solo i cultori ed i ricchi eseguita con strumenti nobili ed una per il popolino più folcloristica ed eseguita con pifferi, cornamuse, e altri strumenti quasi rudimentali, che col passare del tempo si raffinarono sempre di più.
La prima Corporazione musicale venne costituita a Vienna nel 1268 come la "Confraternita di San Nicola”. Sull'esempio dell’Austria successivamente anche in Germania si costituirono bande regolari di musicanti e questi complessi erano costituiti da strumenti semplici come pifferi, flauti, ciaramelle, viole, tamburi e trombe.
Suonatori di strada
Queste primordiali bande musicali, come del resto tutte le altre confraternite o corporazioni si reggevano mediante statuti e regolamenti che venivano fatti, in genere, con rogiti da pubblici notai. Ma le prime bande più simili a quella a cui siamo abituati a vedere oggi incominciarono a nascere in seno agli eserciti. Sappiamo infatti che nel 1763, si costituirono bande musicali militari con organici ben definiti nelle predette figuravano: oboi, clarinetti, corni, fagotti, flauti, trombe, controfagotti, serpentoni, oltre naturalmente ai tamburi.
Nei secoli passati vi furono anche dei suonatori "raminghi", in quanto giravano per i paesi e per le piazze con strumenti poveri e allietavano le feste comunali o i matrimoni, i battesimi e anche per i funerali. Questi molto spesso erano ciechi accompagnati da un figlio o da qualche ragazzo preso in “affitto” al padre che guidava il non vedente, chiedeva l’elemosina e apprendeva il mestiere. Quindi persone che, non potendo fare altri lavori manuali, venivano avviati alla musica e al canto.
A Ribera, a proposito di suonatori ciechi, abbiamo trovato negli atti del notaio Pellegrino Genova una obbligazione del 24 novembre 1744 con cui mastro Gaspare Chibaro di Ribera si impegna ad andare insieme al maestro Filippo Restivo, cieco nato, di Palermo "in tutte quelle terre e città di questo Regno portando seco il suddetto di Chibaro il suo violino e sonare con il detto di Restivo, affine suddetto di Restivo cantare, dire, recitare orazioni, istorie, canzoni ad laude, honor et gloria Dei et Sanctorum ac Animarum Sancti Purgatorij…”.

Per quanto invece riguarda i piccoli complessi musicali abbiamo notizie certe pure fin dal '700. Naturalmente le feste erano le occasioni più importanti per ascoltare un po' di musica e per questo nella Pasqua del 1760 vennero suonati pifari, trombetta, e violini.
In quella nel 1781 al Maestro Vincenzo Patti di Cattolica e compagni vennero date 2 onze da Calogero Marsalese Governatore della confraternita del SS. Rosario, per aver suonato con violini, corni di caccia e flauti traversi, mentre il tamburo veniva suonato da Antonino Valenti, pure di Cattolica, il Sabato Santo e la mattina di Pasqua.
Un'altra occasione per ascoltare della musica si aveva in occasione della morte di una persona, specie se abbiente. Infatti per la morte del sacerdote Luca Colletti nel 1741 tra le spese il rev. don Giovanni Greco dice di aver pagato anche alli piffarari. Sembra, quindi, che il feretro nel '700 venisse accompagnato dai soli pifferai.
La banda musicale rimane fino al 1800 circa, come si è detto, un corpo integrato nelle forze militari che davano sempre primaria importanza ai tamburi che si posizionavano in prima fila durante le parate e le battaglie.
Le bande musicali paesane invece fioriscono nella metà del 1800 con le piccole esecuzioni, in strada o nei giardini pubblici, delle arie più famose d’opere liriche del momento, facendole conoscere gratuitamente al popolo che non poteva permettersi una poltrona in teatro. (continua)
21 luglio 2015

lunedì 29 giugno 2015

LILLO MILIANO NEL RICORDO DI FRANCO QUARTARARO (ARCHITETTO) IN UNA LETTERA AD UN AMICO SUL VALORE DELL'AMICIZIA


Caro Gianni,
disquisire sul significato dell'amicizia non è mai facile, perché non esiste una definizione univoca e spesso, ci lasciamo plagiare da modelli espressi dal cinema e dalla narrativa. Concordo con Te che dare dell'amico a qualcuno richiede qualche cautela. L'amicizia non è merce di scambio, ma qualcosa di molto più complesso. Penso che neanche scrivere un'enciclopedia sul tema sia sufficiente per descrivere esaustivamente il concetto.
Tenterò di dare un mio modestissimo contributo riguardo l'amicizia partendo da una dura esperienza di vita.
Circa 20 anni fa, ho vissuto l'esperienza di Garrone e, davanti un letto, ho provato terrore, impaccio, inadeguatezza, sconforto e bisogno di allontanarmi, per la visione dell' insostenibile sofferenza del mio fraterno amico Calogero (che riposi in pace), che pochi giorni dopo ci avrebbe lasciati. Compagni dai tempi dell'asilo, elementari, medie e superiori, studio tecnico in società e non solo: sono cresciuto a casa sua, con sua madre e suo padre, maestri elementari che ci facevano fare i compiti tutti i pomeriggi e che dicevano di avermi adottato. Persona dal fare trasparente e incapace di mentire, era capace di grandi slanci commoventi e abnegazione; soprannominato "lu parrino" (il prete) perché quando c'era da dare una mano era sempre in prima fila, sia che si trattasse di accompagnare in macchina qualcuno dall'altra parte della Sicilia, aiutarti a spostare i mobili di casa, ridipingere una stanza, riparare un impianto elettrico, che prestarti dei soldi. E' stato alla mia laurea, al mio matrimonio, e quando era a Palermo era sempre mio ospite. La notte che muore suo padre (allora abitavo a Ribera), prendo la macchina e lo accompagno a Palermo a prendere la sorella Giovanna, allora studentessa universitaria che morirà (stesso male il padre e i figli) qualche anno dopo, a soli 30 anni. Il viaggio di ritorno a raccontar balle sostenibili per non spaventare la ragazza. Lui, pur sapendo, sostenne il gioco con la faccia sconvolta e la morte nel cuore; ma al buio, la sorella seduta accanto a lui, non lo vedeva...  io, allo specchietto retrovisore, sì che lo vedevo....
Abbiamo combattuto tanto per le difficoltà del lavoro, alle volte al limite della legalità, con una complicità sottile e presente che non aveva bisogno di essere sottoscritta. Ci capivamo al volo, anche in mezzo alla gente e senza parlarci. Ridevamo, e anche tanto, grazie all'autoironia che ci contraddistingueva, al limite della sconcezza e anche oltre. Ma c'era una parte delle nostre vite che rimaneva circoscritta dietro una linea sottile che nessuno di noi ha mai valicato, per reciproco rispetto.
Lillo Miliano (a centro seduto) con gli amici sposi Franco Quartararo e Rosalba Barbera
Dopo il funerale, ho visto il vero volto dei cosiddetti "amici": minuscoli individui affetti da protagonismo, interessi, opportunismo e bassezza umana. Non sono più entrato nello studio neanche a riprendere le mie cose, tranne quando fui costretto da un revisore dei conti, per un contenzioso conclusosi dopo da sua morte.
Ho provato un disagio immenso, forse perché non ho valorizzato più di tanto quell'amicizia quando era in vita. Lui non c'è più, e nella rielaborazione della perdita ho imparato a dare un peso diverso all'amicizia. Conosco sempre più gente (la mia agenda sta esplodendo) ma ho sempre meno amici, e quei pochi che ho me li tengo stretti o li coltivo, come si usa dire... scusa la metafora ma, anche Tu sei nel mio orticello.
Gli amici prima di tutto devono condividere passioni, hobbies e interessi comuni, anche se si frequentano parrocchie diverse. Amicizia è affinità intellettuale anche se culturalmente distanti; è anche la capacità di dare apporto interiore l'altro, come un buon libro, senza preconcetti e integralismi.
Non ho mai saputo dove fosse sepolto, finché tre anni fa venni a sapere da Dino, un comune amico che vive a Ribera, il punto esatto della sepoltura. Dino ci accompagnò (ero con mia moglie che da anni mi diceva di cercare la tomba) e finalmente abbiamo spiritualmente riincontrato l'amico che ci ha lasciati (suo malgrado). In quel momento è stato come se un'anima si staccasse dal purgatorio e filasse in paradiso. Non so se fosse la sua ma, mi sono sentito in pace con me stesso. Avevo chiuso un cerchio.
Non so se darei un braccio per un amico...
dovrebbe essere uno con la "a" maiuscola, ma ripetere un'esperienza lunga 30 anni di tale intensità, una seconda volta nella vita, non credo sia possibile...
intanto, lascio la porta aperta.... non si sa mai!
Meno 8 alla partenza per la Spagna. Temo che l'unico "sollazzo" ispanico sarà fare schioccare la frusta come fanno i domatori di leoni al circo...
Spero di tornar sano... di mente.
Qui la primavera è arrivata di botto. Il termometro è salito di 6°C in una notte!
Abbraccioni a gogò.
Tuo sud-atissimo amico,

Frank

mercoledì 10 giugno 2015

GIUSEPPE NICOTRA 
Poeta favarese


Tra i libri di mio fratello Giuseppe, morto a 21 anni nel 1970 dopo lunga malattia, ne avevo trovato uno di poesie dal titolo “I colpevoli” di un certo Giuseppe Nicotra, che per molto tempo ho creduto fosse suo compagno di scuola o di giochi, ma che poi ho scoperto che aveva 11 anni più di lui. Non so che rapporti avessero i due ma nel libro c’è la firma autografa dell’autore, sicuramente facevano parte della stessa compagnia di amici.
Io non avevo la vena poetica classica di mio nonno Raimondo Lentini, ma leggendo e rileggendo le poesie del Nicotra mi ci rispecchiavo sia per carattere introverso e melanconico e così ogni tanto componevo delle poesie ispirandomi alle sue. Per questo motivo ho tenuto e tengo ancora l’opuscoletto del Nicotra conservato come una reliquia: mi fa ritornare alla mia infanzia rattristata prima dalla morte di mio padre e poi da quella di mio fratello Giuseppe più grande di 10 anni di me. Giuseppe Nicotra era nato a Favara il 9 maggio del 1938 da Salvatore e Rosa Saieva. Negli anni 70 aderisce al gruppo ADES. Con il pittore Vincenzo Patti, noto acquerellista, ed il poeta dialettale Gaetano Quaranta, negli anni ‘80 fondò l’associazione culturale “Cormorano”. È morto il il 6 aprile del 1992. (vedi G. Cilona, Uomini di Favara)
Raimondo Lentini


La Via n. 8 Agosto 1968

I COLPEVOLI
raccolta di poesie di GIUSEPPE NICOTRA
L'AUTORE 
È uscita, coi tipi della Bino Rebellato Editrice la prima raccolta di poesie di un nostro giovane concittadino: Giuseppe Nicotra.
Forse parecchi nostri lettori per la prima volta sentono il nome di Nicotra, nonostante egli da parecchio tempo si dedichi all'arte con passione: ciò dipende certamente, in gran parte, dalla natura del nostro autore schiva da ogni forma di pubblicità e di arrivismo a qualsiasi livello.
La sua attività, infatti, meriterebbe tante simpatie, tanta comprensione per ciò che di buono già contiene e per ciò che di migliore potrà darci in ulteriori produzioni e sbocchi artistici.
La raccolta pubblicata va sotto il titolo de "I colpevoli". Gli appunti che sto per fare non vogliono essere una recensione, né un encomio di convenienza, né la facile critica di un superficlale; ma solo le impressioni di un lettore che conosce un po' l'autore, che ha scambiato pareri e punti dl vista con lui, che ha raccolto, mentre in un occasionale convivio si leggevano alcune liriche pubblicate, critiche positive e no, consensi e dissensi dei circostanti.

OPERA AUTOBIOGRAFICA 
La caratteristica fondamentale che balza evidente dalla raccolta è il sincero carattere autobiografico che promana da ogni pagina, da ogni lirica, da ogni verso: Giuseppe Nicotra, il modesto ragazzo dell'ultimo banco dei giorni di scuola, è il vero protagonista de "I colpevoli", con le sue ansie, i suoi dolori, le sue nostalgie, le sue accuse, le sue pene, i suoi dinieghi.
Un protagonista prigioniero tra grigie pareti senza aperture, senza appigli, tra mura insormontabili costituite dall'indifferenza della società, dall'incapacità di adattarsi agli schemi convenzionali, dal disagio di vivere, dal rifiuto del compromesso, dalle negazioni che man mano si vanno sommando, lasciando il nostro allo scoperto da ogni difesa, solo, tristemente solo, paurosamente solo.

UN PROTAGONISTA AL BUIO
Un protagonista al buio! Buio profondo, buio spaventoso, buio nel quale o si muore o si scava ancora disperatamente con la mani, col cuore, coll’intelletto, con la fede, fino a ritrovare il primo spiraglio di luce, tenue tenue, ma capace di portare sù, sù a sorgenti di luce sempre più luminose.
Troppo buio, in atto, nella poesia di Nicotra!
Ma l'artista è giovane, pur nella antichità delle amarezze e delle tormentate riflessioni. Ed egli stesso non esita a confessare che la maturazione è di là da venire, anche se vicina; e con la maturazione possono arrivare l'equilibrio artistico, il superamento di attuali incoerenze e contraddizioni, la riscoperta di certi valori, l'apprezzamento di antichi e nuovi ideali o almeno "le trascendenti illusioni" di foscoliana memoria.
Del resto un fugace accenno il verso di chiusura della lirica “Ho rifiutato la segnaletica vigente", può già voler dire qualcosa:
“Un pugno di pagine bianche resta per noi".

IL NOSTRO AUGURIO
E allora, caro Nicotra, potranno essere nel tuo canto l'umano nobile sforzo, riesca o non riesca, di sollevarsi dalle miserie materiali e morali, la dignità di un lavoro il quale dia sollievo a chi lo esegue e a chi lo richiede, il calore di una famiglia in cui vicendevoli siano l'affetto e la comprensione, una fede da abbracciare che supplisca alla debolezza dell'umano intendere.
L'arte così troverà in so stessa, nolle vicende umane, nella natura, in
Dio anche motivi di pacata serenità, di vita e di gioia e non solo di morte o di dolore.
In "Abbattimento" il poeta così si esprime:
“………………………….Lasciate
io cada sfinito tra sassi;
lasciate che gli altri
raggiungano in alto da primi; 
io non ho forza per fare altri passi,
io non ho voce per chiamare aiuto
o non ho casa per tornare indietro. 
Andate avanti
senza di me.
Sento ch'è inutile vincere l’erta,
sento che ai limiti di questo cammino
c'è il vuoto silenzio”.

A questi versi così belli, ma troppo amari, rispondiamo con altri versi pur belli, pur amari, ma con un orizzante. Sono di un grande poeta americano, James Langston Hughes e li trascriviamo con l'augurio che nel domani artistico le poesie del Nicotra - siano sempre più belle e possano anch'esse contenere una luce ed un invito a sperare nella vita:
“………….. ti dirò che la mia vita
non è stata una scala di cristallo,
ma una scala di legno tarlata,
con dentro i chiodi
e piena di schegge,
e gradini smossi, sconnessi,…
Ma sempre ho continuato a salire,
ed ho raggiunto le porte, 
ed ho voltato gli angoli di strade
……………. io continuo a salire,
tesoro mio, a salire…
E la mia vita
non è stata una scala di cristallo.
LILLO ARANCIO

La Via n. 9 Settembre 1968

CONSENSI E DISSENSI
PER LA RACCOLTA DI POESIE “I COLPEVOLI” DI G. NICOTRA
I nostri giovani lettori non accettano passivamente quanto sentono e leggono, ma reagiscono, molto spesso con uno spirito critico veramente maturo ed equilibrato.
Perciò con piacere abbiamo ricevuto e attentamente letto due critiche prese di posizioni sulla raccolta di poesie di G. Nicotra, intitolata "I colpevoli”.
L'aver già pubblicato una nostra recensione dell'opera, non ci permette di pubblicare per intero i due scritti di GIUSEPPE GIUDICE e di GIUSEPPE SORCE. Ci scusino perciò se siamo costretti a pubblicarne solo alcuni brani, tra i più significativi.
Ci congratuliamo intanto con loro e li ringraziamo sentitamente.
Il Direttore


… Il Nicotra macera il suo dolore in un'ansia spasmodica, continua
che non gli lascia il tempo di curare la forma e l'estetica delle liriche, tutto teso ad una febbrile ricerca di se stesso, ad un immane sfogo dell'anima, sfociando nel frammento, nel singhiozzo della lirica stessa.
… Il fermento della vita attuale, l'invasione del progresso tecnico, che rischia di ridurre l'uomo ad un automa, hanno creato nell'individuo moderno stanchezza, perplessità, quasi impotenza dinnanzi agli effetti di una civiltà meccanizzata, onde l'essere umano si sente minuscolo, in difeso e volge lo. sua attenzione a certe pieghe nascoste dello spirito, a certe sensazioni dell’animo, ove la macchina non può ancora arrivare.
Per questo motivo la poesia di Nicotra è viva e attuale, in quanto ci
presenta fenomeni scaturiti da questa ansia dilagante verso una profonda continua ricerca interiore.
… Da un esame superficiale delle poesie del Nicotra non trapela alcun ideale; ma lo. sola forza di scrivere versi e pubblicarli, per di più a Favara, dimostra che nel nostro amico c'è l'ideale della poesia, di una poesia che ha bisogno di comprensione, che cerca un alito di speranza… In esse sembra ci sia l'annuncio che questo vuoto, questo sconforto ricerchino ideali eterni ed eccelsi…
GIUSEPPE GIUDICE

… Qual è il motivo fondamentale che anima la poesia di Nicotra?
Non si può dire che sia l'amore oppure l'ansia, ma è tutta la vicenda umana e poetica del nostro concittadino che sta alla base della sua composizione: un "animo tormentato senza luce"!
… Egli ha perduto, pur non volendo, la fiducia in ogni ideale in quanto deluso da tutto e da tutti, dalla società e dall'amore… Perciò egli si sente solo e tende a chiudersi pur non volendo, nella sua inquietitudine interiore.
… L’opera pecca di un autobiografismo eccessivo…; mentre dovrebbe aprirsi ad una visuale più ampia ed universale: si ha la vera poesia quando il mondo spirituale che essa rispecchia sia, oltre il mondo dell'autore, anche quello dell'umanità, sicché il lettore, leggendo quella determinata poesia, vi veda precisamente il dramma umano che egli stesso, forse, vive.
… L’augurio: che il Nicotra ritrovi quella luce che gli è venuta meno e che può trovare soprattutto nella fede cristiana che rasserena tutti gli animi tribolati ed avviliti.

GIUSEPPE SORCE
LILLO MILIANO NEL RICORDO DI RAIMONDO LENTINI


Da un po di tempo che penso di scrivere qualcosa su un amico di gioventù scomparso prematuramente e che quest’anno si ricordano i 20 anni dalla morte. Questo amico è Lillo Miliano che ho conosciuto negli anni ’70.

Per raccontare di lui devo premettere che io sono venuto a Ribera proveniente da Favara nel luglio del 1969 all’età di dieci anni. Sono rimasto orfano a tre anni e per motivi gravi di famiglia, ci siamo trasferiti con mia madre e mio fratello in via Quartararo (INA CASA) e nello stabile dove abitava Antonio Corda, un altro amico d’infanzia morto pure prematuramente, anche lui orfano di padre che abitava con la madre e la sorella. Lui e Lillo Vaccaro sono stati i primi amici con cui giocavo a Ribera e che mi hanno introdotto nella vita sociale, o meglio della strada.
Lillo Miliano era cugino di Antonio Corda e così ebbi modo di conoscerlo, ma abitava in un altro quartiere e non frequentavamo la stessa scuola, ma il problema maggiore era la disciplina che vigeva in casa sua. Lillo Miliano era nato a Ribera il 19 giugno 1958 da Filippo e Maria Mira. Il padre, molto rigido nell’educazione, era maestro elementare come anche la madre. Egli lo obbligava nel pomeriggio a studiare fino ad un certo orario, e poi poteva uscire per un poco ma rientrare molto presto. Ciò anche da adolescente. Poi, dopo molte insistenza anche da parte nostra, si riuscì a convincere il padre a farlo rientrare un po più tardi.
Mano a mano la conoscenza cominciò a diventare amicizia e ci frequentavamo sempre più spesso specie dopo le scuole medie e dopo che Antonio Corda se ne andò con la famiglia in America.
Alle superiori tutti e due siamo andati all’Istituto Tecnico per Geometri, ma lui era al corso A mentre io al corso D e poi C. 
Gli anni più intensi di frequenza furono dal 1974 al 1977. In quel periodo avevamo anche conosciuto Vincenzo Graceffo molto più grande di noi (classe ’52 mentre noi ’58 e ’59) il quale era molto esperto in passeggiate per le campagne di Ribera. Infatti tra le altre attività della compagnia vi era l’esplorazione del territorio.
Dopo averlo “svezzato”, Lillo cominciò a frequentare la “chiazza” ed altri amici, ma per il suo caratteristico aspetto, la faccia allungata, il mento anch’esso lungo, la mancanza di un incisivo centrale superiore e soprattutto per la sua indole ilare, era spesso preso in giro da tutti. Addirittura ricordo che qualche volta, quando andava in piazza, gli si attorniava una folla di ragazzi che si divertivano alle sue spalle e noi ogni qualvolta lo vedevamo in quelle situazioni cercavamo di trascinarcelo fuori portandolo con noi. Fortunatamente egli aveva un carattere forte e sapeva stare allo scherzo, altrimenti la sua psiche avrebbe potuto avere conseguenze deleterie.
Fondamentalmente buono e degno di fiducia, noi lo avevamo come vero amico. Nella Chiesa Madre avevamo fatto con l’arciprete Birritteri una specie di Azione Cattolica sistemando anche con le nostre risorse un garage in via Trionfo per le riunioni, ma anche per organizzare scherzi da fare agli amici. Quindi la Chiesa Madre era il nostro quartier generale per combinarne di tutti i colori.
Essa era inagibile dal 1969 e noi aprendo le porte “allapazzate” entravamo dovunque, nella canonica, sui tetti, e dentro la stessa chiesa diroccata.
Allora funzionava da Chiesa Madre il salone detto “del Bambino” e lì gli scouts avevano lasciato, insieme ad altri strumenti, anche una batteria (era il periodo in cui era entrato nella liturgia il canto e la musica moderno e spesso anche il complessino) e Lillo si innamorò di quello strumento e spesso lo si trovava nella sede a suonare da solo.
Molte volte giravamo di notte sui tetti con delle candele o lanterne, ma anche dentro la Matrice e sul campanile e qualche volta dei vicini ci avevano visto e telefonavano all’arciprete credendo ci fossero i ladri. Ma ecco cosa scrivevo nel 1981 ricordando quei tempi:
 “Nel frattempo conobbi Vincenzo Graceffo, con il quale andavamo insieme ad altri (Lillo Miliano, Antonio Corda, che già conoscevo da molto prima) ad esplorare le campagne limitrofe. La cosa più importante che scoprimmo casualmente fu la grotta della sorgiva di S. Rosalia. Io, Vincenzo e Lillo nel mese di giugno del 1975 (o 74) girando per le terre di Ribera ci è venuto in mente di visitare le grotte (in effetti le piccole insenature nella roccia) di S. Rosalia, proprio sotto Ribera o meglio sotto la Piazza di S. Rosalia.
Lungo la strada ferrata della ferrovia, allora ancora in funzione, in quella zona abbiamo scoperto che c’era una casa (probabilmente di una centrale elettrica o di acquedotto) abbandonata e vi erano delle attrezzature dismesse. Ci siamo divertiti un sacco a smontare strumenti e vi tornavamo spesso.
Altre volte attraversavamo la galleria ferroviaria, lunga più di un chilometro, che passa sotto Ribera col pericolo che poteva passare il treno (in effetti non molto velocemente).
 Dicevo che in quel giugno abbiamo deciso di salire per un sentiero sopra la strada ferrata  per andare a finire all’abbeveratoio detto di S. Rosalia con annesso e, mentre scherzavamo con l’acqua, Enzo salì un po più su della fontana e vide un buco non naturale. Guardò dentro e si accorse che era profondo, ma non si vedeva nulla. Ci avvertì ed io e Lillo lo abbiamo raggiunto. Eravamo molto scettici, comunque con un po di coraggio Lillo si chinò per entrarvi. Appena siamo entrati anche noi, prima Enzo e poi io, Lillo continuò a fare qualche passo al buio completo. A terra, sul lato sinistro, scorreva l’acqua che andava all’abbeveratoio mentre quello destro era all’asciutto. Abbiamo proseguito ma con il timore che vi fosse qualche fosso, ma fortunatamente non ce ne erano. Dopo un 10-15 passi, fatti cautamente, Lillo disse che la grotta era finita: una roccia fermava le nostre speranze. Enzo, non convinto, perché sentiva scorrere dell’acqua un po più in là tastò tutta la parete e si accorse che sul lato destro la galleria continuava. Comunque di proseguire non se ne parlava perché c’era troppo buio e così abbiamo deciso di tornare il giorno successivo con delle candele. Non capisco perché proprio le candele e non delle torce elettriche, forse perché più suggestivo.
Il giorno dopo siamo ritornati sul luogo tutti eccitati per quello che ci aspettava: il mistero ci entusiasmava. Appena entrati abbiamo acceso le candele notando che il tetto era composto da conci di tufo murati a V rovescia. Arrivati al punto in cui ci eravamo fermati il giorno prima c’era la svolta a destra con il medesimo tipo di tetto. Successivamente ci siamo accorti che dalla parete di sinistra sgorgava dalla viva roccia acqua freschissima e come del resto era la temperatura all’interno (in effetti nelle grotte la temperatura rimane sempre la stessa per cui la sensazione dipende dalla temperatura esterna).
Proseguendo il tetto si faceva sempre più alto e le pareti più fangose.
Poi improvvisamente la scena che si mostrò ai nostri occhi era veramente straordinaria: la cavità si faceva alta circa 4 metri e le pareti erano bianchissime come il ghiaccio. Continuando a camminare ci siamo accorti che pioveva acqua dal tetto, del resto era logico perché avevamo visto delle stalattiti in embrione!
La pioggia ci spense qualche candela e ci obbligò, con un po di paura, a correre oltre sperando che non piovesse più. Guardando così indietro abbiamo notato un’altra cavità a circa due metri dal piano di calpestio e la cosa ci incuriosì molto. Continuando a camminare il calcare dalle pareti andava scomparendo e le pareti ritornarono di tufo. Ma prima di incontrare il calcare delle pareti avevamo visto una specie di corda nera che dal tetto entrava nel pavimento. La cosa ci aveva preoccupato molto e ci fermammo per controllare cautamente cosa fosse. Dopo un po di panico ci accorgemmo che erano radici.
Continuando la grotta si rimpiccioliva in altezza e poi terminava. Sulla parete destra, una quindicina di metri prima che la grotta terminasse, c’era una finestra murata con accanto incisi dei numeri che credo fosse l’anno di costruzione: 1889 (ma non sono sicuro fosse questo). Il tunnel era stato scavato quasi interamente dall’uomo.
Il giorno dopo siamo ritornati con il costume da bagno sotto i vestiti e così abbiamo potuto esplorare anche la cavità che avevamo visto a due metri dal suolo. Siamo saliti io e Lillo constatando che anche quelle pareti erano bianche, la profondità circa 3,5 metri, l’altezza due metri e 1,2 metri la larghezza. Tutto finiva là: ma era bellissimo!
Qualche settimana dopo abbiamo portato molti nostri amici e abbiamo illuminato il tunnel con delle candele messe nelle cavità laterali.
Abbiamo aperto la finestra trovata murata accorgendoci che si affacciava proprio sotto la cascata e la veduta era bellissima e sembravamo nella giungla. Di tutto ciò ho delle diapositive.
In questa grotta abbiamo anche fatto uno scherzo molto macabro agli amici.
(…)
Gli scherzi e gli scavi
Il nostro hobby era anche scavare per trovare tombe preistoriche o catacombe. In questo ultimo caso volevamo trovare le sepolture della Chiesa Madre diroccata (allora). Pulendo il pavimento dai detriti abbiamo trovato una lapide tra l’altare di S. Gioacchino e quello di S. Giuseppe. La tomba apparteneva alla famiglia Pasciuta. Abbiamo rotto solo un angolo del marmo e praticato un foro di 35 centimetri circa di diametro e piantando un picchetto sotto abbiamo trovato che era vuoto e abbiamo allargato il buco in modo che potesse entrare una persona. Si sono calati Enzo e Lillo sempre con un paio di candele. Lillo aveva messo il piede, appena calatosi, dentro una delle casse scoperte sporcandosi la scarpa di una specie di calce bianca: erano le ossa del morto! Dentro c’erano due o tre casse che sembravano vuote, ma in effetti i cadaveri si erano disfatti ed erano diventati come la calce. Purtroppo era solo una stanza di 2,50x2,40x1,80 metri senza aver potuto scoprire nessuna galleria e niente che assomigliasse a delle catacombe (attualmente la fossa è visibile perché hanno messo un vetro).
Abbiamo così continuato a cercare in altri posti l’eventuale entrata delle catacombe e abbiamo trovato un’altra lapide sotto la falsa cupola e davanti all’altare maggiore. Era del 1760 e vi era sepolto il Barone Turano Campello. Questa volta la lapide era di modeste dimensioni e l’abbiamo sollevata tutta facendo leva in un angolo. Appena divelta e scavando pochi centimetri abbiamo trovato il vuoto ma vi era solo la cassa del Barone. Tolto il coperchio in semplice tavola, dentro sembrava non ci fossero le ossa (le abbiamo trovate successivamente in una ricognizione con il dottore Macaluso).
Avendo io ed Enzo uno spiccato senso dell’umorismo e voglia di fare scherzi abbiamo pensato di organizzarne uno in grande stile utilizzando il legno “stagionato” del coperchio della cassa del Barone, ma abbiamo estromesso dall’organizzazione Lillo.”

Il tempo passava tra scampagnate, esplorazioni, associazione e scherzi. 
Una volta, ricordo, abbiamo trovato nella Chiesa Madre il vecchio catafalco che si usava nei trigesimi per i funerali (prima del Concilio Vaticano II) e moltissime vecchie candele trovate in una scatola, abbiamo pensato di fare una messinscena. Una sera, nella stanza della S. Vincenzo di via Trionfo a piano terra, abbiamo montato il catafalco con il relativo manto nero (che aveva ricamati dei teschi e ossa varie), abbiamo messo le candele accese ai lati della finta bara e anche un po dovunque e quindi illuminata così tetramente la stanza e aperte le imposte ci siamo messi lì dentro a fare finta di piangere. La gente passava e chissà cosa gli sembrava fosse successo…
Un po di tempo dopo ci fu proposto di entrare a far parte della Società S. Vincenzo de’ Paoli (associazione che aiuta i poveri) e così io, Enzo, Lillo, Giovanni Fasulo, Mimì D’Angelo, Santino Zambuto, Jack Clemente, Nino D’Anna, Gaspare Corso ed altri ci siamo iscritti nella sezione giovanile. Ci guidava Vito Cappello. Abbiamo partecipato a alcuni convegni regionali e in questa occasione abbiamo conosciuto tre sorelle di Siracusa che facevano di cognome Mazzarella. Lillo ed io eravamo interessati ad instaurare un rapporto di amicizia che sarebbe potuto sfociare in qualche altra cosa di sentimentale, ma la distanza e la mancanza da parte nostra di mezzi di locomozione autonomi ci ha fatto desistere dal continuare tale rapporto. Prima io e poi Lillo siamo andati a trovarle per qualche giorno ospiti in casa loro ma in periodi diversi.

Nel frattempo l’arciprete Birritteri aveva ospitato in casa una ragazza dell’orfanotrofio, Enrichetta Lo Sardo, e Lillo ci andava spesso essendo questa frequentata anche dalle compagne di scuola della ragazza.
Lillo diventò in questo periodo molto geloso, tanto che non gradiva che anche io e Enzo entrassimo a far parte della compagnia: forse perché interessato alla ragazza. Ma siccome anche noi, come loro, facevamo parte sia della Schola cantorum della parrocchia, che del gruppo “Cenacolo del Vangelo” creato e seguito da mio zio don Gerland
o Lentini, non potevamo fare a meno di vederci tutti.
Così riuscii a rompere lo zoccolo duro creato da Lillo. Io ero innamorato veramente di Enrichetta tanto che le feci la dichiarazione ed ebbi risposta positiva. Così gli eventi precipitarono talmente veloci che solo dopo pochi mesi Lillo fu costretto a non frequentare più la casa dell’arciprete, per ovvi motivi.
Da allora ci perdemmo di vista. Lui si fece la sua strada diventando un libero professionista (Geometra), si affermò nel lavoro con un successo inaspettato da molti colleghi. Aprì uno studio attrezzandosi mano a mano di tutti gli strumenti all’avanguardia, compreso il computer, tanto che la sua opera veniva richiesta anche da ingegneri ed architetti.
Nel 1978 faceva il batterista nel complesso Salmeri cui facevano parte Nino Corsentino (Cantante), Ambrogio Salmeri (Sax), Vincenzo Pace (Chitarra basso), Tonino Maniscalco (Tastiera), Paolo Tortorici (Chitarra).
Il 23.4.1986 moriva il padre di Lillo, Filippo Miliano, che era nato il 12.7.1923. 
Da altre fonti ho saputo che era entrato a far parte dell’associazione de “I ragazzi del Lago” di Leo Amici che aveva la sede a Ribera nella casa di campagna di Relo Vella i quali, oltre a organizzare spettacoli musicali, curavano il recupero di tossicodipendenti. Per gli spettacoli Lillo curava l’aspetto organizzativo, le luci e suonava nel complesso la batteria, suo strumento prediletto. 
Abbiamo fatto una rimpatriata molti anni dopo (ho visto così che era andato dal dentista a farsi mettere l’incisivo mancante) probabilmente intorno agli anni ’90 perché ho avuto bisogno della sua opera di geometra per il rilevo della mia terra. In quella occasione abbiamo un po parlato dei tempi passati, ma nulla di più.
Ho saputo pure che è stato fautore di una conversione di un protestante. Notizia appresa da un libro di mio zio don Gerlando Lentini dal titolo “Perché cattolici”, dove, nella seconda edizione, c’è la testimonianza dell’interessato, diventato poi prete, don Massimo Musso: “La fase ricostruttiva della mia fede e della mia vita ha avuto inizio in una data precisa: il 17 settembre 1991. Quel giorno, un mio carissimo amico, Lillo Miliano, al quale devo eterna riconoscenza, ispirato certamente da Maria, della quale era filialmente devoto, vedendomi in tale stato di crisi, mi regalò un libro: PERCHÉ CATTOLICI, il cui sottotitolo è: Le ragioni della nostra fedeltà alla Chiesa cattolica. Autore don Gerlando Lentini. Uscito in prima edizione nel 1990, evidentemente senza questa mia testimonianza. Quest'amico, qualche anno fa, è ritornato a Dio felicemente e serenamente, ancora tanto giovane.”
Alla morte della sorella Giovanna Miliano avvenuta il 22.5.1995 (era nata l’8.1.1964) venni a sapere che i due avevano problema all’intestino, ereditato dal padre, che a lungo andare, se non operato radicalmente, poteva trasformarsi in tumore.
Con Enrica siamo andati al funerale e poi siamo andati a trovare Lillo a casa che ci sembrò molto provato e prostrato (non sapevamo ancora della loro tara ereditaria) e pensavamo fosse per il dolore della morte prematura della sorella. Invece di lì a poco anche lui si aggravò, ma era già stato male per questo lo avevamo trovato in quel modo, e venne ricoverato all’ospedale di Ribera. Lì la madre aveva creato un muro con l’esterno: non lo faceva visitare da nessuno. Forse una volta sola riuscii ad entrare nella stanza, ma per pochi istanti.
Sette mesi esatti dopo la morte della sorella anche lui ci lasciava il 21 dicembre 1995.











Appunti lasciati dopo la pubblicazione della foto su Facebook da amici e conoscenti

Salvatore Graceffo: Il ricordo di Lillo è per me indelebile. Era un caro amico........

Ignazio Sabella: Non sapevo della sua morte! Mi dispiace.

Francesca Di Giorgi: Lillo è stato un amico speciale non si dimentica.

Aurelio Bonafede: Lu vecchiu Lillu...che piacere rivederlo... hai foto della sorella?

Anna Spinelli: Me lo ricordo benissimo. Era un bravo e caro ragazzo!!!!

Maria Manetta: Lo ricordo come un ragazzo simpatico, gentile, cordiale, riservato e sono molto contenta di averlo conosciuto veramente una bella persona.... ciao Lillo

Ciro Palmeri: Ho un bellissimo ricordo di Lillo Miliano ... ciao Lillo.


lunedì 14 luglio 2014

I giornali nella storia di Ribera: Momenti di vita locale

Momenti di vita locale
di Angela Gulino

Momenti di vita locale, che ha sede in via Guastella 52, è il settimanale riberese con la storia più lunga alle spalle. Nasce nell’estate del 1989 e viene regolarmente registrato presso il tribunale di Sciacca. Il direttore responsabile è Franco Messina (un avvocato in pensione), ma chi materialmente prepara il giornale è Franco Mascarella, insegnante di fisica e matematica presso l’istituto tecnico e per geometri di Ribera, con una grande passione per il giornalismo. A lui ho posto alcune domande in data 2 febbraio 2003.
La sede del giornale è sempre stata questa?
«No, all’inizio era in via Alloro 3, sempre comunque vicino la Chiesa Madre».
Come era il giornale prima?
«Quello che è oggi. È nato con l’intento di fare un giornale di servizio per il paese; che avesse la capacità di sostenersi autonomamente con le vendite e la pubblicità, senza dipendere da enti pubblici o altri finanziatori che non fossero gli utenti pubblicitari (commercianti, rivenditori di autovetture, centri di estetica, sale giochi, ecc.). Per raggiungere questo scopo era necessario produrlo in maniera autonoma, senza ricorrere ad una tipografia esterna, con il lavoro dei soci della cooperativa appositamente costituita».
Da dove nasce l’input? 
«Dalla volontà di raccontare Ribera, di valorizzare persone e territori ed esercitare uno stimolo critico nei confronti delle amministrazioni che si sono succedute ma soprattutto della popolazione».
Chi erano i redattori di allora?
«Inizialmente il sottoscritto, Lino Aqué (studente), Leonardo Triolo (studente), Totò Castelli (giornalista), Enzo Minio (giornalista), Rino Messina (Avvocato). Scelsi, tra una rosa di tre candidati a direttore, Franco Messina perché meno esposto politicamente, anche se spuntava democristiano».
Come stampavate nell’89?
«La prima macchina era una piccola offset. Avevamo la grossa difficoltà a far comparire le foto; poi abbiamo seguito le indicazioni di altri tipografi, dopo un paio di settimane ci siamo riusciti. Preparavamo i fotoliti in laboratorio. La veste grafica è stata sempre la stessa. Ci rifacevamo all’impaginazione tradizionale: titolo a 2 o 3 colonne, con cappello e catenaccio sotto il titolo principale. Inizialmente le pagine erano 16. Gli articoli erano dedicati all’attualità locale, alle piccole inchieste, alla cultura. All’inizio c’era la difficoltà a reperire notizie, poi la città ha imparato a farcele recapitare tramite comunicati stampa».

Prof. Franco Mascarella - Redattore

Avv. Franco Messina - Direttore


E oggi come si stampa?
«Con una fotostampatrice che si basa su un sistema elettronico e digitale. I passaggi alle matrici di alluminio, alla camera oscura sono finiti; adesso si passa dal computer alla stampa. Le pagine in media sono 32, anche se siamo arrivate anche a 40».
Si è ridotto il tempo di stampa?
«Di gran lunga. Prima impiegavamo giorni per fare il giornale, adesso si stampa in circa 3 ore».
A chi è destinato il giornale?
«Ai riberesi che stanno in Italia e all’Estero».
Quanto si vende il giornale?
«Siamo passati da1000 lire, 1200, 1500 a 75 centesimi, 77 e 1 euro».
Quante copie si vendono in edicola?
«La media è di 150 copie più gli abbonati che sono all’incirca 250».
Ci sono stati periodi in cui si sono vendute più copie?
«Certamente nei periodi elettorali locali o quando accadono fatti clamorosi che impressionano la gente. Poi facciamo anche edizioni speciali sui risultati scolastici di fine anno che si vendono molto bene».
Che esperienze giornalistiche aveva avuto prima di questa?
«Nei primi anni ’80 avevo collaborato ad un mensile locale, Paesi, e poi qualche anno prima scrivevo per un giornale del circolo universitario, Tempu Persu».
Perché il mensile Paesi ha avuto vita breve?
«Perché non aveva un’impostazione di servizio e commerciale, e poi perché veniva stampato in tipografia con costi altissimi. Da quell’esperienza ho capito che bisognava ridurre i costi di gestione e far uscire il giornale settimanalmente e regolarmente».
Come hanno reagito i riberesi all’uscita di Momenti?
«Inizialmente le persone che lo compravano erano pochissime perché non era fatto bene ed era poco conosciuto. Il boom è avvenuto nell’Aprile del ’90 con la campagna elettorale locale. Abbiamo dovuto stampare due tirature di una edizione, raggiungendo un totale di 2000 copie vendute. È stato davvero un fatto straordinario. Dopo ciò il giornale ha preso il volo. Si iniziò a vendere meglio e negli anni c’è stata una lenta ma costante crescita con 200 copie settimanali vendute durante i periodi elettorali».
A che cosa è stato dovuto questo successo?
«Probabilmente al fatto che con l’esperienza centravamo i gusti dei nostri lettori e poi perché la gente aveva acquisito l’abitudine di comprare i giornali locali».
Quali sono le fasi di lavorazione del giornale?
«Si inizia fin dal lunedì mattino, predisponendo lo schema d’impaginazione; si scarica la posta elettronica, si valuta il materiale esistente in archivio per una eventuale pubblicazione e si predispongono le interviste. Nei due giorni successivi, i redattori intervistano e scrivono gli articoli. Nel frattempo si fanno le foto con la macchina digitale. Il giovedì pomeriggio si chiude l’impaginazione e il venerdì mattina si stampa il giornale. Dopo 3 ore il giornale è pronto per essere distribuito in edicola e per la spedizione postale»
Momenti è anche editore?
«Con le nostre attrezzature, stampiamo anche pubblicazioni a carattere locale come racconti, saggi, volumi di poesie, memoriali di autori locali, ecc.».
Il giornale è schierato politicamente?
«Non abbiamo interesse ad esserlo, proprio perché per motivi commerciali, dobbiamo arrivare a tutti i cittadini».
Cosa spera per il futuro del giornale?
«Che mantenga le stesse caratteristiche e impostazioni».
Cosa spinge un professore di fisica ad occuparsi di giornalismo?
«Prima di tutto il tempo che ha a disposizione, poi un certo interesse per il giornalismo. Nel tempo ho avuto diverse simpatie che poi sono scemate per Giorgio Bocca e Luigi Pintor, mentre ho imparato ad apprezzare sempre di più Indro Montanelli».
Cosa significa essere giornalisti?
«Raccontare i fatti e la vita dal proprio punto di vista».
Momenti ha avuto un ruolo significativo per i Riberesi?
«È stato uno strumento di conoscenza ma non altro. I cittadini lo hanno trovato un sufficiente mezzo di informazione. La misura del gradimento è data dal fatto che si acquista».
Il giornale si è fatto promotore di eventi culturali?
«Si, qualche volta abbiamo presentato dei libri, organizzato convegni a tema, concerti, stage».
Ha un sito internet?
«momenti.3000.it».
Grazie alla cortese disponibilità dello storico riberese Raimondo Lentini che ha messo a disposizione la sua raccolta privata, siamo risaliti al primo numero del settimanale uscito nell'agosto del 1989. Non era ancora registrato presso il Tribunale di Sciacca, il suo nome era Riberestate '89. Il giornale veniva stampato in tipografia. La pagina 2 riportava l'indice degli argomenti trattati e una serie di articoli: Verdura ha il mare più pulito: di Daniele Arcuri; rispettiamo l'ambiente come le nostre case, del sindaco Emanuele Siragusa. pagina 3: I riberesi hanno scoperto il teatro, l'esperienza della passata stagione teatrale, un teatro all'aperto nel suggestivo scenario di Poggio Diana di Franco Mascarella. A pagina 4: Un nuotatore d'eccezione: bagni di mare tutto l'anno... doveva essere un'originalissima cura per la sua artrosi, ora è anche un rito. I consigli per i bagnanti comuni di Franco Mascarella, foto di Caterina Micalizzi. A pagina 6: Le località balneari riberesi, turismo anno 0. Esiste un'economia riberese? Se un imprenditore, oggi, volesse costruire un albergo non saprebbe come fare. La mancanza di una cultura del turismo (di Giuseppe Pedalino). A pagina 8 e 9 troviamo il programma dell'estate riberese di quello stesso anno. A Pagina 10: Il settimo giorno arrivò l'acqua. Col passare degli anni, la situazione dell'acqua potabile si è sempre più aggravata. Queste le speranze per il futuro, di Lino Aqué. A pagina 12, intervista al sindaco di Ribera: È l'ultima estate di sete ve l'assicuro. di Caterina Micalizzi. A Pagina 13: intervista al vice sindaco, Ci vogliono le strutture turistiche, ma le faremo di Lino Aqué. A pagina 14: In giro con la Sicilia in tasca, una iniziativa editoriale tutta riberese. Informazioni storico archeologiche, turistiche gastronomiche ed in più una carta per gli sconti negli alberghi e ristoranti di Daniele Aqué. A pagina 15: Voti di maturità a Ribera. A pagina 16: Agenda di agosto (turni di Farmacia, servizi di Autobus, orari di Guardie mediche ecc). Nel numero dell'8 ottobre 1989, inizia la rubrica a cura dello storico Raimondo Lentini su Le famiglie riberesi: i primi coloni. Nello stesso anno si aggiunge la rubrica delle lettere al giornale. I primi numeri del settimanale non escono in edicola in un giorno stabilito per le difficoltà nella stampa. Dal numero 8 dell'89 termina la rubrica di Raimondo Lentini, mentre dal numero 15 anno II del 25 febbraio 1990 cessa il sommario di pagina 2. Il 13 luglio 1990 Momenti esce con un'edizione straordinaria dal titolo: L'esasperazione per la mancanza d'acqua ha portato alla devastazione del municipio: la rivolta. Il numero 36, anno II del 22 luglio 1990 titola: Così Ribera sui giornali, i mass media si sono occupati ampiamente degli avvenimenti riberesi - prime pagine sui giornali siciliani, ampio risalto su quelli nazionali, di Franco Mascarella. Nello stesso numero un'interessante inchiesta sulle letture dei riberesi: Un quotidiano ogni 50 abitanti contro una media nazionale di 1 ogni 10; I pareri degli edicolanti, di Lino Aqué. Nello stesso anno dal numero '64 nasce una nuova rubrica sullo stato civile dei riberesi: Chi è nato, morto, sposato, di Onofrio Castronovo e di Enrica Lo Sardo. Il numero 73 del 1991 riporta due interessanti interviste di Rino Messina a Monica Guerritore e Gabriella Bove; nel numero 76, un'intervista a Michele Placido: Il mio paese somiglia tanto a Ribera, di Rino Messina. Il giornale si amplia, arriva a 20 pagine e nasce una nuova rubrica, a cura di Totò Castelli dal titolo Sotto l'ombrello. Dal numero 154 dell'anno IV del 13 dicembre 1992 inizia una nuova rubrica di Raimondo Lentini sui Sindaci di Ribera dal 1808 ad oggi che terminerà nel numero 161 del 14 febbraio 1993. Suggestiva la copertina numero 165 dell'anno V del 14 marzo del '93 che titola: La balena nel corvo andrà in un museo naturale (con foto). Nel numero 181 in copertina: Generosi ma vani, gli sforzi per salvare Korsky, il tunisino annegato a Seccagrande. Nel numero 212 del 13 marzo 1994 in copertina: Pietro Cottone ai “Fatti vostri” per raccontare dei suoi bagni di mare invernali. Nel numero 240 nasce la finestra di Onofrio Abisso, uno spazio dedicato alle massime dell'autore. Tra le interviste da segnalare ricordiamo quella a Raf Vallone nel numero 263 del 2 aprile '95; il servizio di Tornambé su Christopher Lambert nelle riprese de Il Siciliano a Caltabellotta; e ancora l'intervista a Giuseppe Tornatore dal titolo Cominciai con le prime comunioni sempre di Tornambé.
La copertina numero 290 del 29 ottobre '95 è dedicata al matrimonio tra la riberese Giovanna Carlino e Pierluigi Pirandello, nipote del grande scrittore. Risale al numero 295, l'incontro con Luciano Benetton in visita a Ribera. Il servizio è di Lino Aqué. Dal numero 269 inizia una nuova rubrica a carattere satirico: Castellopoli, curata da Totò Castelli. A partire dal numero 297 del '96 nasce una nuova rubrica curata dal dott. Mimmo Macaluso dal titolo: Modificate il vostro vocabolario, non tutti la mattina possono farsi un cappuccino. Tale rubrica terminerà nel numero 306 dello stesso anno. Da evidenziare come nel settimanale trovino spazio anche racconti locali di breve lunghezza. Inoltre il giornale si avvale di corrispondenti da Calamonaci, Cianciana e Milano. La copertina del numero 347 del 12 gennaio '97 è dedicata al nostro redattore Totò Castelli: Ospite dei “Fatti vostri” racconta cosa c'è dietro le telecamere di una Tv nazionale. Nel numero 358: La visita di Dini a Ribera con fotografia in copertina. Nasce nello stesso anno l'Aforisma di Onofrio Abisso. Il giornale si occupa pure di far conoscere alcuni luoghi di rilevante valore artistico-paesaggistico poco conosciuti e in certi casi abbandonati, come Santa Maria di Adriano, il fiume Sosio e tanti altri. Nel numero 373 del '97 nasce la rubrica Sotto l'ombrellone di Totò Castelli. Nel numero 389 troviamo in copertina Pamela Prati venuta a Ribera in occasione di uno spettacolo teatrale. Nel numero 400 del '98 iniziano una serie di servizi condotti dal dott. Mimmo Macaluso dal titolo: Lezioni di emergenza che dureranno fino al numero 403. L'occasione di questi articoli nasce in seguito ad un incidente nel quale un bambino riberese muore per ostruzione delle vie respiratorie. Nel numero 417 del 21 giugno 1998 inizia una serie di servizi giornalistici sul mondo americano curato da Matteo Tallo dal titolo: Diario americano e che terminerà sei numeri dopo. Dal numero 424, nasce la rubrica di corrispondenza con i lettori: Sotto il gelsomino di Gelsomina. Dal numero 445 del 17 gennaio '99 nasce la rubrica Momentini - Momentoni - Momentacci di Totò Castelli. Nel numero 478 nasce la rubrica: Società del malessere di Michele Ferdico, Tossicologo, responsabile del SERT. La rubrica terminerà nel numero 488. Nel numero 495 del 2000 nasce Castellium Bug di Totò Castelli che terminerà nel numero 517 dello stesso anno. Qualche numero prima il settimanale aveva aperto le sue pagine agli studenti delle scuole superiori con la rubrica La parola agli studenti. L'attenzione verso di loro è stata più volte ripetuta nel tempo grazie anche all'organizzazione di stage estivi.
Nel numero 563 del 2001 troviamo la trascrizione di alcune determinazioni sindacali e una nuova rubrica dedicata alle barzellette del Parlamento. Nel numero 579, uno spazio dedicato all’ALBO PRETORIO (con le gare del Comune di Ribera) a cura di Nuccio Castronovo; Nello stesso numero la rubrica Qua e là di Totò Castelli. Nasce anche un’altra rubrica curata da Aurelio Bonafede, denominata Pianeta Bici. Il settimanale apre le sue pagine all’ESA di Ribera , a firma del responsabile dottor Pietro Sutera. Intanto per 7 numeri, il giornale si occupa del progetto di una possibile isola pedonale, con servizi, inchieste e interviste agli uomini politici locali. Prosegue anche l’inchiesta sull’ospedale, mai veramente conclusasi, sulle Promesse non mantenute. Nel numero 587 prosegue l’indagine sull’isola ecologica, dal titolo: A chi fa paura l’isola ecologica? di Franco Mascarella, con un’altro pezzo di Giuseppe Castelli e gli interventi dell’assessore ai Lavori Pubblici e all’Ecologia. L’inchiesta termina nel numero 653 del 2003.
Nel numero 595 del 2002 nasce la rubrica Oroscopazzo di Angela Gulino. Nel numero 601, un’inchiesta di Franco Mascarella titola: Quanto ci costa la politica comunale. Dal numero 606 nasce la rubrica: Peccati di gola a cura di Lina Amari, con interviste ai proprietari dei migliori ristoranti, pasticcerie e tavole calde riberesi. Nello stesso numero ritroviamo I Racconti dell’Amazzonia di Matteo Tallo, che proseguono per vari numeri. Nel numero 624 del 24 Agosto 2002: Tratti e ritratti, i migliori brani della nostra letteratura scelti da Onofrio Abisso. Nel numero 632 inizia l’inchiesta sulla raccolta differenziata e sull’emergenza rifiuti di Franco Mascarella. Nello stesso numero l’inchiesta sul problema acqua. Dal numero 640 dello stesso anno, una nuova rubrica: Medicina, curata dall’urologo Andrea Guddemi. Nel numero 649 del 2003, un’inchiesta sul degrado dell’archivio comunale curata da Angela Gulino e Raimondo Lentini. Intanto la rubrica di lettere cambia nome in All’ombra del Gelsomino.
Nel numero 652, troviamo la toccante testimonianza di Don Gerlando Lentini, dal titolo: Non voleva uccidere il figlio, riferito alla donna riberese salita tristemente alla ribalta di Tg e stampa nazionali per aver accoltellato il figlio. Nel numero 661 del 2003, l’ultima rubrica di Nuccio Castronovo, dal titolo Non mi faccio mai gli affari miei.


Aggiornamenti. Nel giugno 2008 a cura di Adriano Mascarella esce il primo numero di un supplemento mensile al settimanale “Momenti” dal titolo “Affari & Piaceri” con il sottotitolo; “Case, Auto, Moto, Ristoranti, Pizzerie Artigiani, Finanziamenti, e altri annunci”. Il mensile veniva distribuito a Sciacca, Ribera, Menfi, Burgio, Villafranca Sicula, Lucca Sicula, Calamonaci, Cianciana, Cattolica Eraclea, Montallegro e le località marine (come si legge nella stessa testata). Il prezzo di copertina è di 20 centesimi. Lo scopo primario del giornale è quello della pubblicità, ma nelle 16 pagine (solo il n. 4 ha 32 pagine) vi sono molti articoli e interviste interessanti curate quasi tutte dello stesso Mascarella, solo un articolo sul numero 8 porta la firma di Valeria La Mattina. Il mensile ha la durata di un anno esatto con 13 numeri dal giugno 2008 al giugno 2009.

I giornali nella storia di Ribera: Paesi – Oltre le parole

Paesi – Oltre le parole – Intervista con Enzo Minio

All’inizio degli anni ’80 c’è stato un certo risveglio della stampa locale quando sono nati una serie di periodici locali di informazione che avevano la periodicità mensile, quindicinali e anche settimanali. Nel 1982, nacque il mensile “Paesi – Oltre le parole” che vide il suo primo numero uscire dalla rotativa della Tipografia di Ignazio Matinella, nel febbraio del 1982. Ricostruiamo la storia della nascita e della vita della pubblicazione, con il direttore responsabile Enzo Minio che ha guidato una corposa cordata di giornalisti, alcuni in erba, altri corrispondenti dei quotidiani regionali locali e altri ancora scrittori locali e dei paesi vicini con l’hobby del giornalismo visto in chiave culturale”.
Chiediamo al direttore Minio. Come è nato il giornale “Paesi”?
“Un gruppo di amici, non solo di Ribera, ma di tutti comuni del comprensorio, dai paesi della collina sino al mare, ci siamo ritrovati a realizzare un giornale dalla periodicità mensile, con lo scopo di divertirci culturalmente, senza appartenenze politiche, religiose e sociali e soprattutto senza sovvenzioni economiche e veline che ci potevano venire da chicchessia al fine di fare crescere e sopravvivere il giornale”. 
Da chi era composta la redazione e chi erano i collaboratori?
“Inizialmente ci siamo ritrovati insieme Mimmo Marchetta, Salvatore Cacioppo, Totò Castelli, Franco Mascarella, Pietro Giandalia e chi vi parla in qualità di direttore responsabile. Il condirettore è stato Mimmo Marchetta che ha avuto anche il compito di coordinare tutti i collaboratori che sono stati Enzo Porrello di Sciacca, Lillo Miceli di Burgio, Rolando Montalbano di Cianciana, Cesare Sermenghi di Bivona, Giacomo Spoto ed Emanuele Borsellino di Cattolica Eraclea, Totò Rizzuto di Montallegro, Giuseppe Vella di Realmonte, Alfonso Leto di Santo Stefano Quisquina e Gaetano Settecasi di Alessandria della Rocca e tanti altri giovani che collaboravano periodicamente. Volevamo fare, e per qualche anno ci siamo riusciti, un giornale del comprensorio che riportasse notizie, fatti, avvenimenti di cultura, assenti sui giornali quotidiani che curavano soprattutto la cronaca giornaliera. Le nostre notizie approfondivano i fatti del giorno”.
Quali le peculiarità del giornale?
“Intanto il nome perché voleva essere appunto un giornale di zona. Poi, l’abbonamento di 7 mila lire nel 1982, con 600 lire di copia a giornale in edicola e con la stampa dell’allora tradizionale linotype con i “righelli” di piombo. Il giornale era tutto in bianco e nero e ci sembrò eccezionale il numero 2 di marzo 1982, stampato con la sola copertina ad un solo colore, rosso, e quello del mese successivo verde. Era suddiviso in circa dieci parti con l’attualità dei comuni del comprensorio, la politica, lo sport, l’agricoltura, le tradizioni popolari, un paese per ogni numero, l’osservatorio, le, rubriche, i personaggi. Lo spedivamo in abbonamento postale –gruppo terzo – a diversi riberesi sparsi per lavoro nelle regioni italiane e all’estero. Inizialmente se ne stamparono 300 copie che arrivarono a 500-600 negli anni successivi, con un po’ di resa”.
Com’era l’organizzazione redazionale?
“Ci incontravamo per preparare il numero del mese, subito dopo l’uscita mensile del giornale, e quando gli amici collaboratori di fuori non potevano venire a Ribera ci mettevamo d’accordo telefonicamente sugli argomenti. Gli articoli ci arrivano per posta, con foto in bianco e nero. Qualcuno ce li mandava per fax (ci sembrò una grande scoperta) e qualcun altro ce li portava a mano nel corso delle riunioni. Agli articoli si dava la collocazione nelle varie rubriche e si portava il materiale in tipografia, da Matinella, in via Fazello, dove il buon Ignazio impiegava anche una settimana stampare il giornale e dove puntuali Totò Cacioppo curava l’impaginazione e Mimmo Marchetta, da docente di scuola media, correggeva le bozze, con l’aiuto anche della compianta signora Giuseppina, consorte di Matinella. Infine, copie in mano, la corsa verso l’edicola e verso le poste per spedire il mensile”.
Quali erano i contenuti del giornale? 
“Per ogni numero c’era un servizio speciale su un comune del comprensorio, con la sua storia e i suoi problemi. Ci siamo occupati di Caltabellotta, Burgio, Bivona, Cattolica Eraclea, Alessandria della Rocca, Bivona, Montallegro e via via tutti gli altri. Poi era il turno dell’attualità, con la politica, le cronaca con la rubrica “Paesi Tuoi”. C’era pure l’agricoltura con la diga “Castello”, l’ampliamento delle aree irrigue, la sanità con i problemi ospedalieri legati alla nascita del nuovo presidio ospedaliero della circonvallazione. Non mancava la ferrovia Agrigento-Castelvetrano che fu chiusa definitivamente proprio in quegli anni”.
Pietro Giandalia

Enzo Minio


Il dott. Tommaso Riggio al centro

Cesare Sermenghi

Avete fatto conoscere tanti personaggi locali. È vero?
 Parte di rilievo sul giornale hanno avuto i personaggi locali, storici, scrittori, artisti, poeti di cui in pochi in quegli anni si erano occupati. Con ricerche approfondite ci si è occupati anche dai personaggi minori, come “Ninu lu sagristanu” di Ribera o Pascol Colletti di Burgio. Si è scritto più volte su Ignazio Russo di Sciacca, su Fra Giordano Ansalone, oggi santo, di Santo Stefano Quisquina, sul cardinale di Palermo Salvatore Pappalardo nato a Villafranca Sicula, su Emanuele Navarro della Miraglia di Sambuca di Sicilia, sul poeta e pacifista riberese Giuseppe Ganduscio, sul poeta Vincenzo Navarro, sullo statista Francesco Crispi, sul poeta di Sciacca Ignazio Russo e su Alfonso Amorelli di Sambuca di Sicilia. Allora scrissero per il giornale Tommaso Riggio di Ribera, Cesare Sermenghi di Bivona, Lorenzo Reina di Santo Stefano Quisquina e altri collaboratori occasionali incuriositi dal nuovo mezzo di comunicazione locale”.
Come viveva il giornale dal punto di vista finanziario?
“Era stata giustamente scelta la linea di indipendenza da forze politiche o gruppi economici. Per la verità, che io sappia nessuno ci ha avvicinato con delle “offerte” di collaborazione economica. Il giornale ha vissuto, dal gennaio 1982 a novembre 1985, autofinanziandosi ossia le uniche spese obbligatorie erano la stampa tipografica e la spedizione. Per il tutto il resto, c’era l’entusiasmo, il volontariato e l’amore per uno strumento di informazione, tutti legati al tempo. Non abbiamo voluto o potuto fare un’operazione commerciale perché eravamo in tanti e gli introiti finanziari derivanti da alcuni annunci pubblicitari, tutti locali, e dalle quote di vendita in edicola e di abbonamento sono serviti per pagare le spese di stampa e di spedizione. Restavano pochi spiccioli, a malapena per il caffè. Quando ci incontravamo, ricordo che ognuno si pagava da sé la pizza”.
Perché il giornale ha chiuso, dopo quattro anni?
“Diverse le motivazioni. La prima è di natura finanziaria. Quando sono finiti i soldi racimolati inizialmente non potevamo mettere mano nelle nostre tasche per fare il giornale. Qualcuno, va detto, si è stancato di raccogliere la pubblicità. Per altri l’entusiasmo giornalistico iniziale è scemato lentamente. Alcuni giovani collaboratori si sono iscritti all’università o sono andati fuori per lavoro. È venuto meno anche il loro apporto. Peccato! Non siamo stati capaci di creare un prodotto commerciale che poteva allungare la vita del giornale. Il volontariato e l’entusiasmo hanno questi limiti. Scemano”.
Quali sono stati gli aspetti positivi dell’operazione “Paesi”?
“Certamente l’esperienza acquisita con un giornalismo che non era cronaca quotidiana. Un gruppo di amici con cui intratteniamo ancora degli ottimi rapporti di amicizia e collaborazione culturale, anche se i migliori ci hanno lasciato, da Sermenghi a Riggio, da Rizzuto a Grassadonia. Qualcuno ha sfruttato l’esperienza e si è scritto a giornalismo o è diventato giornalista professionista come Lillo Miceli di Burgio a La Sicilia, Giuseppe Cerasa di Chiusa Sclafani a Repubblica e Alfonso Bugea al Giornale di Sicilia. Qualche giovane con gli articoli pubblicati su “Paesi” si è iscritto all’Ordine Nazionale dei Giornalisti – Elenco Pubblicisti”.